I ARCHIVIO

SEGNI DI GUERRA | L’EX LIBRIS EUROPEO ALL’EPOCA DEL PRIMO CONFLITTO MONDIALE A CURA DI CLAUDIO STACCHI | LUIGI BERGOMI | GIUSEPPE CAUTI

Dal 18.12.2018 al 10.02.2019

In mostra negli spazi dell’Antico Nevaio una eccezionale collezione di 150 ex libris su temi ispirati al primo conflitto mondiale: un corpus esemplare di piccola grafica in cui, fatto rarissimo, il tema del foglietto travalica e prescinde dalla identità del titolare, dai suoi interessi e dalle sue passioni per imporsi come tema totalizzante, leit-motiv della vita di quegli anni cruciali. Negli ex libris eseguiti dall’inizio della prima guerra mondiale fino agli anni Venti, la guerra è interpretata ed evocata con stili estremamente diversi, a seconda del succedersi degli accadimenti: nel 1914 il sentire comune della società civile era disinteressato a individuare le responsabilità che avevano condotto al conflitto, ma piuttosto interessato ai possibili vantaggi che i singoli stati avrebbero potuto ottenere al termine delle ostilità: “La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”: ecco il concetto espresso da von Clausenwitz nel suo “Vom Kriege” che rende perfettamente l’idea della guerra come semplice strumento politico, uno fra i tanti, e come percorso glorioso e di breve durata. Purtroppo non fu così, e infatti con il passare degli anni il fardello delle atrocità sperimentate si farà sempre più pesante: scompare ogni retorica, e l’unica ambizione rimasta è quella di arrivare il prima possibile alla fine dell’atroce conflitto. Nascono i gioielli letterari di Ungaretti e di Rebora mentre cadaveri e scheletri cominciano a popolare veri e propri piccoli capolavori della incisione, quali gli ex libris di Willi Geiger, Arthur Paunzen e Mathilde Ade. Dopo il 1928, a pace raggiunta, la memoria della guerra diventa una cicatrice profonda, che rimarrà nell’animo dei sopravvissuti per tutti gli anni Venti.

MARCO RIGAMONTI |PRESEPI PADANI | VIAGGIO TRA I PRESEPI IMMERSI NEI PAESAGGI DELLA PIANURA PADANA

Dal 16.12.2018 al 10.02.2019

Lungo le strade di campagna di alcune aree della Pianura Padana era viva l’usanza, nel periodo natalizio, di esporre il presepe davanti alla propria abitazione, nell’aia della fattoria, nel cortile dell’azienda agricola. Questa antica tradizione va però scomparendo ed i presepi, a volte bizzarri ma sempre molto rappresentativi, diventano sempre più rari e difficili da trovare. Si trovano spesso su strade secondarie con pochissime indicazioni per raggiungerli. Una volta trovati, mentre mi accingo a fotografarli, spesso mi perdo nel bellissimo paesaggio che li circonda lasciandomi conquistare dalla dolcezza di questo splendido territorio a cui appartengo ma che a volte sottovaluto nella sua bellezza. In questo lavoro ho voluto raccontare ciò che rimane di questa rappresentazione popolare (spesso un po’ kitsch) della spiritualità tipica del Natale che racchiude in sé il senso religioso e la devozione tipici delle persone umili e semplici. Marco Rigamonti

ARMODIO | PASSEGGIATE FRANCESI FRA ALTRE OPERE

A CURA DI GIOVANNI FACCENDA

Dal 15.12.2018 al 10.02.2019

E’ un universo di rituali enigmatici, quello del Maestro Armodio: mise en scene di manufatti che, se e quando non esistono, eppure riconosciamo, un mondo parallelo costruito con i segni di questo, e da cui le cose prendono a prestito il proprio sembiante per poi vivere di una vita altra, in attesa di un qualche misterioso accadimento. Ecco allora che lo sguardo si attarda sulla pelle delle cose e sui suoi infiniti accidenti e cerca indizi, mappe di quella geografia segreta che ci faccia strada, al cuore del segreto. Inutilmente, perché l’enigma rimane ed è sì spiazzante ma mai perturbante: è garbato stupore, con dentro il sorriso di un’ironia misuratissima. Artista da sempre in ascolto del segreto ultimo delle cose, Armodio è Maestro dalla tecnica prodigiosa e di colto e luminoso pensiero. Una pittura asciutta, rigorosa, di stupefacente meticolosità in cui il rilancio delicato del contorno raccoglie i volumi con attenzione amorosa, figlia della migliore tradizione dell’antico. Una mostra straordinaria con, fra le tante opere, su carta e su tavola, il corpus dedicato alle sue Passeggiate francesi: quindici tempere in cui il gusto per lo straniamento si fa forma viva nella metamorfosi di scarpe visionarie eppure ricche di estrosa poesia.

IN BETWEEN | MALTA: LO SGUARDO DELL’ARTE FRA DUE CONTINENTI | PERCORSI MALTESI DI ARTE CONTEMPORANEA | VICTOR AGIUS AARON BEZZINA TREVOR BORG VINCE BRIFFA RYAN FALZON FRANCESCA MERCIECA JOE SMITH ANDREA ZERAFA

Dal 20.10.2018 al 09.12.2018

A cura di Joe Philippe Abela

Con la collaborazione di Elyse Tonna

La mostra sarà inaugurate da S.E. Vanessa Frazier, Ambasciatrice di Malta presso la Repubblica Italiana La Galleria Biffi Arte è lieta di presentare In between. Malta: lo sguardo dell’arte fra due continenti. Protagonisti della mostra, otto fra i migliori artisti attivi nel panorama dell’arte contemporanea maltese e al centro della ricerca, il concetto di tempo inteso come parametro diffuso interiorizzato, esperito e comunicato attraverso prospettive differenti. Con la supervisione di Joe Philippe Abela, gli otto artisti esplorano la complessità implicita nel concetto di tempo, analizzandone gli aspetti simbolici con differenti strumenti espressivi. Il tempo è una costruzione dell’uomo, agevola l’arte di essere e si manifesta attraverso i cambiamenti, gli sviluppi e il ricorrere degli eventi. Può essere interiorizzato in modo differente, talvolta incondizionato e non intenzionale, e può avere un andamento lineare, ciclico o finito. E’ un meccanismo trainante che continuamente ci induce a mettere in discussione, a investigare, a cercare di comprendere, a riflettere e a creare. Intrinseco al concetto di tempo quello della atemporalità che rappresenta il tempo come una circostanza infinita, contrastata e sfidata da infinite unità e strumenti di misura. Ma In between. Malta: lo sguardo dell’arte vuole anche offrire l’opportunità di schiudere lo sguardo sullo stato dell’arte a Malta: territorio di rara complessità culturale, l’isola è punto speciale di incontro fra due differenti culture, quella europea e quella africana, ed è nel contempo portatrice di una propria assoluta unicità.

ANDREA MODICA | RECENT WORKS

Dal 19.10.2018 al 09.12.2018

A cura di Annamaria Belloni e Marco Rigamonti

I soggetti fotografati da Andrea Modica, una delle più affermate ed interessanti fotografe del panorama americano degli ultimi anni, si collocano in un’atmosfera surreale, quasi al di fuori del flusso del tempo: non descrivono eventi o azioni particolari, ma vengono isolati in un tempo parallelo, come se l’autrice volesse avvolgerli di una nuova sacralità. I luoghi nelle immagini di Modica non sono descritti, ma sono avvolti in un’atmosfera misteriosa e a tratti inquietante, dove può accadere che il bianco di una stoffa di un cuscino o una tovaglia, diventi un fondale per un soggetto apparentemente banale, che l’artista riesce a trasformare nel protagonista di un racconto metafisico. Lo stesso tipo di mistero si coglie nelle immagini del lavoro più recente “January 1”, un progetto fotografico realizzato in occasione di un evento che si svolge da trecento anni nei quartieri della classe operaia di Philadelphia (città dove l’autrice vive e lavora): “the mummers” (i mimi), a differenza degli altri soggetti, sono ritratti in maniera seriale, collocati in scorci cittadini anonimi, dove il mistero sta non tanto nei luoghi senza tempo delle ambientazioni precedenti, bensì negli sguardi e negli atteggiamenti di persone comuni, vestite per un giorno con abiti goffi e improbabili, ben lontani dalla realtà quotidiana, come provenienti da un’epoca differente. Tutte le fotografie in mostra sono state scattate con banco ottico e stampate a contatto 20×25 con l’antica e preziosa tecnica del platino-palladio. Andrea Modica è nata a New York e vive a Philadelphia, dove lavora come fotografa e insegnante alla Drexel University of media arts and design. I suoi lavori fanno parte delle collezioni permanenti delle più prestigiose istituzioni e musei americani.

GIOVANNA GIACHETTI | IL GIARDINO DI LATTA

Dal 19.10.2018 al 09.12.2018

A cura di Martina Corganti

In questa sua ultima personale, Il Giardino di latta, Giovanna Giachetti presenta un corpus di opere inedite, realizzate appositamente per l’occasione, assemblate in un’installazione complessa e suggestiva, che occupa l’intero spazio dell’Antico Nevaio della Galleria. Il visitatore si trova circondato da “laghi delle ninfee”, fiori alti sullo stelo, personaggi dall’aspetto esile e straordinario, un grande “mantello” dai molteplici intarsi, e diversi elementi a parete che trasformano l’ambiente in un luogo incantato e ambiguo, fiabesco ma non privo di inquietudine. Il Giardino di latta, un titolo che discretamente richiama sia i celebri giardini delle ninfee di Claude Monet sia le cadenze stridenti del capolavoro di Günter Grass, Il tamburo di latta, riflette la scelta effettuata dall’artista alcuni anni fa, da quando cioè latta o lamiera corredata da fili e altre componenti metalliche “povere” sono diventate l’unico materiale da lei utilizzato; un materiale duro e tagliente che però, adeguatamente battuto e trattato, si dimostra capace di insospettabili sensibilità tanto al segno e al colore quanto, più prevedibilmente, alla luce. Il risultato sono elementi plastici sempre privi di volume che, per la loro stessa natura, compromettono l’idea di scultura pur senza rinnegarne la valenza spaziale. In mostra è proposta una ventina di opere recenti: personaggi dalla raffinata fisionomia e in forma di stele, tantissimi fiori ed elementi circolari dal sapore talvolta quasi optical che letteralmente dilagano nella stanza e sulle pareti, operando uno straniante ribaltamento fra la dimensione verticale del quadro e quella orizzontale “tipica” di questo tipo di intervento; infine, completa l’insieme uno straordinario e teatrale mantello trasparente, tutto composto da fili ed elementi metallici vibranti alla luce, emblema di una regalità (o dignità) tanto antica e magniloquente quanto vuota e simulacrale. Intense ma rarefatte le memorie di un’Africa lontana e archetipica, che per l’artista resta un’imprescindibile riferimento poetico e culturale. La mostra è a cura di Martina Corgnati, storica dell’arte e curatrice, docente all’Accademia di Brera di Milano Giovanna Giachetti, italiana, è nata a La Chaux de Fonds (CH) e ha lungamente vissuto fra Lagos (Nigeria), il Botswana e l’Italia. Si è diplomata in scultura all’Accademia Albertina di Torino. La sua opera è stata presentata in decine di mostre personali e collettive in Italia e all’estero; l’ultima, al Castello di Lagnasco (CN) è accompagnata da un ricco catalogo edito da Skira. Vive e lavora fra Cuorgnè e Milano

KIM SOMMERSCHIELD | COME UN IRTO FIORE

Dal 08.09.2018 al 14.10.2018

Io fui sui monti come un irto fiore –e guardavo le rocce, gli alti scogli per i mari del vento – e cantavo fra me di una remota estate, che coi suoi amari rododendri m’avvampava nel sangue–

Antonia Pozzi, febbraio 1934

Nato in Inghilterra da famiglia di appassionati d’arte, Kim Sommerschield ha scelto, quale mezzo per il proprio operare artistico, l’acquarello: con questo strumento “implacabile” e fortemente votato all’astrazione, l’artista dà forma, pittorica e finanche poetica, alle proprie passioni, prima fra tutte quella per la montagna. Una montagna evocata non più come pura rappresentazione mimetica, ma come contenitore di un sentire profondo e meditativo. Nasce un corpus di opere, appositamente create per questa mostra, in cui sotto alla filigrana del colore emerge la voce struggente della poetessa Antonia Pozzi (1912-1938), da cui il progetto ha preso spunto, ricordandone l’anniversario della morte, per farsi meditazione su ciò che è spesso alla base del processo creativo: la solitudine. La mostra non vuol certo essere un percorso biografico-ideologico, ma piuttosto un progetto autoriflessivo il cui punto di partenza è proprio l’evocazione dei luoghi montani aspri e solitari in cui la poetessa cercava pace e ispirazione. Luoghi che nella traslitterazione di Sommerschield diventano “luoghi dell’anima”. Una mostra che è anche sul dipingere inteso come processo di affinamento e sintesi, inseguendo un ideale estetico fuggente eppure potente, che trova consonanza nelle parole della Pozzi, “asciutte e dure come sassi”. Ma la mostra accoglie, infine, anche un’altra istanza, certamente specifica ma di risonanza universale e trasversale alle epoche: è la tragedia di Antonia Pozzi intesa come drammatica lotta di una giovane donna contro una patriarchia aggressiva e le soffocanti convenzioni sociali.

