PIETRO FINELLI. LA NOTTE HA MILLE OCCHI 

 

Dal 21.01.2017 al 19.02.2017

a cura di Chiara Gatti

 

Artista e curatore attivo a Milano, Finelli torna a riflettere su uno dei temi cari alla sua ricerca; quello del cinema come fonte visiva di un immaginario collettivo. Su tale base, Finelli innesta una riflessione inedita sui valori formali del racconto cinematografico riletti in chiave pittorica. Il titolo “La notte ha mille occhi” è tratto dall’omonima pellicola “Night has a thousand eyes” diretta da John Farrow nel 1948, sofisticata metafora, punteggiata di sequenze oniriche, del ruolo dell’artista e dell’arte e del loro potere utopico. Una selezione di lavori recenti su tela e su carta, dipinti e disegni anche di grandi dimensioni, rievoca inquadrature, scenari, dettagli tipici del cosiddetto periodo narrativo classico del cinema noir, datato fra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento. Anni in cui il linguaggio estetico espressionista, erede della lezione tedesca, torna sotto i proiettori, favorendo nuove analisi atmosferiche, giochi di luci e di riflessi, contrasti chiaroscurali fortemente accentuati dall'uso di ombre lunghe, flash improvvisi, con risultati ipnotici e memori di quel cortocircuito fra bianco e nero che ha segnato tutta l'arte tedesca delle avanguardie storiche (fra pittura, grafica e fotografia). Finelli indaga così nelle sue opere, quasi monocrome, il punto di contatto fra verità e percezione, fra l'oggetto e il suo mistero, la certezza e il dubbio nascosto nel buio profondo di un colore nero che modula sfumature impercettibili e inghiotte lo sguardo nell'abisso della notte. I lumi inattesi, i bianchi opalescenti dei lampioni, mettono a fuoco porzioni di un reale che si manifesta solo in parte. La memoria fotografica delle immagini dipinte è tradita da un gioco di rimandi intellettuali dove ogni dipinto ha un referente preciso in un fotogramma, ma la narrazione non cede mai al didascalico; viene sublimata in una dimensione astratta. Il luoghi della rappresentazione diventano luoghi della pittura; ogni scenografia è l'alibi, il pretesto per uno studio dei meccanismi di percezione della realtà filtrata dall'obiettivo. Vista nel suo complesso, la sequenza dei lavori di Finelli può essere idealmente ricostruita in una unità visiva. È, a sua volta, una concatenazione di fatti narrativi che seguono nuovi copioni. Se l'organicità dell'opera non distrae dalla visione individuale di ogni singolo brano, crea al tempo stesso un intervento ambientale all'interno della galleria; come se “mille occhi” fossero puntati in direzioni diverse, dentro scene che si alternano in inquadrature differenti. Le inquadrature stesse di Finelli inaugurano un concetto di composizione formale ispirato ai movimenti della macchina da presa, laddove la ripresa viene a coincidere con il cono prospettico dell'occhio che entra ed esce dal set, che si muove fra interni di case borghesi e strade illuminate dai fanali delle auto nell'oscurità. Piani a focale variabile, zoomate, fermimmagine, carrellate ottiche. Sono tutti elementi di un lessico traghettato dal linguaggio del cinema a quello della pittura che, nelle immagini sospese di Finelli, sposano le tre unità aristoteliche di tempo, di luogo e d'azione, canoni essenziali di un racconto che immortala, nel segno dipinto, le vite degli altri.