Fausto Meli. Effetto Nottetempo

Dal 13.05.2017 al 18.06.2017

a cura di Gigliola Foschi

 

Immagini simili a visioni in un buio squarciato da bagliori lontani, sovrastato da un cielo immenso, punteggiato di stelle e pianeti, a volte attraversato dal magico biancore luminescente della Via Lattea. Parti di terra interiore osservati come per la prima volta, forse solo immaginati, forse davvero esistenti e visibili solo a chi, come Fausto Meli, ami Perdersi nella notte – titolo significativo dell’ampia ricerca fotografica (ancora in corso) che l’autore ha iniziato nel 2009 e che presenta accanto alla recente serie Sightline (2015), dedicata alla rievocazione di una corsa automobilistica che avvenne nel circuito cittadino di Piacenza nel 1947, quando per la prima volta vi partecipò una Ferrari. Due serie che solo in apparenza appaiono molto distanti tra loro: entrambe sono infatti attraversate da una temporalità inquieta, dilatata e sospesa, capace di suggerire che qualcosa dovrà accadere o che forse è già trascorsa. Scattate in pieno giorno, con un sole estivo quasi allo zenith, le immagini di Sightline, grazie a tale luce abbacinante, giocano su una sorta di effetto notte (come indica il titolo della mostra). Tale luce appare infatti simile, per certi versi, a quella artificiale dei lampioni e dei faretti che illuminano l’oscurità, in quanto crea a sua volta ombre violente, nette e inaspettate; oscura e cancella parti delle immagini e altre le rivela con il vigore di un metafasico faro poderoso. Il buio delle immagini di Perdersi nella notte, nate dai molti viaggi compiuti da Meli in giro per l’Italia (dalle montagne dell’Appennino al mare della Liguria, fino all’entroterra della Basilicata) non è un abisso oscuro e inquietante, ma il grembo fecondo in cui, grazie alle luci inaspettate della notte, ci avviciniamo a sconosciute e magiche configurazioni, che disegnano un nuovo rapporto con il mondo: lo aprono infatti a una visione intrisa di un soffuso incanto che pare sospendere il tempo e allontanarci dalla fretta della quotidianità diurna. Tali immagini nascono come un esercizio di attesa e di silenzio, come un saper rinunciare a sé per consentire al paesaggio di apparire, creando nuove forme e visioni inedite, grazie a un linguaggio carico di oscure sonorità. Simili visioni inconsuete Meli riesce a crearle anche nella serie Sightline. Anziché adottare l’ormai abusato metodo dello spanning – con cui si vuole rendere l’idea del movimento – Meli “congela” le auto, le cristallizza fuori tempo, quando stanno per entrare nell’inquadratura oppure ne sono già in parte uscite. Egli evita di cogliere l’apice dell’evento e il mitico “attimo fuggente”, per concentrarsi invece sul “dopo attimo”, su qualcosa che deve ancora accadere o sta già per scomparire, risucchiato dal tempo che scorre. Un tempo perduto che può solo essere resuscitato nel gioco del “come se…”; che può vedere giocosamente intrecciarsi vecchi bolidi d’altre epoche e segnali stradali dell’oggi. Il tutto in un tempo e in una realtà a sua volta cristallizzata, un po’ reale, un po’ simile al frame di un film d’antan, dove le auto erano immancabili protagoniste. Queste foto “imperfette” hanno un’altra perfezione, perché – mentre ci mostrano il presente – sanno al contempo raccontarci e farci immaginare senza enfasi l’epoca di queste antiche gare automobilistiche. Il movimento non è più creato dallo sfrecciare delle auto eppure è ugualmente presente nelle linee diagonali che le sue immagini, accostate tra loro, sanno costruire con rigore geometrico.