ARMANDO FETTOLINI | IMMERGERSI NEL CIELO

Dal 08.09.2018 al 14.10.2018

Ormai da qualche anno Armando Fettolini ha trovato il blu. E con il blu ha scelto di immergersi nel cielo. I suoi paesaggi, le sue Derive occasionali – già paesaggi dell’anima ma ancora ascrivibili a un genere pittorico figurativo – si sono mutati in campiture astratte, dove la materia gioca sempre un ruolo da protagonista, permeata, però, di un colore che ha finito con il predominare nella tavolozza dell’artista, il colore simbolico per eccellenza, grande protagonista dell’arte di tutti i tempi. Progressivamente i paesaggi di Fettolini hanno smarrito il confine tra terra e cielo, hanno perduto la linea dell’orizzonte, si sono fatti luoghi intangibili e infiniti, spazi in cui l’elemento paesistico è relegato ad alcuni cenni simbolici o si è nascosto in piccoli dettagli che schiacciano l’occhio alla produzione passata. Lo sguardo dell’artista è andato oltre l’orizzonte, si è perso tra Whistler e Rothko, annullando i confini di un genere pittorico senza cercarne altri, vagando liberamente in un gioco sottile e convincente di pennellate materiche, costruzioni geometriche e decostruzioni visive, senza darsi alcun limite se non il proprio istinto pittorico. Le campiture si sono fatte sempre più geometriche, fino alla destrutturazione della superficie pittorica in frammenti, in moduli composti e compositi, che donano all’opera un margine straordinario di libertà e possibilità di cambiamento. I paesaggi sono diventati cieli – o meglio, ipotesi di cielo – e spazi assoluti in cui perdersi con l’immaginazione. Sono opere fortemente immersive, avvolgenti e sospese, che paiono giocare con il vero, sfiorandolo per poi allontanarsene. Opere che raccontano una scelta: una scelta espressiva ma anche una scelta poetica, compiuta incamminandosi in un percorso che inizia, non a caso con l’immagine di una stella salente, una stella che simboleggia la volontà del cambiamento e del fare e non l’attesa passiva dell’avverarsi di un desiderio. La volontà e la scelta paiono, dunque, essere due parole cardine di questa nuova produzione, giunta dopo quarant’anni di ricerca coerente e personale, segnando di fatto una delle fasi più convincenti della produzione dell’artista.

Simona Bartolena

CARLO BARUFFALDI | IL PESO DEL MONDO, L’AMORE

Dal 07.09.2018 al 14.10.2018

Il peso del mondo è amore. Sotto il fardello di solitudine sotto il fardello dell’insoddisfazione il peso, il peso che portiamo è amore.

Allen Ginsberg (Newark, 3 giugno 1926 – New York, 5 aprile 1997)

Come Dorian Grey, Carlo Baruffaldi, nato a Correggioverde, in provincia di Mantova, nel 1934 ha saputo mantenere una specie di eterna giovinezza, dopo una vita errabonda che lo ha portato a girare il mondo dipingendo, sempre dispensando fantasia con la leggerezza di un incantatore elegante e sfuggente insieme, un narratore dell’eterna fiaba dell’amore, inseguito e perseguito con, come sottofondo, l’incanto della voce della moglie cantante lirica. E le sue opere sono poesia fatta colore, musica visiva: viaggio senza fine e senza ritorno tra pianeti che hanno l’iridescenza dei sogni. Baruffaldi si è mosso nello stesso modo, quasi veleggiando in solitaria, anche nell’accostarsi alla pittura, anche se ha frequentato Giorgio De Chirico, al punto da considerarlo se non il proprio maestro almeno un costante punto di riferimento, a Chagall e Mirò, conosciuti personalmente a Parigi. Così ha mantenuto l’inquietudine dello zingaro, sempre pronto a partire con un bagaglio minimo, disponibile all’avventura, al rischio, con un ottimismo di fondo tenace e testardo che gli fa superare il suo carattere umorale ed umbratile. le sconfitte in un andare oltre fatto di strade, scie, ponti, barche, vorticare di luci, pianeti e acque che colorano cieli in fantomatici colori, in vastità che darebbero un senso di smarrimento e vertigine, se non fosse che proprio qui, proprio ora improvvisamente la coppia, il maschio e la femmina, si congiungono e dandosi la mano procedono per la propria strada. E’ una specie di eterno sogno, di rinnovato rimpianto di una giovinezza e di primavere eternamente cicliche. Come ha scritto Allen Ginsberg, uno dei poeti più rappresentativi della Beat Generation:

“… ma noi il peso lo portiamo stancamente, e dobbiam trovar riposo tra le braccia dell’amore infine …”

Ed è quello che ha sempre fatto e fa Carlo Baruffaldi raccontando e scrivendo con i colori i suoi personali viaggi nel sentimento che sono abbandono confidente all’emozione, sono disponibilità a lasciarsi andare senza remore né garanzie, sono il diario continuamente riscritto tra il desiderio e la disponibilità a farsi incantare.

Marzio Dall’Acqua

ELEONORA MARZANI | POSTCARDS TRILOGY

Dal 22.06.2018 al 08.07.2018

Video Project di Eleonora Marzani

Ad ogni latitudine il vestito porta un dono. È per uno sguardo che ci prepariamo. Davanti allo specchio non decidiamo di metterci soltanto gli abiti che ci stanno meglio addosso, ma ci visualizziamo in un paesaggio immaginato e sociale in cui agiremo. È proprio in funzione di questo che scegliamo gli abiti e con essi lo ‘portiamo’ con noi nel mondo. Questo vale in maniera particolare per l’Italia, dove la relazione tra quel che si mette e ciò che si è non è mai casuale, anzi ha una chiara lettura identitaria. Postcards Trilogy è costituita in tutto da 42 brevi video-cartoline e dai testi che le accompagnano. In ogni postcard appare un solo protagonista che indossa un capo d’abbigliamento che gli appartiene, che ama molto ma non ha (quasi mai) l’occasione di mettere. Così vestito, è collocato in un paesaggio/scenografia scelto da me e rimane lì ad aspettare, senza far nulla, senza far finta che non ci sia un occhio che guarda, senza intrattenimenti o diversioni. I video successivamente montati sono accompagnati da libretti con i testi creati a partire da interviste fatte ai protagonisti dopo l’esperienza dell’attesa. Queste sono le regole del gioco. La performance è uno strumento usato qui nella sua accezione di ‘prestazione’: non c’è esibizione vera e propria ma piuttosto l’esperienza dell’essere visibili in maniera diversa dal quotidiano. Eleonora Marzani ELEONORA MARZANI, attrice, performer, formatrice e visual artist. È tra i vincitori del Premio Creatività 2017 – Progetto SPACE, promosso dal Comune di Ascoli Piceno, ed è membro del centro di ricerca artistica CHAIA/Università di Évora, Portogallo

DARIO BALLANTINI DIPINTI | SCULTURE | VIDEO

Dal 08.06.2018 al 08.07.2018

A cura di Massimo Licinio

In mostra alla Galleria Biffi Arte un cospicuo corpus di opere pittoriche che, accanto a video e sculture, costruiscono il percorso artistico di Dario Ballantini (Livorno, 1964). E’ un linguaggio certamente figlio dell’approfondita assimilazione delle prime avanguardie artistiche, espressionismo e cubofuturismo in modo particolare, ma pronto a riconfigurarsi in un gesto violento eppure controllatissimo, impaginato in campiture esatte di colore fermentante. Ed è il volto come “maschera” (non a caso al centro della vita professionale altra di Ballantini), il territorio di elezione di questo lavoro, in cui il colore è portatore di un’energia che fa della tela un vero e proprio campo di forze. In dialogo con le opere pittoriche, una selezione di pezzi prodotti dal migliore design italiano, per gentile concessione di Pialorsi Arredamenti, a evocare i contorni di un paesaggio domestico in cui le forme pure degli arredi temperano i colori “furiosi” di Ballantini, in un dialogo felice di voci contrapposte. Consulenza artistica di Gianmaria Tosca In collaborazione con Michele Votto per ARTeCORNICE Con la partecipazione di PIALORSI Arredamenti e Kadō Flower Design

SCIENZA E CARITA’ | GRUPPO IDEAIMMAGINE

Dal 05.05.2018 al 03.06.2018

Mostra fotografica in occasione di Omeofest 2018, Festival dell’Omeopatia e delle scienze umane

Non è stato un viaggio privo di sorprese quello affrontato dai fotografi del Gruppo ideaimmagine alla ricerca di una rilettura iconografica sul tema dell’edizione 2018 del Festival dell’Omeopatia, “Scienza e Carità”. Interrogativi profondi hanno però fatto emergere percorsi e ritrovamenti per nulla scontati, le cui immagini hanno permesso agli autori di tracciare una mappa nuova, che sposta i confini oltre il momento di esperienza del reale. Forse mai come in questa edizione, la fotografia (Scienza?) si è rivelata come uno degli strumenti più attuali per indagare con coscienza (Carità?) il nostro tempo, perché il progresso non sta nel trovare delle risposte, ma farsi sempre nuove domande.

MAITI (Maria Teresa Invernizzi) | STANDART CLIPS

Dal 05.05.2018 al 03.06.2018

Presentazione di Giovanni Chiara

In mostra gli ultimi lavori della scultrice Maiti (Maria Teresa Invernizzi): una serie di sculture “da parete” che, con una linearità ora filiforme e ora leggermente più corposa, testimoniano la mediazione visiva con la terza dimensione tramite spessori che paiono tratti grafici, e si offrono all’armonia del fluire delle linee. Dal tondino di ferro alle fascette per materiale elettrico, si concretizza un percorso artistico raffinato e originale: il mostrarsi di primo acchito come rappresentazione criptica, viene decodificato attraverso il riconoscimento di soggetti propri di una sfera di conoscenza affettiva. Incontriamo così tuffatori perduti nel nulla di un elemento da scoprire, ai quali si affiancano le anatomie umane tronche che sanno di reperto, vene e arterie a incrociarsi nell’essenza della scorrevolezza delle forme, fino alle anatomie equine, teste e non solo, tracciate come fossero schizzi veloci, eppure corpose di sostanza forte.

