Alfonso Borghi. La pittura come poesia

Dal 16.09.2017 al 15.10.2017

A cura di Giovanni Faccenda

Chi conosca, anche solo marginalmente, la natura indomita e i suoi mille interessi, sa quale genere di sentimenti travolgenti al solito intervengano a sollecitare la vena creativa, incessantemente feconda, di Alfonso Borghi. Da sempre portato a coltivare ognuno degli intimi fremiti che gli appartengono, continua, fra l’altro, a offrire saggi cospicui di una abilità non comune: quella di trasformare anche il meno appariscente indizio esistenziale in potente pretesto di pittura. L'intero ambito della tela diventa così, per lui, un’avvincente sfida che gli è impossibile non accettare; il colore e qualunque ricercatezza materica, più o meno vistosa, sono i segni, estremi, di un conflitto che perdura, fertile di germinazioni, nella sua anima di pittore incline alla meraviglia e all’incanto. Stavolta, a orientare, di Borghi, l’ardente itinerario espressivo e, prim'ancora, quello emozionale, sono i versi di alcuni poeti stabili nel Pantheon dell'eternità: da Shakespeare a Withman, da Baudelaire a Kavafis; senza dimenticare Rimbaud, Rilke e Yeats. Tutt'altro che casuale, nel caso ciò fosse frainteso, la scelta di simili brani, poesie o riduzioni narrative: rispecchiano, infatti, comunanze elettive espresse ora con parole mirabili, ora in struggente pittura; alternanze emotive rivelatrici di verità profondissime, che insistono fin dalla notte dei tempi; archetipi e lasciti ancestrali vorticanti nei cieli dell’arte e, parimenti, in quelli della letteratura. Merito non indifferente di Borghi, tuttavia, quello di non aver scelto, nell’occasione corrente, la più facile strada illustrativa, lasciandosi all'opposto aperta la via a licenze e libertà interpretative ovunque affascinanti quanto sorprendenti. Il catalogo della mostra, con testo critico di Giovanni Faccenda, è stato realizzato dall’Editoriale Giorgio Mondadori.