Elisabetta Casella, Lino Budano, Gruppo Fotografico Idea-Immagine

LINO BUDANO

Angels, Installazione: ali ingabbiate e video,
2013.

Gabbie, prigioni, limiti imposti, norme, regole, legacci, asfittici dettami spengono ogni ultimo barlume di creatività diffusa. Ingabbiate, le ali della fantasia decompongono l’angelo del male, che tra fumo – aria bruciata - e sfilacciar di corde, riesce solo, alfine, a ripiegare l’ala su se stesso, seppellendosi sotto il tarpato organo di volo.

Sogna la fine – scopriamo - l’artista, lambito, schiaffeggiato, richiamato al risveglio dalle pagine d’un vocabolario, denso d’inutili parole ormai prive di senso, quando si spegne, ingabbiata, ammutolita, addomesticata, sfibrata, la vitalità della creazione.

L’aria che spira fiammeggia d’Apocalisse, esala nell’acqua, s’affloscia dal palloncino che giace inanimato, deposto, accasciato come le ali d’uccello che coprono il silenzio perenne di pianoforti, che la musica facevano risuonare nell’aria anzitempo.

Ma ecco – nel sogno – un talamo nuziale, macchiato di consumato parto, di nuova vita appena abbozzata e s’accende, improvviso e rapido, un levitare lieve, eppure scoppiettante d’ascesa, di palloncini e colombe.

Si sveglia l’artista, dimentico ancora delle vuote parole, e insuffla aria dentro al palloncino, restituendolo all’aria intorno che sfiderà leggero.

E’ teso, inarrestabile, irreversibile il mutamento: il grigiore d’ombra del sogno si colora, la musica vira in gioiosa, e nella natura, che l’umano orgoglio riassorbe invitandolo all’umiltà e prospera di verde rigoglioso, che copre il cielo, ma arpeggia di fronde all’aria, aleggia il neonato angelo del bene, ancor giovane, putto, che si muove nel bosco lieve, senza peso, curioso, esplorante, quasi danzante.

 

ELISABETTA CASELLA

di rose e panneggi, sfere, bozzoli e cuori e … d’aria che tutto ammanta, 2010-2013.

Corpo di rose e ali d’aria nuvolosa; fragili impermanenti campi luminosi con panni stesi, arruffati del loro bagnato, fresco di bucato profumato; e rose sparse dal loro ardore intenso e diffuso intorno; e strappi di tessuto che fu veste e ora stracci, vivi ancora: femmineo mondo aggraziato che non s’accontenta di esporsi all’aria, ma la profuma di buono; donne, che la loro essenza effluviano passandoti accanto, e ne rimani avvolto e avvinto, che già, se ti giri, scomparse sono alla tua vista, desiderosa d’altro olfatto.

Sfere, bozzoli enormi e silenziosi che velano la muta in atto da crisalide a farfalla, pronti a liberare l’anima, che lieta si disperderà nell’aria, diffondendosi di danza in danza. Muti statuari minimi cosmi d’attesa, che tingono lo spazio di forza ancora occulta, potente di nuova coesione, vivida di stretto legame avvinto al Tutto.

Bagliori dorati dietro il fumo denso dell’odierno smog, luce che traluce e perfora l’infido, irritante, corpuscolare strato di polveri che tutto avvolge, luce memore dell’avvento che urge nei bianchi bozzoli e invernali, che la vita condensano in attesa.

Schiere, eserciti sospesi di bozzoli ancora acerbi, ma aperti, già, in parte, squarciati a rivelare la nuova natura, in bilico, in sospensione, in attesa di deflagrare nell’aria, d’aria nutrendosi, vegetale o minerale che sia, o animale, o umana.

Altre sfere coronate di chiodi, lievemente adagiati alla memoria, non più conficcati, ma piegati e inidonei – perciò - ad ancora offendere, scalfire, bucare, trafiggere.

Cuori, infine, cuori di nebbia, di smog, pesanti, affannati, dannati a scorrere nello spazio cupo dell’oscuro, in cerca della leggerezza delle farfalle, del profumo delle rose, dei bucati, del buono di donna.

E cuori fini, infine, leggeri, a divenire essi stessi aria, ma tersa, ora, trasparente, rada e frizzante, gioiosa, e luce, luci intense, quasi abbaglianti, presenze-assenze solcate dai tenui residui di infarti inferti inutilmente, tratteggiate con sicura mano dall’esile contorno, che levita e s’avverte solo dall’ombra che ne definisce il corpo splendente. Cuori aperti dal profondo respiro, consapevoli, meditativi, ormai fuori dall’oscuro del bozzolo, del mondo perso, del mondo greve e oscuro, che ancora – ahinoi - ma per poco, ci circonda.


 

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ARIA