GIUSEPPE MASCARINI (1877-1954) | LO SGUARDO VIGILE SUL REALE E IL RARO LUSSO DI “DIVAGARE NEL SOGNO”

Dal 04.05.2018 al 03.06.2018

A cura di Antonio D’Amico

Giuseppe Mascarini nasce diciannove anni dopo Giovanni Segantini e soltanto nove dopo Giuseppe Pellizza da Volpedo e il suo linguaggio figurativo viene dall’Ottocento lombardo, in quanto, come sottolinea il futurista Carlo Carrà, la sua pittura è autenticamente lombarda e ottimamente inquadrata in un disegno sobrio ed equilibrato. Dopo l’ultima esposizione personale tenutasi alla Permanente di Milano nel 1942, dopo oltre settantasei anni dunque, alla Galleria Biffi Arte si potranno ammirare da vicino una selezione di circa trenta opere che evidenziano l’affascinante parabola artistica di Giuseppe Mascarini che si è soffermato, “sovranamente appartato da ogni specie di cenacolo”, a dipingere superbe vedute paesaggistiche, rifugiandosi in Engadina tra i luoghi cari a Segantini, ma anche raffinatissimi ritratti della vita intima famigliare e della borghesia milanese. La pittura di Mascarini, che è stata oggetto di una sistematica catalogazione confluita nel volume pubblicato da Skira e curato da Antonio D’Amico con contributi di alcuni tra i massimi studiosi dell’arte lombarda tra cui Annie-Paule Quinsac, è strettamente ancorata all’intramontabile cultura figurativa tardo-ottocentesca, dalla quale il pittore milanese non si separerà lungo tutta la sua esperienza artistica, fervida di suggestioni antiche ma reinterpretate con originalità e freschezza. Su questa scia della sicura aderenza al dato reale, Mascarini rimane fedele a se stesso e ferma nel tempo le sue immagini con la consapevolezza, come egli stesso dichiara, che “la vita è movimento ed io invece sto fermo e dipingo”. Il suo atteggiamento è quello di chi ha esercitato per tutta la vita la bella pittura, vivendo con sereno distacco i nuovi fermenti del Novecento, senza lasciarsi influenzare dal futurismo o dalle avanguardie che acclamano la destrutturazione della forma, rimanendo nel chiuso del suo studio a dipingere gli affetti e gli sguardi della quotidianità a lui più prossima. Il suo linguaggio pittorico, come afferma Antonio D’Amico, “è leggiadro, decantato sui rivoli del reale, attento com’è al valore della vita e degli affetti famigliari che lo proteggono persino negli anni del secondo conflitto mondiale, immerso com’è nella sua torre d’avorio, fatta dalla gioia della nascita di una figlia e dalla presenza di una giovanissima seconda moglie. Questa serenità lo accompagnerà fino alla morte, generando opere, oggi nascoste in numerose collezioni, in cui i travagli del mondo moderno non trovano posto”. I suoi scenari infatti, sono delicati e placidi, come i ghiacciai che dipinge salendo nel silenzio dell’alta montagna, la pennellata che incornicia i volti è decantata con armonia, dimostrando che ad appagarlo è la bellezza che emana dalle piccole cose, fermando sulla tela il tempo e lo spazio. Laddove si accosta al simbolismo, come nella dolcissima e delicata Campanella, una tela databile intorno al 1924, Mascarini non manca di raccontare la semplicità dell’umano esistere e l’innocenza che solo gli animi gentili hanno la possibilità di cogliere e vivere. Nella sua arte, scrive Annie-Paule Quinsac, “preferì affidarsi al proprio intuito d’artista che, riletti e assimilati scapigliatura e divisionismo, lo portò a un equilibrato uso del chiaroscuro e a una pittura sciolta e ariosa, dove la pennellata non è fonte di espressione ma sorregge le forme in una sintonia di volumi e toni, in cui domina la sicurezza del tratto”. In mostra, si avrà la possibilità di ammirare la pittura di un artista, vissuto tra due secoli, che ha saputo mantenere lo sguardo vigile sul reale, concedendosi il raro lusso di “divagare nel sogno”. In mostra anche numerosi prestiti provenienti da istituzioni pubbliche. Nell’ambito della mostra, due importanti conferenze dedicate alla tradizione pittorica lombardo-piemontese fra fine Ottocento e inizio Novecento: Venerdì 18 maggio ore 18 La ritrattistica fra fine Ottocento e inizio Novecento: i benefattori dell’Istituto dei Ciechi di Milano Conferenza di Melissa Tondi, Responsabile dei beni culturali dell’Istituto dei Ciechi di Milano Mercoledì 30 maggio ore 18 Il disagio di fronte alle avanguardie. Giacomo Balla, Vittore Grubicy de Dragon e quattro pittori della tradizione nell’ambito lombardo-piemontese della prima metà del Novecento: Giuseppe Mascarini, Carlo Fornara, Ambrogio Alciati e Clemente Pugliese Levi Conferenza di Annie-Paule Quinsac

OFF BRERA | SEI PERCORSI PER SEI NUOVI ORIZZONTI |  YUKI AOKI, ALESSIO BARCHITTA, DANIELE FABIANI, DOMENICO LIGUIGLI, VALERIA MANFREDDA, JULIAN SORDI

Dal 24.03.2018 al 29.04.2018

A cura di Maurizia Bonvini

Galleria Biffi Arte | Piacenza Antico Nevaio Dal 24 Marzo al 29 Aprile 2018 Inaugurazione | Sabato 24 Marzo ore 17.00 Off Brera, è uno sguardo sul futuro dei ragazzi dopo gli anni dell’Accademia. Artisti, giovani alla ricerca di una strada, di un linguaggio espressivo proprio, che può essere tra quelli esplorati durante gli anni di studio, ma anche del tutto diverso. Per alcuni il percorso appare semplice, lineare, già definito da un talento evidente, per altri invece la strada appare nuova all’improvviso. Alcuni esplorano di continuo tracciati inediti, altri cercano di unire talento e stabilità, indagando le possibilità dell’insegnamento o quelle nell’ambito del design. In comune tutti hanno la spinta costante alla ricerca. Perché questa, di là di ogni specifico percorso, è la peculiarità, l’impronta che lascia l’Accademia: l’urgenza a guardare sempre avanti, a incamminarsi per vie diverse di espressione, sperimentando tra linguaggi e materiali. Senza porre limiti nel percorso creativo. E questa è la differenza, lo stigma dell’Accademia di Brera, il segno che più di ogni altro fa la differenza tra Accademia e percorsi di studi diversi. I sei artisti presenti in questo group show (Yuki Aoki, Alessio Barchitta, Daniele Fabiani, Domenico Liguigli, Valeria Manfredda e Julian Soardi) applicano alle proprie radici l’irrinunciabile spinta alla sperimentazione, e danno voce creativa a quel sentire profondo che si portano dentro e che segna l’inizio della loro storia. Yuki Aoki appartiene a una cultura in cui la carta ha un significato quasi sacro: kami, in giapponese, significa carta, ma anche “Dio, divinità che si esprime nella natura”. Ecco allora che lavorare la carta, per un giapponese, significa ricercare un rapporto spirituale, profondo, personale con l’ambiente e con la natura. Alessio Barchitta la sua Sicilia l’ha stampata dentro e nei suoi strappi al silicone ha trovato forma, modo e materiale per raccontarne le architetture e le tracce. Per Daniele Fabiani, la valle lombarda, in cui è cresciuto, è la lente attraverso la quale guardare il mondo. E ovunque se ne rintracciano i segni: nei tratti, scorci di volti che si immergono nei laghi, o nei materiali, i legni che non può impedirsi di flettere e rivestire di colore – non colore: è il bianco velato che percorre tutta la sua ricerca. Domenico Liguigli, vola e spazia tra linguaggi e materia, cerca segni con cui marcare la sua storia, consapevole che solo il tratto creativo resta, esplora a tutto tondo, cerca la luce in uno spaccato di marmo che prima brucia, o nei dipinti a olio dove un punto bianco fende il nero assoluto. Ma la sua installazione può essere, ed è stata, anche solo UN punto, un segnale di luce. La sua. Per Valeria Manfredda l’arte è luce, un percorso che deve lasciare tracce, con fibra ottica, o nei riflessi e nei bagliori dell’acciaio e del rame, elementi che forgia perché moltiplichino i bagliori del sole. E infine il mare, luogo imprescindibile della sua storia personale, entra nel lavoro di Julian Soardi, in forma di ghiaccio. La sua è una riflessione sul rapporto fra mente e percezione visiva: una ricerca in cui, come dice l’artista stesso “L’incorporeo che si presenta ai nostri occhi ha le sembianze di una presenza immateriale”. Perché siamo all’apice della smaterializzazione dell’individuo e la materia non lascia più traccia. E’ importante dar vita ad iniziative di questa natura, nella convinzione di intraprendere un processo virtuoso, utile al pubblico dell’Arte, che vede affermarsi nuove presenze, con la possibilità di un collezionismo più avvicinabile; alle Istituzioni che hanno ulteriori momenti di verifica del proprio lavoro; alle Gallerie che hanno modo di intercettare nuove personalità, e infine ai giovani autori che possono valutare dal vivo l’effettiva efficacia della propria operatività. Renato Galbusera già docente di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera

ANTONELLA SIGNAROLDI | Yā-Huā Alla finestra

Dal 24.03.2018 al 29.04.2018

A cura di Susanna Gualazzini

Galleria Biffi Arte | Piacenza Sala Biffi Dal 24 Marzo al 29 Aprile 2018 Inaugurazione | Sabato 24 Marzo ore 17.00 In mostra 24 lavori frutto della inesausta volontà sperimentatrice dell’artista piacentina Antonella Signaroldi. Scostandosi dalla consuetudine con le tecniche incisorie più tradizionali, a lungo praticate, con questi lavori Signaroldi affronta modalità nuove, e sfrutta la sapiente familiarità con il torchio per approdare a esiti sorprendenti. E sono i figli più randagi della natura, i protagonisti di queste carte: erbe infestanti, baccelli solitari, girasoli spolpati del loro sole, rose sfinite, radici denudate: Signaroldi lavora fiori, erbe spettinate e indocili, e li riarmonizza con gesti sicuri. Nasce un erbario di frammenti che celebrano l’impermanenza di essere, di esserci, ma che nel respiro finale del torchio, si fanno impronta definitiva che la carta restituisce con indicibile grazia. Ed ecco che, alla fin fine, è forse improficuo e superfluo interrogarsi sulla esatta appartenenza tecnica di questi lavori: sono, a tutti gli effetti, impressioni, tracciati di pochi segni risonanti, in cui la eco di forma e colore si fa sinopia, carica di tenerezza.

BARBARA SILLARI | L’ACQUA E LA BATTAGLIA DELL’EVANESCENZA

Dal 24.03.2018 al 29.04.2018

Presentazione di Susanna Gualazzini

Galleria Biffi Arte | Piacenza Sala delle Colonne, Salone d’Onore, Sale del Paradiso Dal 24 Marzo al 29 Aprile 2018 Inaugurazione | Sabato 24 Marzo ore 17.00 La retrospettiva presentata alla Galleria Biffi Arte L’Acqua e la battaglia dell’evanescenza ricostruisce la produzione pittorica di Barbara Sillari in un arco cronologico quasi ventennale, dal 1990 al 2018: un percorso complesso, di scontro e di scelta tra tenebre e luce, di cui la mostra ripercorre le varie tappe. A cominciare dalla serie dell’Eroe e i guerrieri, del 2001, in cui le tele si trasformano in veri campi di battaglia alla conquista dell’auto-consapevolezza, e dove la realtà si scontra con le forze dell’inconscio. Con la serie Trasposizione notturna il percorso metamorfico dell’artista si abbandona libero e fiducioso a una modalità simbolica: nasce una ricerca introspettiva che porta Barbara Sillari a una visione più meditativa e contemplativa dell’infinito, verso un linguaggio astratto e volutamente universale. Con i lavori dell’ultimo periodo, Aqua, origine della vita e Ondine (2007-2018) l’artista riflette sul concetto di “evanescenza”: il colore blu con tutte le sue complesse implicazioni di ricerca diviene, insieme al mare, luogo di contemplazione e punto di partenza per sperimentare sui colori più enigmatici. Un percorso che conferma la volontà, da parte dell’artista, di porre il proprio lavoro in continuità con la migliore tradizione dell’arte mediterranea, sia moderna che contemporanea. Barbara Sillari nasce a Modena nel 1963, vive a Monte-Carlo e dipinge da più di trentacinque anni, dividendosi fra Roquebrune-Cap-Martin e le colline modenesi. Subito dopo gli studi, in Italia e in Francia, è stata selezionata dal Centro Studi Antonio Ligabue di Parma con il quale ha collaborato per molti con mostre prestigiose. Ha avuto il privilegio di rappresentare il Principato di Monaco alla 50ma Biennale di Venezia (2003) ed è stata selezionata ufficialmente dal Governo Principesco per partecipare all’Esposizione Universale di Shangai (2010) e di Milano (2015) presso il Padiglione Ufficiale di Monaco con la personale Acqua, origine della vita.

GIORGIO TENTOLINI E MICHAEL GAMBINO| ILLUSIONI E NARRAZIONI

Dal 24.02.2018 al 18.03.2018

A cura di Alessandra Radelli

Gioca di sponda tra illusioni ottiche, finzioni, suggestioni e storie narrate la mostra in programma dal 24 febbraio al 18 marzo alla Galleria Biffi Arte di Piacenza. Organizzato in collaborazione con Colossi Arte Contemporanea di Brescia, il progetto mette a confronto e in dialogo due artisti dell’ultima generazione, entrambi caratterizzati da un immaginario multiforme, da un uso libero e inedito dei materiali e dalla capacità di muoversi in equilibrio tra una figurazione pulita e un concettuale intelligente e sofisticato. Giorgio Tentolini presenta una serie di figure femminili che pur collocandosi nell’iconografia più tradizionale – quella del ritratto e del nudo – spiazzano per la scelta di un materiale duro, inaspettato: una serie di stratificazioni di rete metallica ritagliata dall’artista in modo da ricostruire l’effetto del chiaroscuro fotografico. Stratificare materiali, ritagliarli, scomporre l’immagine per poi ricomporla come in un incantesimo, muoversi in un mondo ibrido tra bidimensionalità e scultura è stata la modalità dell’artista fin dall’inizio, quando faceva comparire personaggi fantasmatici tra strati di tulle o li creava da sovrapposizioni di nastro adesivo. Ma oggi, con la rete metallica, Tentolini ha fatto un ulteriore passo avanti. Le sue grandi Jeune filles, infatti, se viste da lontano ci osservano ammiccanti e sensuali, integre nella loro fisicità, una volta che lo spettatore si avvicina, incuriosito dalla consistenza ruvida del materiale, magicamente si dissolvono, si smaterializzano in un intrico di nodi metallici, in una versione riveduta e corretta dell’Optical Art e dell’Arte Cinetica. E ancora nuove letture offre il lavoro quando si scopre che a queste Jeune filles contemporanee Tentolini affianca le teste della statuaria classica, che ai loro corpi sensuali avvicina quelli di Veneri antiche, piene e materne, dandoci la misura di una bellezza che cambia e dell’inesorabile scorrere del tempo. Anche Michael Gambino si muove tra la bidimensionalità dell’opera a parete – questo sono, a tutti gli effetti, le sue installazioni – e la tridimensionalità della scultura, costituita qui di elementi recuperati (e l’objet trouvé in questo caso è il libro) e sciami di farfalle. Non le farfalle di Hirst, però, memento mori violentemente strappato alla vita in nome dell’arte, ma finzioni, illusioni di sciami: le farfalle, infatti, sono create dall’artista, ritagliando pazientemente la carta secondo i colori della natura. Sono queste creature leggere, dall’aspetto perennemente vibrante, a uscire come storie narrate dalle pagine dei libri che lui incastona al centro di composizioni eleganti, pulitissime, giocate su sinfonie di colori accesi. E sono sempre loro a sostanziare le grandi planimetrie, realizzate con uno sguardo alla gioia cromatica di Boetti e un altro alla precisione scientifica (Gambino viene da studi in scienze e biologia) che lo spinge a costruire ogni nazione proprio con le farfalle che lì, in quei luoghi, hanno il loro habitat. E – ancora – sono le farfalle protagoniste dei ritratti di profilo, spesso installazioni site-specific, che invadono gli spazi espositivi in un trionfo di ali palpitanti, in un brusio sommesso di colori e di luce. Simboli dell’effimero, precarie e fuggevoli, ma capaci di rinascere in forme nuove, di rivivere, e dunque – anche – simboli della metamorfosi e dell’eternità, le farfalle sono, per Gambino, l’idea stessa della bellezza. Una bellezza che racconta il mondo (sì, proprio il pianeta) e lo redime, che trasfigura la parola in poesia, che sostanzia le persone che amiamo. Una bellezza salvifica che può disperdersi in un istante, nel volo improvviso dello sciame, ma che in virtù dell’arte prima o poi tornerà a posarsi.

TIZIANA CERA ROSCO | LA CREATURA ININTERROTTA

Dal 24.02.2018 al 18.03.2018

A cura di Davide Brullo

Con La Creatura Ininterrotta, titolo della nuova mostra di Tiziana Cera Rosco, l’artista espone una serie di lavori, dalla performance alla scultura, passando per la fotografia e l’installazione, che mostrano un filo conduttore sottostante la sua ultima produzione, Holocene. Cresciuta nel parco nazionale d’Abruzzo, rintracciamo in lei una matrice sacra e naturale, una sorta di genesi mai esauribile. La performance Patientia, presentata negli scatti di Yari J.Montemagno, e che è una lentissima preghiera deformante, è nata e si è conclusa proprio nel bosco del lago di Barrea, in cui risiedono le sue origini, un bosco di salici argentati sommersi per la maggior parte dell’anno, i cui tronchi sembrano zampe e la cui caduta stabilisce la nascita di un nuovo tronco. Ed è proprio questa forma di rigenerazione continua che troviamo anche all’interno del lavoro dell’artista. Dai materiali scelti (il gesso usato negli ultimi calchi è lo stesso gesso usato nelle performance e ugualmente si può dire per l’uso delle radici e della canapa) ai temi affrontati. Il nucleo centrale della produzione dell’artista è il corpo, da cui potremmo rintracciare una sorta di biografia rituale, tenuto conto che Cera Rosco usa il proprio come matrice per ogni opera. Ma con l’ultima produzione si compie una sintesi più compiuta, in cui i luoghi suggeriscono l’anima del lavoro. Se prima era stato il suo luogo di nascita a far emergere l’espressione di una profonda ritualità, nei nuovi lavori troviamo il primordiale di un altro luogo: l’Islanda. Infatti il ciclo delle sculture Holocene nasce dopo un lungo viaggio nell’isola più primitiva del nord Europa, l’Islanda, che sintetizza con i suoi ghiacci e i suoi fuochi, una sorta di genesi mai estinguibile. I corpi che ci vengono presentati paiono reperti, resti rinvenuti da un passato remotissimo, che hanno subito metamorfosi non si comprende se durante la loro vita o in seguito ad essa. Si rimane così nell’ambiguità del capire se sono forme che ci hanno preceduto o resti di noi, per come ci ritroveranno nel futuro, primitivi come siamo. I materiali usati sono il gesso, la canapa, il bitume a cui si uniscono reperti animali e vegetali. Sembrano corpi che declinano una preghiera, l’emersione di quanto ha resistito al tempo ed è per questo divenuto eterno a se stesso, il rintracciamento di qualcosa di sacro a cui l’artista non smette di lavorare. Ogni frammento di corpo porta come titolo un frammento di versi di Cera Rosco. Ricordiamo “il mio fondo inumano sarà manifesto”, “vedremo il nostro linguaggio scoperchiarsi”, “sono l’animale a cui non ho più bisogno di credere” “my hearth is not here”: sembrano suggerirci ciò che la poesia ci impedisce di dimenticare, ossia l’enigma che riguarda la vita per quel che è e che non recuperiamo mai in forma narrativa ma solo per illuminazioni. Ed è cosi che l’artista affida al suo autoritratto “il mio ultimo giorno in me” l’immagine della mostra: un bacino spezzato dalla cui dolcezza viene rilasciata un’ernia inguinale. Cera Rosco ha sempre lavorato esclusivamente con l’immagine del proprio corpo e con la propria figura, usandola cosi tanto, dagli autoscatti, ai calchi sempre originali (data la sua ossessione per l’opera non riproducibile), da far “scomparire” la sua figura, superandola in un universale. L’installazione Anthurium – che è il nome di un fiore, il primo che l’artista ha usato nella sua produzione fotografica- richiama il tema del perdono, e insieme a quello della deposizione, è l’altra dominante della produzione dell’artista: 490 piccoli corpi che richiamano la frase del vangelo “quante volte bisognerà perdonare? 70 volte 7”, una riflessione sulla sufficienza o meno del perdono e sull’essere fatti a immagine e somiglianza di Chi.

GIUSEPPE LORENZON | PAESAGGI PADANI

Dal 24.02.2018 al 18.03.2018

A cura di Susanna Gualazzini

Venticinque scatti, frutto dello sguardo esperto del fotografo Giuseppe Lorenzon, portano in mostra tutta la dolcezza del paesaggio padano: le sue colline, i suoi colori nella mutevolezza delle stagioni, l’operosità dei suoi abitanti. Nasce un repertorio che racconta la specificità di luoghi con cui l’autore stabilisce un rapporto di appartenenza profondo, antico. Un senso di appartenenza che risuona in ciascuno di noi.

Paolo Luxardo | Le Geometrie della percezione

 

Dal 20.01.2018 al 18.02.2018

A cura di Claudio Castellini ed Elena Zani

Testo critico di Luciano Caprile

Le geometrie della percezione si sviluppa attorno a sedici scatti scelti dal lavoro recente di Paolo Luxardo, fotografo ligure, classe 1962. Un percorso attraverso opere che da un’impronta minimalista evolvono verso visioni surreali e metafisiche, approdando a soluzioni sorprendentemente affini all’indagine pittorica. Recentemente selezionato per partecipare alla ventiduesima Esposizione d’Arte Contemporanea di Avignone Entre terre et ciel e alla prima Triennale della Fotografia Italiana di Palazzo Ca’ Zenobio a Venezia, Paolo Luxardo usa con grande libertà l’obiettivo fotografico, aprendolo a uno sguardo sempre pronto a “inventare” nuovi percorsi, nuove visioni.

TERRA Nuovi Dialoghi 3

Dal 20.01.2018 al 18.02.2018

A cura di Alberta Franzini

Per il terzo anno consecutivo il gruppo Arte e Nuovi Dialoghi affronta il piacere “coraggioso” di esprimere l’arte attraverso un cammino nuovo, senza teoremi o schemi configurati: ne scaturisce un labirinto di espressioni scavate nell’anima di ogni artista. Il racconto di questi artisti parte infatti dal desiderio di unire il pensiero a un dialogo artistico fatto di riscoperta della creatività, un vocabolario dove la materia incontra e sublima la suggestione e l’emozione, dove ogni forma si sottopone alla visione individuale. Sentire il bisogno di esprimere con spatole, colori e materia, esplorare il proprio animo nell’esistere attraverso il dilatare del tempo con un linguaggio espressivo, lascia emergere il rapporto con la natura, il silenzio, l’eternità: un unicum con i segni universali e indistruttibili della materia. L’artista attraversa l’immaginario, e il suo viaggio costruisce un’emozione ora scultorea, ora cromatica, ora tattile, spesso enigmatica. In mostra istallazioni, opere informali materiche a tecnica mista di:

GIUSEPPE BARONI, MARINA DODI, LUIGI CAMPAGNOLI, GIUSEPPE CODA ZABETTA, VIRIA DEL VECCHIO, BARBARA ERCINI, GIANPAOLO FERRARI,  ALBERTA FRANZINI, EMANUELE FRITTOLI, ANTONIA RAO MAR, VITTORIANA MASCHERONI, ANTONELLA SIGNAROLDI.

QUI ed ALLORA | Attualità del post moderno italiano II

Dal 20.01.2018 al 18.02.2018

A cura di Edoardo Di Mauro

Il gruppo selezionato da Edoardo Di Mauro, e proposto come seconda tornata espositiva dopo una prima edizione svoltasi nell’ottobre 2015 nei locali torinesi di Maurizio Colombo Art Design, rappresenta un esemplare spaccato di quella che il Curatore definisce la “generazione artistica saltata” degli anni Ottanta e Novanta. Una generazione le cui poetiche stanno vivendo una fase di approfondita rilettura, generando un eclettismo stilistico in cui si fondono pittu-ra, tecnologia, installazione, nuovi materiali, sono¬rizzazioni ambientali, uso ironico e spiazzante dell’oggetto e dei materiali di recupero. L’”allora” della prima post modernità, frutto del crollo della dimensione ide-ologica, e del desiderio di dare libero sfogo alla propria personale cari¬ca creativa, abbinato alla volontà di rivisitare intelligentemente i percorsi dell’avanguardia novecentesca, confrontandosi con la dimensione post industriale della “società dello spettacolo” prefigurata dai Situazionisti, sta¬bilisce una cinghia di trasmissione ideale con il “qui”, della scena attuale, di cui questi artisti, forti della corazza del proprio stile e della propria esperien¬za, riescono a evidenziare miserie e grandezze, denunciando i limiti della realtà senza sovrapporsi a questa, mantenendo un atteggiamento di lucida e disincantata ironia, e non venendo meno alla volontà di sperimentare, nel tentativo, mai spento, di creare una dimensione estetica allargata. I diciassette artisti presenti in quello che vuole essere un primo momento di approfondimento del tema, coprono un lasso temporale atto a comprendere l’intero arco della prima fase della post mo¬dernità, dalla fine degli Settanta ai primi anni Novanta.

Annunciazione di Antonio Ambrogio Alciati

Dal 16.12.2017 al 14.01.2018

Inaugurazione | Sabato 16 Dicembre ore 17

Accogliendo con piacere l’invito dell’Assessore alla Cultura, Massimo Polledri, Biffi Arte è onorata di ospitare l’opera Annunciazione di Antonio Ambrogio Alciati. La tela proviene direttamente dai preziosi depositi della Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza, e sarà esposta nell’Area Bookshop della Galleria Biffi Arte fino al 14 gennaio 2018. Ritrattista abilissimo, Antonio Ambrogio Alciati (Vercelli, 1878 – Milano, 1929) fu anche apprezzato docente, titolare della Cattedra di figura all’Accademia di Brera e presente in quasi tutte le Biennali di Venezia dal 1910 all’anno della morte. Annunciazione documenta il linguaggio della prima maturità dell’artista vercellese, con forme fragili, avvolte in un’atmosfera intrisa di vibrazioni evanescenti; con un verismo sentimentale, ma ancora memore della suggestione simbolista di fine Ottocento, l’opera offre una declinazione delicata eppure felicemente rapida del momento dell’annunzio alla Vergine. L’evento espositivo è stato realizzato con la collaborazione di Massimo Ferrari e di Maria Grazia Cacopardi, rispettivamente Presidente e Direttrice della Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi, e si inserisce nell’ambito di un progetto di interazione e dialogo della Galleria Biffi Arte con le istituzioni museali del territorio.

Francesca Ardito. Identical Twins

Dal 02.12.2017 al 14.01.2018

Progetto fotografico di Francesca Ardito

Presentazione di Silvano Bicocchi

A volte gli esseri umani si trovano a vivere un’esistenza condizionata dai giochi imprevedibili della genetica, tra questi i gemelli omozigoti perché sono due persone che nascono insieme, con lo stesso patrimonio genetico e identici tratti somatici. Quando il processo creativo del fotografo nasce dalla curiosità verso questi fenomeni naturali, egli può essere coinvolto in un’esperienza intima che va subito oltre la logica ed entra nello straniamento di un’irresistibile attrazione. Fu così per Diane Arbus, ed è accaduto anche a Francesca Ardito da quando ha conosciuto il dolore di una persona prostrata dalla perdita della sorella gemella. A differenza dalla Arbus che pose lo sguardo sulla varietà di persone segnate da uno stigma come: i gemelli, il nano, la donna cannone, l’uomo gigante, ecc… l’Ardito si spinge a cogliere interamente il senso più profondo solo nel fenomeno dei gemelli omozigoti. La coppia di gemelli è una variabile genetica umana paradossale che se ben osservata può risvegliare domande ancestrali sul significato del “Sé” e il senso dell’altro. Colpisce come nella coppia di gemelli sia evidente un’esistenza tra due persone dove l’alterità è labile perché ognuno deve rapportarsi col proprio doppio e a volte con inspiegabili fenomeni che riguardano le sfere immateriali della percezione e anche molto, molto oltre… Il progetto Identical Twins è un’opera di natura concettuale che compone l’idea centrale sia con l’immagine fotografica che con la parola. In esso l’autrice osserva il fenomeno dei gemelli secondo due direttrici: la diversa età e la diversa etnia. Mentre con la parola enuncia i comportamenti conseguenti allo stigma, con le immagini interpreta quel determinato aspetto considerato. L’ampia conoscenza delle culture del mondo di Francesca Ardito, mette in gioco una gran varietà di segni e simboli di diversi popoli della terra e ci fa comprendere come il fenomeno dei “gemelli omozigoti” possa così tingersi di misteriose trame esistenziali e diventare sempre più complesso e attraente. Francesca Ardito è stata la vincitrice, nell’edizione 2016, del Premio Biffi, offerto da Formec Biffi, main sponsor del Premio Cairo.

Alfredo Casali. Tutto lo spazio che vuoi

Dal 02.12.2017 al 14.01.2018

A cura di Chiara Gatti

La Galleria Biffi Arte ospita una nuova personale di Alfredo Casali, curata da Chiara Gatti. Venti dipinti a olio (per la maggior parte inediti) e una selezione di carte svelano la ricerca recente del maestro piacentino reduce da alcune mostre importanti allestite nel corso dell’ultimo anno anche a Napoli, Milano e Busto Arsizio. Autore di immagini poetiche, in cui il rigore della composizione è spezzato da indizi visionari, brani narrativi nascosti nello spazio impalpabile del quadro, Casali cita e rilegge in forme intime la lezione del grande astrattismo lirico di Klee e Licini, riflettendo sul linguaggio stesso della pittura. Il suo lessico essenziale alterna segni minimali, giochi di velature, geometrie irregolari, una figurazione evocata da presenza iconiche, archetipi radicati nella memoria: la casa, la nuvola, la tavola, la neve. Elementi dal timbro arcaico, incisioni rupestri, disegni infantili; fattori diversi si mescolano in atmosfere sospese. Lo spazio ha qui un valore mentale, una dimensione infinita. Il titolo – legato a un ciclo di opere esposte – “Tutto lo spazio che vuoi” allude proprio all’estensione indefinibile, allo sguardo libero da confini, ai margini rotti, alle prospettive aperte. La pittura è intesa come un passaggio, un varco, un panorama incalcolabile. Poche tracce di un vissuto quotidiano concentrano la tensione in primo piano, sul fusto di un albero sottile, sul muro invisibile di una dimora che galleggia in assenza di gravità. Tutto il resto è, dunque, spazio. Casali gioca col sogno ma non perde di vista la misura. Ricorda Melotti e la sua capacità di sintetizzare l’universo in una linea: la traiettoria di una goccia di pioggia. E non dimentica neppure Morandi, l’equilibrio perfetto di pochissimi oggetti – due pani, una tazza – orchestrati sulla tela con ritmo quasi musicale. Saranno presenti lungo il percorso alcuni esemplari di un nuovo ciclo tematico, dal titolo “Geometrie familiari”. Il catalogo – in italiano e in inglese – è concepito come un libro d’arte, contiene testi di Chiara Gatti, Susanna Gualazzini e poesie di Alberto Pellegatta.

Juan Eugenio Ochoa. Vanishing

Dal 02.12.2017 al 14.01.2018

A cura di Susanna Gualazzini

Strato su strato, velatura dopo velatura, rispettando i principi della più tradizionale pratica pittorica, e poi procedendo “per via di levare”: è così che Juan Eugenio Ochoa (Medellin, Colombia, 1983) porta alla luce i propri volti. Sono tutti i protagonisti di Blu e Seta e di Lirica Analitica, i due percorsi espressivi, entrambi in mostra, che hanno portato il giovane artista colombiano ad affinare gli strumenti di un fare pittorico rigoroso nelle procedure ma liberissimo nel risultato. Perché Ochoa manipola l’ombra, cavandola dal campo luminoso del fondo a forza di colpi secchi di pennellessa: uno straordinario processo di sottrazione che dà vita a un consesso di presenze-assenze, messe in vibrazione dalla luce e dalla sua latitanza. Sono creature sulla soglia: della memoria, del ricordo, del tempo, pronte a venire verso di noi e già lontane, sparite, inghiottite in una sospensione luminosa. Visioni in uno spazio evanescente eppure dotato di volume, perché Ochoa, come un artista del Quattrocento, cerca la prospettiva, e la trova modulando il blu, un blu labile, con cui costruisce lo struggente scivolar via di questi volti verso un altrove di cui non abbiamo memoria. O forse l’abbiamo: è quella del dagherrotipo, della fotografia d’archivio, terra di volti senza nome. Sono i volti da cui l’artista prende le mosse, talvolta con un gesto sconvenientemente contemporaneo, dal cellulare, per trattenerli sotto le palpebre e restituirne sulla tela preparata, senza disegno, senza mappe di orientamento, l’imago evanescente. Artista inesausto, nella serie recentissima Blu e Seta va ancora più a fondo nella ricerca del valore semiotico dell’opera e accanto alla tela, suo strumento privilegiato, si cimenta con il più impalpabile dei supporti, il voile di seta, diaframma luminescente e opaco al tempo stesso, fissato su plexiglass. Ecco allora che, ancora di più, il dileguarsi dell’immagine si espande in una trasparenza nuova, a stento trattenuta nel retro dell’opera, in un soffio, prima di sparire.

Giancarlo Cazzaniga e gli anni del Realismo Esistenziale

Dal 21.10.2017 al 26.11.2017

A cura di Giovanni Cerri

Opere di Giancarlo Cazzaniga e: Giuseppe Banchieri – Pietro Bisio – Mino Ceretti – Gianfranco Ferroni -Piero Leddi – Sandro Luporini – Bepi Romagnoni – Paolo Schiavocampo – Tino Vaglieri

La mostra è un omaggio all’opera del maestro milanese Giancarlo Cazzaniga (Monza, 1930 – Milano, 2013) e ad alcuni artisti suoi contemporanei. Tra loro, saranno presenti in mostra opere di: Giuseppe Banchieri, Pietro Bisio, Mino Ceretti, Gianfranco Ferroni, Piero Leddi, Sandro Luporini, Bepi Romagnoni, Paolo Schiavocampo, Tino Vaglieri. L’esposizione è nata da un’idea di Giovanni Cerri e Mario Palmieri, storico mercante e amico di Giancarlo Cazzaniga. L’iniziativa serve a ricordare non solo il maestro scomparso recentemente, ma anche un periodo e un gruppo di artisti che per alcuni anni condivise tematiche e idee intorno a un pensiero critico sul realismo di quell’epoca che vedeva i primi segni della ricostruzione post-bellica. Con le loro opere, con una pittura scarna e ridotta quasi al bianco e nero, attraverso la narrazione di ambienti interni ed esterni legati soprattutto al contesto urbano, questi autori hanno raccontato quel periodo intermedio tra la fine del dramma della guerra e l’inizio di una nuova epoca, poi sfociante negli anni Sessanta del boom economico. Dal testo in catalogo di Giovanni Cerri: […] Per interesse singolo o di pochi amici, nascono ogni tanto queste iniziative di riproposta, per mostrare le loro opere intense che raccontano di quel periodo. In questa mostra abbiamo voluto ricordare e rendere omaggio a Giancarlo Cazzaniga, non più tra noi da pochi anni, con una selezione di opere sufficienti a tracciare un suo ritratto. I temi di Cazzaniga si sono succeduti per tutta la sua vita; in particolare i jazz-men e gli interni, ne troviamo esempi di grande qualità sia negli anni giovanili che nella tarda maturità. Sono spunti che non hanno mai cessato di ispirarlo, ne ha dato solo una differente interpretazione nei diversi periodi della sua vita. Come cambiamo noi, così evolvono anche i nostri dipinti, l’età ci conduce verso altre “letture”. I dipinti risalenti al periodo del realismo esistenziale si intonavano su scale di grigi, terre, bruni e neri profondi, colori e non-colori che traducevano la faticosa risalita di un Paese provato dalla guerra. Via via poi la tavolozza del maestro milanese si è arricchita di luminosità e cromie più vivaci, soprattutto nei cicli dei “glicini” e dei “paesaggi del Conero”, negli anni ‘70 e ’80. Ma, direi che il tema a lui più caro, ripreso negli anni recenti di una raggiunta e consolidata maturità è sempre stato quello dei musicisti jazz. Si pensi, a questo proposito, all’amicizia di oltre mezzo secolo con il celebre chitarrista Franco Cerri, rapporto che sottolinea il suo legame profondo e di lunga durata con la musica americana “incontrata” negli anni dell’immediato dopoguerra. Così come l’inquadratura dell’interno dimostra un particolare interesse all’interpretazione interiore, intima, segreta, di luoghi domestici o, a maggior ragione, dello studio, l’ambiente creativo dove tutto ha origine. Insieme alle opere di Cazzaniga, protagonista della mostra, abbiamo voluto rendere doveroso omaggio (con opere scelte tra quelle appartenenti agli anni del realismo esistenziale, dalla metà degli anni ’50 ai primi anni ’60) ai suoi “compagni di strada”, coscritti o di poco più grandi, come i già citati Gasparini e Schiavocampo, anche loro attentissimi alla rappresentazione della realtà di quel periodo. Il tema urbano aleggia e unisce un po’ tutte le loro ricerche, tese e concentrate nella resa delle periferie, degli interni, dei luoghi di lavoro…tutto rinasceva, allora, tra ciminiere fumanti e sirene di fabbrica, lungo le strade lunghe e rettilinee della Bovisa, della Bicocca, di Greco/Pirelli.

Alberto Andreis. Babele

Dal 21.10.2017 al 26.11.2017

A cura di Sergio Signorini

Quando si ha a che fare con Alberto Andreis, non c’è da chiedersi se la scenografia sia un’arte al massimo livello. C’è da chiedersi se l’arte al massimo livello può permettersi di non essere scenografia. Vittorio Sgarbi

Quindici acrilici su faesite e masonite e sette disegni, a carboncino e china, compongono l’avventuroso scandaglio del mito della Torre di Babele. Alberto Andreis affronta uno fra i più complessi e affascinanti temi biblici, contaminandolo con altri miti e riferimenti letterari: dal Labirinto, nelle sue molteplici strutture, alla borgesiana Biblioteca di Babele, intesa come spazio non misurabile. Ogni dipinto è un paesaggio interiore che scandisce le tappe del viaggio alla ricerca del vero sé, a partire dal sembiante iper-narcisistico della società occidentale odierna, la quale reitera ossessivamente il mito nell’edificazione di torri sempre più elevate: simboli fallimentari di una potenza divina irraggiungibile, e al prezzo di drammatici rischi. Eppure, nella pittura fuori dal tempo di Alberto Andreis, l’utopia fa capolino nella sua più sfolgorante veste positiva e concreta, intrisa di magica speranza. Le sue torri esprimono l’energia dirompente del saper tenere insieme gli opposti: prima fra tutti la doppia anima, neo-barocca e minimalista, che attinge, rivitalizzandoli, alla luce e ai silenzi della metafisica.

Camilian Demetrescu

La grafica astratta: storia di un passaggio

Dal 21.10.2017 al 26.11.2017

A cura di Susanna Gualazzini

In mostra, un corpus di serigrafie dalla cospicua produzione grafica di Camilian Demetrescu (Busteni, 1924 – Gallese, 2012), l’artista romeno che ha percorso il proprio tempo guidato dall’inesauribile volontà di dare voce ai grandi simboli esistenziali che sono al cuore del nostro essere nel mondo. Tutta la ricerca artistica di Demetrescu è stata una lezione di spiritualità, spesso in controtendenza con lo spirito del tempo, ma mai incerta, sostenuta da una profonda sapienza filosofica. Ne è nato un percorso artistico poliforme che approda, all’inizio degli anni Settanta, alla sintassi libera della grafica, in cui il complesso corpus simbolico dell’artista trasmigra in un sincretismo astratto di grande forza poetica. Astri, Impronte, Spazi, Conchiglie, Macchine per volare, sono forme nate da un’idea simbolico-naturale, forme impressive, chiamate a riflettere la realtà dello spirito di chi le contempla. E quando, a partire dagli anni Ottanta, l’artista approderà a un linguaggio più strettamente figurativo, soprattutto con le tempere e gli arazzi, recuperando i simboli della cristianità originaria e della tradizione ebraica, lo farà sempre guidato dalla consapevolezza per la quale l’uomo, esattamente come il Cosmo, è pluralità di dimensioni, e a questa complessità l’arte è chiamata a dare voce. La mostra intercetta la fase tradizionalmente definita “astratta” nella produzione di Demetrescu, un complesso momento d’ispirazione che si rintraccia anche nella produzione plastica dello stesso periodo. Sono opere che nella loro tramatura trattengono talvolta l’impronta di mitologie arcaiche, ma sempre cercano la trascendenza: quella “immobilità beata dello spirito”, come scrive l’artista con luminosa poesia, in uno spazio finalmente liberato dalle poetiche, dai linguaggi, dalla storia. Ed è questo, forse, il necessario passaggio grazie al quale la ricerca di Camilian Demetrescu rinascerà ancora una: con le Hierofanie e il coraggioso ritorno al figurativo, trattenendo, di quella delicata fase astratta, tutta la forza, la libertà, la luce.

Alfonso Borghi. La pittura come poesia

Dal 16.09.2017 al 15.10.2017

A cura di Giovanni Faccenda

Chi conosca, anche solo marginalmente, la natura indomita e i suoi mille interessi, sa quale genere di sentimenti travolgenti al solito intervengano a sollecitare la vena creativa, incessantemente feconda, di Alfonso Borghi. Da sempre portato a coltivare ognuno degli intimi fremiti che gli appartengono, continua, fra l’altro, a offrire saggi cospicui di una abilità non comune: quella di trasformare anche il meno appariscente indizio esistenziale in potente pretesto di pittura. L’intero ambito della tela diventa così, per lui, un’avvincente sfida che gli è impossibile non accettare; il colore e qualunque ricercatezza materica, più o meno vistosa, sono i segni, estremi, di un conflitto che perdura, fertile di germinazioni, nella sua anima di pittore incline alla meraviglia e all’incanto. Stavolta, a orientare, di Borghi, l’ardente itinerario espressivo e, prim’ancora, quello emozionale, sono i versi di alcuni poeti stabili nel Pantheon dell’eternità: da Shakespeare a Withman, da Baudelaire a Kavafis; senza dimenticare Rimbaud, Rilke e Yeats. Tutt’altro che casuale, nel caso ciò fosse frainteso, la scelta di simili brani, poesie o riduzioni narrative: rispecchiano, infatti, comunanze elettive espresse ora con parole mirabili, ora in struggente pittura; alternanze emotive rivelatrici di verità profondissime, che insistono fin dalla notte dei tempi; archetipi e lasciti ancestrali vorticanti nei cieli dell’arte e, parimenti, in quelli della letteratura. Merito non indifferente di Borghi, tuttavia, quello di non aver scelto, nell’occasione corrente, la più facile strada illustrativa, lasciandosi all’opposto aperta la via a licenze e libertà interpretative ovunque affascinanti quanto sorprendenti. Il catalogo della mostra, con testo critico di Giovanni Faccenda, è stato realizzato dall’Editoriale Giorgio Mondadori.

Roger Corona. Pattern geometrico

Dal 16.09.2017 al 15.10.2017

A cura di Maurizio Rebuzzini

È illuminante rilevare quanto il fotografo Roger Corona apprezzi l’arte contemporanea, e quanto la sua ispirazione si nutra dei capolavori dei grandi maestri, soprattutto di ambito scultoreo. Lo dimostra anche e soprattutto la serie di Pattern Geometrico, in mostra negli spazi dell’Antico Nevaio della Galleria Biffi Arte, trentatré lavori in cui il fotografo compone la propria visione in chiave plastica, andando, di volta in volta, a sottolineare bianchi, neri e grigi all’interno di inquadrature a lungo meditate, a lungo pensate. E lo stesso vale per le escursioni nel colore, mai sfacciato, mai ridondante, ma sempre e comunque ricondotto a una lievità cromatica e tonale. Con questi strumenti, nelle opere in mostra Corona affronta e risolve diversi aspetti di un tema centrale nella sua riflessione: quello della forma intesa come valore a sé, scissa sia dal contenuto oggettivo, il soggetto rappresentato, sia dal contenuto soggettivo, il carico di esperienza personale che si veicola attraverso l’immagine. Nasce uno spazio fotografico sospeso in cui, però, sempre e comunque la forma acquisisce una propria lucida collocazione, grazie alla cura controllatissima, viene da dire feroce, della luce e dell’ombra.

L’innocenza del vuoto – L’ex macello di Sant’Anna nella fotografia di Mauro Scarpanti

Dal 16.09.2017 al 15.10.2017

A cura di Susanna Gualazzini

A volte arrivo in certi luoghi proprio quando Dio li ha resi pronti affinché qualcuno scatti una foto.

Ansel Adams

Diciassette scatti, catturati di corsa, alla vigilia dell’inizio dei lavori di ristrutturazione e, per un soffio, Mauro Scarpanti ci consegna la verità nuda di un’architettura disarmata. E’ il Macello di Sant’Anna, costruito a Piacenza fra il 1892 e il 1894, afferrato dallo sguardo di Scarpanti un attimo prima di diventare tutt’altro territorio e anni dopo la sua chiusura definitiva, attorno alla metà degli anni Ottanta. Colto in una sorta di stato purgatoriale, in attesa di redenzione, il Macello sveste l’orrore della sua memoria passata e si fa spazio vuoto e, per questo, innocente. Questo, consegnano le fotografie di Scarpanti: l’innocenza di un luogo che ritorna innocuo e recupera una sua silenziosa bellezza. Ecco allora che i ganci, le carrucole, non a caso conservati nel progetto di ristrutturazione, abbandonano le tracce del loro uso e si fanno segni grafici, tracciati di luce che Scarpanti insegue e coglie, al volo. Gli è stata concessa una sola mezza giornata, negli spazi del Macello: poco tempo, impensabile per un fotografo dalle modalità puntigliose e sistematiche quale è Scarpanti. Quella “collaborazione con il sole” che auspica Alphonse de Lamartine, non gli è concessa. Le “materie prime” di cui dice lo scrittore John Berger, la luce e il tempo, gli sono negate. Di qui, l’allure da “semilavorato” di certi scatti, che certamente avrebbero richiesto più tempo, un maggiore ascolto del paziente racconto delle ombre, ma nel purgatorio, lo sappiamo, non si dimora per l’eternità, ma si sosta per poi andare altrove. Questo altrove è il Macello di oggi, che accoglie l’Urban Center e diverse istituzioni legate alla vita della città, oltre a ospitare la sede piacentina del Politecnico di Milano. Un perfetto modello di archeologia industriale, uno spazio di voci sonore e di energie buone.

Scimon baby Scimon. Il fantastico mondo di Scimon

Dal 24.06.2017 al 10.09.2017

A cura di Susanna Gualazzini

Tenero e forte, spavaldo e gentile, aggressivo e poetico, Scimon è un vero e proprio “palombaro della realtà”: ne esplora le profondità e le restituisce con tutte le loro complessità e incoerenze, ricomponendole in un sistema simbolico pulsante, straripante di vita. I suoi personaggi, un po’ pop un po’ surreali, si muovono in spazi che nessuno ha mai abitato prima, spazi ospitali e impervi allo stesso tempo: sono territori di altre latitudini, che Scimon attraversa con la fantasia e costruisce con sguardo fervido e visionario. Un artista trasversale ai linguaggi, sempre aperto a nuove suggestioni, sempre pronto a farsi mondo. In mostra, tutta la produzione dell’artista: dalle grafiche ai disegni, alle istallazioni.

Paolo Vegas. I quattro Elementi

Dal 23.06.2017 al 10.09.2017
Figlio della migliore pratica pubblicitaria della fine degli anni Novanta e apparentato alla Stage Photography degli anni Settanta, Paolo Vegas viaggia per gli infiniti mondi del quotidiano con la macchina fotografica chiusa e gli occhi spalancati, pronto a cogliere schegge di vita, a trattenere reperti di memoria. In mostra alcuni recenti lavori tratti dalla serie Biocloning, costruita attorno al tema del doppio e della dislocazione del soggetto, e il progetto I Quattro Elementi, creato espressamente per Biffi Arte: folgoranti mises en scène in cui Vegas costruisce scenari e li spezza, li manovra e li moltiplica fino a ricomporli in una unità altra. Estranei all’estetica del foto-giornalismo, i suoi lavori sono saghe fantastiche, luoghi in cui le cose improbabili si incontrano per fare corto circuito emotivo. Perché una e una sola cosa interessa a Paolo Vegas: recuperare nella memoria una emozione, smontarla e restituirla, duratura.

Fausto Meli. Effetto Nottetempo

Dal 13.05.2017 al 18.06.2017

a cura di Gigliola Foschi

Immagini simili a visioni in un buio squarciato da bagliori lontani, sovrastato da un cielo immenso, punteggiato di stelle e pianeti, a volte attraversato dal magico biancore luminescente della Via Lattea. Parti di terra interiore osservati come per la prima volta, forse solo immaginati, forse davvero esistenti e visibili solo a chi, come Fausto Meli, ami Perdersi nella notte – titolo significativo dell’ampia ricerca fotografica (ancora in corso) che l’autore ha iniziato nel 2009 e che presenta accanto alla recente serie Sightline (2015), dedicata alla rievocazione di una corsa automobilistica che avvenne nel circuito cittadino di Piacenza nel 1947, quando per la prima volta vi partecipò una Ferrari. Due serie che solo in apparenza appaiono molto distanti tra loro: entrambe sono infatti attraversate da una temporalità inquieta, dilatata e sospesa, capace di suggerire che qualcosa dovrà accadere o che forse è già trascorsa. Scattate in pieno giorno, con un sole estivo quasi allo zenith, le immagini di Sightline, grazie a tale luce abbacinante, giocano su una sorta di effetto notte (come indica il titolo della mostra). Tale luce appare infatti simile, per certi versi, a quella artificiale dei lampioni e dei faretti che illuminano l’oscurità, in quanto crea a sua volta ombre violente, nette e inaspettate; oscura e cancella parti delle immagini e altre le rivela con il vigore di un metafasico faro poderoso. Il buio delle immagini di Perdersi nella notte, nate dai molti viaggi compiuti da Meli in giro per l’Italia (dalle montagne dell’Appennino al mare della Liguria, fino all’entroterra della Basilicata) non è un abisso oscuro e inquietante, ma il grembo fecondo in cui, grazie alle luci inaspettate della notte, ci avviciniamo a sconosciute e magiche configurazioni, che disegnano un nuovo rapporto con il mondo: lo aprono infatti a una visione intrisa di un soffuso incanto che pare sospendere il tempo e allontanarci dalla fretta della quotidianità diurna. Tali immagini nascono come un esercizio di attesa e di silenzio, come un saper rinunciare a sé per consentire al paesaggio di apparire, creando nuove forme e visioni inedite, grazie a un linguaggio carico di oscure sonorità. Simili visioni inconsuete Meli riesce a crearle anche nella serie Sightline. Anziché adottare l’ormai abusato metodo dello spanning – con cui si vuole rendere l’idea del movimento – Meli “congela” le auto, le cristallizza fuori tempo, quando stanno per entrare nell’inquadratura oppure ne sono già in parte uscite. Egli evita di cogliere l’apice dell’evento e il mitico “attimo fuggente”, per concentrarsi invece sul “dopo attimo”, su qualcosa che deve ancora accadere o sta già per scomparire, risucchiato dal tempo che scorre. Un tempo perduto che può solo essere resuscitato nel gioco del “come se…”; che può vedere giocosamente intrecciarsi vecchi bolidi d’altre epoche e segnali stradali dell’oggi. Il tutto in un tempo e in una realtà a sua volta cristallizzata, un po’ reale, un po’ simile al frame di un film d’antan, dove le auto erano immancabili protagoniste. Queste foto “imperfette” hanno un’altra perfezione, perché – mentre ci mostrano il presente – sanno al contempo raccontarci e farci immaginare senza enfasi l’epoca di queste antiche gare automobilistiche. Il movimento non è più creato dallo sfrecciare delle auto eppure è ugualmente presente nelle linee diagonali che le sue immagini, accostate tra loro, sanno costruire con rigore geometrico.

La bellezza resta

Dal 13.05.2017 al 18.06.2017

a cura di Simona Bartolena

Il Progetto

È fuor di discussione: l’arte ha spesso preferito la sofferenza al sorriso, il pessimismo all’ottimismo. Forse dovremmo ripensare alle parole che Pierre Auguste Renoir ha lasciato in eredità a un giovane Henri Matisse: “Ricordati sempre: la sofferenza passa, la bellezza resta!”. A quei tempi Renoir risiede a Cagnes, nella splendida cornice della campagna nizzarda, costretto all’immobilità su una sedia a rotelle, per via di una forma gravissima di artrosi che lo sta progressivamente paralizzando. La condizione di estrema sofferenza fisica dell’artista rende ancor più eclatante la dimensione effimera e leggera della pittura di Renoir che, pur avendo da tempo abbandonato la via dell’impressionismo, continuerà fino all’ultimo dei suoi giorni a raccontare la gioia di vivere…il medesimo sentimento che darà poi il titolo a una delle opere giovanili più importanti di Matisse, che saprà far tesoro delle parole del maestro per elevarne il significato, donando a un concetto che rischia di essere superficiale una dimensione profonda e complessa, ricca di spunti di riflessione importanti sull’esistenza umana. E proprio da Renoir e Matisse siamo partiti per questo nostro viaggio nel pensiero positivo, inteso non come attitudine al chiudere gli occhi davanti ai problemi, ma come capacità di superare il dolore, la rabbia e la paura riconducendole al loro valore di passaggio verso qualcosa di migliore. La bellezza – e mi pare chiaro che non si sta parlando di bello esteriore – può cambiare il mondo: un concetto che, con epoche eccezioni, mette tutti d’accordo. Eppure l’arte ben raramente ha raccontato la felicità e quando lo ha fatto è spesso stata mal giudicata, guardata con sospetto, quasi che il tentativo di esprimere un sentimento positivo fosse inutile, complicato, imbarazzante, perfino risibile. Da dove arriva l’idea che l’artista o il letterato debbano comunque essere “eroi tragici” e descrivere scenari distruttivi? Un retaggio del concetto romantico di Sturm und drang? Un bisogno profondo dell’uomo che preferisce denunciare i propri sbagli e svelare i propri tormenti piuttosto che aprire il proprio cuore agli altri? E se provassimo a cambiare questa attitudine? Se parlassimo del bello della vita – magari un bello riconosciuto e reso ancor più prezioso proprio dal passaggio nella sofferenza – senza paura di apparire superficiali? Declamare La gioia di vivere, Matisse lo sapeva bene, non significa affatto chiudere gli occhi verso le brutture del mondo. Alzare gli occhi a un cielo stellato, come fece Joan Miró negli anni più tragici del conflitto mondiale e delle persecuzioni naziste, non significa assumere un atteggiamento passivo o incosciente. Significa provare a non aver paura del bello dell’esistenza e ricordarsi che sarà proprio quello a restare. Perché nonostante tutto, si può sempre provare a sorridere. La bellezza resta. è un progetto diffuso che prevede esposizioni d’arte, conferenze, incontri, spettacoli teatrali, concerti, performance, dibattiti.

Le Mostre

Abbiamo lanciato un appello agli artisti: una call a inviti che chiedeva loro di interpretare questo concetto con un’opera. Non abbiamo dato limiti di tecnica, di dimensioni, di linguaggio. Hanno risposto in tanti, tantissimi. Ora questi progetti sono stati valutati e selezionati e costituiscono un corpus importante di opere dedicate al tema. Sono firmate da artisti tra loro molto diversi: differenti per età, formazione, carattere, personalità…alcuni già avvezzi al tema, altri del tutto estranei a esso. Le proposte sono state spesso sorprendenti: quelle più convincenti, tra l’altro, sono arrivate proprio da chi di bellezza non ha mai voluto parlare, destinando nella consuetudine la propria attenzione alla descrizione del dolore o del disagio. Dalla sequenza di installazioni, dipinti, sculture, video, performance… – opere eterogenee e dal carattere autonomo e indipendente – è emerso il senso di questo progetto: un inno alla vita e alle sue meravigliose manifestazioni naturali, umane, artificiali. La mostra de La bellezza resta approda ora negli spazi espositivi di Biffi Arte, con una significativa selezione delle opere presenti nella prima e racconta, attraverso lavori di natura diversa e con linguaggi molto eterogenei, il concetto del progetto interpretato da artisti tra loro differenti come formazione, età e attitudine artistica. La mostra è un vero e proprio viaggio nella gioia di vivere, nella possibilità che anche un’esperienza dolorosa si trasformi in una riflessione sulla bellezza dell’esistenza. La bellezza resta segna un nuovo momento di collaborazione tra Biffi Arte e l’Associazione heart di Vimercate, dopo le esperienze molto positive delle mostre Ciboh? e AnimaLI. La bellezza resta è un progetto molto complesso che prevede un calendario di attività di vario genere, in vari ambiti culturali. Per conoscerne le iniziative consultate il sito www.labellezzaresta.com Gli artisti della sede di Piacenza: Piera Biffi, Raffaele Bonuomo, Ermenegildo Brambilla, Federico Casati, Simone Casetta, Silvana Castellucchio, Elisa Cella, Valeria Codara, Matilde Domestico, Giorgio Donders, Giuliano Gaigher, Nadia Galbiati, Kazumasa Mizokami, Alessio Larocchi, Carlo Mangolini, Annalisa Mitrano, Ettore Moschetti, Giacomo Nuzzo, Lorenzo Pacini, Luciano Pea, Dolores Previtali, Nicolò Quirico, Silvia Serenari, Giovanni Sesia, Elisabetta Erica Tagliabue, Arturo Vermi, Simona Uberto.

Transparency.

La pittura di Paolo Terdich

Dal 13.05.2017 al 18.06.2017

a cura di Susanna Gualazzini

In mostra alla Galleria Biffi Arte l’ampia ricognizione di quello che può essere considerato uno fra i temi più cari al pittore Paolo Terdich: l’acqua, nelle sue forme, nelle sue imprevedibili motilità. Elemento volubile per eccellenza, nelle opere del pittore di ascendenza istriana l’acqua diviene contenitore di luce, territorio di visione, narrazione misteriosa di nodi interiori. E’ una pittura che si intuisce di gestazione lenta, la lentezza necessariamente richiesta dall’uso dell’olio, quasi esclusivo; ma è anche la lentezza intrinseca a una padronanza tecnica che nel corso degli anni si è sempre più affinata per dare voce a un sentire profondo. In dialogo con il corpo umano nelle immensità marine, o in immobile e poetica sospensione nella trasparenza del vetro, nelle opere di Terdich l’acqua acquisisce una forza trascendente, che la rende luogo interiore. Pittore ampiamente esposto a esperienze artistiche di altri Paesi, Terdich esprime una ricerca che può certamente inserirsi nell’ambito del realismo nordamericano di secondo Novecento, rispetto al quale, però, abbandona quel connotato di disturbante asetticità per farsi stupore, sospensione ipnotica. Perché quelle di Terdich sono trasparenze abitate: dal nostro sperdimento.

Terdich ha la dote di affrontare con virtuosismo tematiche di notevole difficoltà esecutiva; quindi di competere con se stesso in un costante dialogo con la dinamicità della forma, grazie a una tavolozza ricca di vibrazioni. I dipinti “Acqua” trasmettono all’osservatore un alto valore di rigore espressivo, per cui a buon diritto, si possono definire gioielli di sapiente talento. E’ decisamente ricerca d’ambito realista, grazie ad un costrutto che nulla concede alla retorica. (Paolo Levi)

Le Mostre

Abbiamo lanciato un appello agli artisti: una call a inviti che chiedeva loro di interpretare questo concetto con un’opera. Non abbiamo dato limiti di tecnica, di dimensioni, di linguaggio. Hanno risposto in tanti, tantissimi. Ora questi progetti sono stati valutati e selezionati e costituiscono un corpus importante di opere dedicate al tema. Sono firmate da artisti tra loro molto diversi: differenti per età, formazione, carattere, personalità…alcuni già avvezzi al tema, altri del tutto estranei a esso. Le proposte sono state spesso sorprendenti: quelle più convincenti, tra l’altro, sono arrivate proprio da chi di bellezza non ha mai voluto parlare, destinando nella consuetudine la propria attenzione alla descrizione del dolore o del disagio. Dalla sequenza di installazioni, dipinti, sculture, video, performance… – opere eterogenee e dal carattere autonomo e indipendente – è emerso il senso di questo progetto: un inno alla vita e alle sue meravigliose manifestazioni naturali, umane, artificiali. La mostra de La bellezza resta approda ora negli spazi espositivi di Biffi Arte, con una significativa selezione delle opere presenti nella prima e racconta, attraverso lavori di natura diversa e con linguaggi molto eterogenei, il concetto del progetto interpretato da artisti tra loro differenti come formazione, età e attitudine artistica. La mostra è un vero e proprio viaggio nella gioia di vivere, nella possibilità che anche un’esperienza dolorosa si trasformi in una riflessione sulla bellezza dell’esistenza. La bellezza resta segna un nuovo momento di collaborazione tra Biffi Arte e l’Associazione heart di Vimercate, dopo le esperienze molto positive delle mostre Ciboh? e AnimaLI. La bellezza resta è un progetto molto complesso che prevede un calendario di attività di vario genere, in vari ambiti culturali. Per conoscerne le iniziative consultate il sito www.labellezzaresta.com Gli artisti della sede di Piacenza: Piera Biffi, Raffaele Bonuomo, Ermenegildo Brambilla, Federico Casati, Simone Casetta, Silvana Castellucchio, Elisa Cella, Valeria Codara, Matilde Domestico, Giorgio Donders, Giuliano Gaigher, Nadia Galbiati, Kazumasa Mizokami, Alessio Larocchi, Carlo Mangolini, Annalisa Mitrano, Ettore Moschetti, Giacomo Nuzzo, Lorenzo Pacini, Luciano Pea, Dolores Previtali, Nicolò Quirico, Silvia Serenari, Giovanni Sesia, Elisabetta Erica Tagliabue, Arturo Vermi, Simona Uberto.

Incisioni da Guercino (1591-1666)

Dal 06.04.2017 al 09.07.2017

Testimonianze della fortuna incisoria legata all’opera dell’artista di Cento

La Galleria Biffi Arte, in occasione della mostra “Guercino a Piacenza” in corso dal 4 marzo al 4 giugno, ospita nella propria Area Bookshop un affascinante corpus di incisioni tratte dall’opera del grande artista di Cento. A testimonianza della straordinaria fortuna incisoria dell’attività artistica del Guercino e in un arco cronologico dal Sei all’Ottocento, la mostra offre una documentazione rara che raccoglie, in 15 fogli, alcuni dei nomi più autorevoli nella storia dell’incisione europea: Antonio Baratti (1724 – 1787), Pietro Bettelini (1763 – 1829), Francesco Curti (1610 – 1690), François Chaveau (1620 – 1676), Richard Dalton (1715 – 1791), Oliviero Gatti (1568 – 1651), Clemente Nicoli (1753 – 1811), Bernard Picart (1673 – 1734), Giuseppe Zocchi (1717 – 1787). In mostra anche i due tomi con 155 incisioni eseguite da Francesco Bartolozzi ed altri e che illustrano la raccolta di disegni di scuola italiana in possesso della corona inglese. La serie si compone (nel primo volume) di 82 stampe tratte da disegni di Guercino: 58 del Bartolozzi, 6 di Richard Dalton, 13 di James Basire e 5 di Giovanni Vitalba. Nel secondo volume le incisioni di Bartolozzi tratte da Guercino sono 31. Pubblicati a Londra all’inizio dell’Ottocento da John and Josiah Boydell, Cheapside, i due tomi offrono una testimonianza rara e preziosa, che la Galleria Biffi Arte è onorata di ospitare.

MARCO SCIAME. Genesi di linea incompiuta

Dal 01.04.2017 al 07.05.2017

a cura di Paola Fiorà

In mostra, i lavori più recenti di Marco Sciame, vincitore nel 2015 della Targa d’oro per la pittura del Premio Arte e del Premio Biffi, attribuito a un’opera sperimentale. Artista completo, pittore noto per il cromatismo lineare e la sfasatura o scomposizione che diventano assoluti caratteri identificativi, in questi ultimi lavori Sciame evolve ulteriormente la sfasatura che affiancata al linearismo e lega il colore in una nuova chiave di lettura che ritroviamo sicuramente in quella pop. Si sveleranno dunque i lavori ultimi focalizzati sugli sfasamenti come già contemplava Vittorio Sgarbi, visibili in tagli verticali come orizzontali quanto in tagli di rombo. Osservando le opere sarà immediatamente cosciente la diversa intensità di colore fra le parti, così come sembrerà di scoprire le immagini attraverso una lente o un vetro rotto. Una percezione alterata. Si riscopre l’artista in una continua ricerca che non perde mai memoria dello storico artistico che lo accompagna e lo spinge altresì a nuove forme e percezioni contemporanee che consentano una nuova chiave pittorica. Ne diventano prova quei lavori ove con maestranza conduce deformazioni attraverso figure molli così come si avesse una visione distorta che potrebbe addirittura ricondurre al surrealismo di Dalì. Non manca di stupire Sciame che in oltre 30 opere in mostra svela l’emozione artistica di un’ulteriore novità assoluta che lo porta a scegliere un’icona d’eccellenza dell’era contemporanea. Emotiva per il messaggio sociale intrinseco la volontà di scegliere Vasco Rossi nell’ulteriore percorso che affianca alle sue già amate muse eleganti e senza tempo, o alla ricerca del colore e delle scenografie di sfondo, o nelle memorie delle sue città così come nei tortuosi interni. Scelta quella dell’icona rock che gli consente il primato nella pop art. Si percepisce senza mezzi termini in questa mostra il messaggio di Marco Sciame, la continua evoluzione nella ricerca di una nuova percezione visiva che non perde mai di vista la memoria di un bagaglio che in un attimo e di pari passo riconduce all’impressionismo come al pop, alla ricerca del disegno come la meticolosità dei particolari. All’interno del catalogo, oltre ad importanti testi critici, ritroveremo la “nota” dedicata al suo allievo Sciame dal Maestro Tonino Caputo, già opera vivente firmata da Piero Manzoni. In occasione dell’inaugurazione, sabato 1 Aprile, alle ore 17, la mostra sarà presentata da Francesca Sacchi Tommasi e sarà proiettato il video Creative Obsession, ideato da Marco Sciame che torna ad affermare la sua totalità artistica in veste di performer e regista.

La tela tela

Dal 01.04.2017 al 07.05.2017
a cura di Eugenio Gazzola

La tela tela è una mostra che ruota intorno a una questione ineludibile per ogni avanguardia: la dialettica tra superficie e profondità, vale a dire tra l’opera d’arte concentrata nella bi-dimensionalità e l’opera che, al contrario, scava nella materia. Arte che in ogni caso prende vita attraverso l’impiego di innumerevoli mezzi e materiali. Quattro gli artisti convenuti a segnare i diversi sentieri per i quali affrontare la questione che abbiamo indicato. Margherita Raso, da Lecco, indaga la pelle delle cose e le modalità di percezione e comprensione di ciò che si vede e di come il visibile esteriore informa il materiale che compone il lavoro – in questo caso seta. Alessandro Conti, da Grosseto, ma vive a Milano, è scultore e fonditore, perciò costituzionalmente lavoratore della materia profonda e plausibile; l’opera che presenta a Piacenza è un albero pietrificato abitato da presenze notturne, opera di grande suggestione destinata a modificarsi in una scena più ampia dal sapore fiabesco. Con Roberto Goldoni, da Castel San Giovanni, torniamo al lavoro sulla superficie condotto col mezzo pittorico e una gestualità da lavoratore edile che unisce modulo a modulo in una costruzione efficiente. I suoi soggetti sono tratti dalla pelle della città: edifici in via di costruzione o rifacimento riprodotti attraverso il filtro della memoria fotografica. Alberto Guidato, da Ivrea, scava nei significati del parlato sociale attraverso il confronto con i testi sacri e con le abitudini profane, disarticola significati già dati utilizzando vari mezzi (collage, fotografie, biro, colori) per giungere all’origine sepolta della parola. Una mostra per vedere alcune sponde dell’arte che si fa in Italia.

SIMONE NERVI. Incanto Visuale

Dal 01.04.2017 al 07.05.2017

a cura di Maurizio Rebuzzini

Ciò che definisce il mondo fotografico di Simone Nervi è un paese delle meraviglie, entro il quale ciascuno di noi ha piacere di camminare, di sognare, di evocare le proprie emozioni. In mostra due progetti, riuniti nel contenitore identificativo Incanto visuale: The Sons of the Earth, sei visioni fantastiche, e Traditional Utopian Portraits, sette azioni immaginative della luce. Un progetto visivo che risponde appieno alla semplificazione (non banalizzazione) con la quale Bruno Munari ha sintetizzato il processo della creazione artistica: Fantasia: tutto ciò che prima non c’era, anche se irrealizzabile. Invenzione: tutto ciò che prima non c’era, ma esclusivamente pratico e senza problemi estetici. Creatività: tutto ciò che prima non c’era, ma realizzabile in modo essenziale e globale. Immaginazione: la fantasia, l’invenzione e la creatività pensano, l’immaginazione vede. E, aggiungiamo noi, lascia libero quello spazio individuale nel quale ciascuno può cercare proprie strade e verifiche.

MARIA CRISTINA COSTANZO. ANIME LEGGERE

Dal 25.02.2017 al 26.03.2017

a cura di Alessandra Redaelli

Sono Anime leggere, le fanciulle protagoniste della personale di Cristina Costanzo. Creature di argilla eppure evanescenti e fuori dal tempo: incarnano una leggerezza che non è mai intesa come superficialità, ma piuttosto come il dono di un approccio lieve alla vita, rasserenante e capace di arrivare al cuore dei sentimenti.

FURIO MAESTRI. GRAFICI|KOSMOS|SCHEDE

Dal 25.02.2017 al 26.03.2017

a cura di Giuseppe Biasutti

Grafici, Kosmos, Schede: tre diverse esperienze artistiche, tre diversi periodi in ognuno dei quali Furio Maestri ha sempre e soltanto cercato il proprio “hic et nunc”, sperimentando con tecniche e supporti diversi, con l’unico obiettivo di dare voce alla propria cultura, al proprio sentire. Né principio né fine, ma dall’inizio alla fine ogni linea converge al cuore.

GIORGIA ZANUSO. SIPARI

Dal 25.02.2017 al 26.03.2017

a cura di Mariasole Vadalà

La mostra raccoglie una parte del ricco corpus di opere realizzato finora dalla giorvane artista ligure Giorgia Zanuso. Inizialmente influenzata da un approccio minimalista, poi espressionista, l’artista oggi si concentra sulla manifestazione della verità, metaforicamente celata sotto spessi strati di acrilico. L’elemento centrale delle sue opere, la luce, assume qui un nuovo ruolo: diviene la componente attraverso cui l’opera prende vita.

SPHERAE. Il potere evocativo delle sfere

Dal 25.02.2017 al 26.03.2017

a cura di Mara Cappelletti

Ispirandosi all’affascinante potere evocativo della sfera, l’unico solido geometrico uguale ovunque lo si osservi, forma perfetta, insomma, di regolarità assoluta e piena di mistero che ha affascinato pensatori, filosi e artisti, la mostra Spherae riunisce creazioni e suggestioni di alcuni rappresentanti dell’eccellenza orafa contemporanea e presenta circa quaranta gioielli d’autore, a creare un percorso variegato e affascinante.

EMILIO SGORBATI. SANGUE E LINFA

Dal 21.01.2017 al 19.02.2017

a cura di Alessandro Malinverni

Nella sua nuova personale, Emilio Sgorbati indaga il legame tra uomini e piante. L’entusiasmo e la voglia di sperimentare, che sempre caratterizzano la sua ricerca pittorica, lo hanno infatti spinto a cimentarsi con un tema caro all’arte occidentale, interpretandolo attraverso uno stile ormai consolidato e riconoscibilissimo, fortemente ancorato al figurativo. Soltanto dieci tele e una tavola – rigorosamente quadrate – per formare altrettanti tasselli di un universo fantastico, nel quale si muovono uomini e donne – semplici silhouettes bianche o nere, intere o sezionate, dai tratti fisionomici appena accennati. Presenze ibride, dalla doppia natura, che occupano uno spazio immaginario e immaginifico, con gesti vibranti di pathos o silenziosamente racchiuse in loro stesse. Rappresentazioni liete si alternano ad altre dagli accenti più cupi, in una complessa partitura cromatica nella quale Sgorbati traspone i propri stati d’animo. Cellule vegetali, foglie, racemi, radici, tronchi lungi dall’essere meri elementi decorativi vengono “vivificati” dalla compenetrazione formale e sentimentale con l’essere umano. La mostra è curata da Alessandro Malinverni, dottore di ricerca in Storia dell’arte, conservatore del Museo Gazzola di Piacenza e dei Musei Civici di Parma.

PIETRO FINELLI. LA NOTTE HA MILLE OCCHI

Dal 21.01.2017 al 19.02.2017

a cura di Chiara Gatti

Artista e curatore attivo a Milano, Finelli torna a riflettere su uno dei temi cari alla sua ricerca; quello del cinema come fonte visiva di un immaginario collettivo. Su tale base, Finelli innesta una riflessione inedita sui valori formali del racconto cinematografico riletti in chiave pittorica. Il titolo “La notte ha mille occhi” è tratto dall’omonima pellicola “Night has a thousand eyes” diretta da John Farrow nel 1948, sofisticata metafora, punteggiata di sequenze oniriche, del ruolo dell’artista e dell’arte e del loro potere utopico. Una selezione di lavori recenti su tela e su carta, dipinti e disegni anche di grandi dimensioni, rievoca inquadrature, scenari, dettagli tipici del cosiddetto periodo narrativo classico del cinema noir, datato fra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento. Anni in cui il linguaggio estetico espressionista, erede della lezione tedesca, torna sotto i proiettori, favorendo nuove analisi atmosferiche, giochi di luci e di riflessi, contrasti chiaroscurali fortemente accentuati dall’uso di ombre lunghe, flash improvvisi, con risultati ipnotici e memori di quel cortocircuito fra bianco e nero che ha segnato tutta l’arte tedesca delle avanguardie storiche (fra pittura, grafica e fotografia). Finelli indaga così nelle sue opere, quasi monocrome, il punto di contatto fra verità e percezione, fra l’oggetto e il suo mistero, la certezza e il dubbio nascosto nel buio profondo di un colore nero che modula sfumature impercettibili e inghiotte lo sguardo nell’abisso della notte. I lumi inattesi, i bianchi opalescenti dei lampioni, mettono a fuoco porzioni di un reale che si manifesta solo in parte. La memoria fotografica delle immagini dipinte è tradita da un gioco di rimandi intellettuali dove ogni dipinto ha un referente preciso in un fotogramma, ma la narrazione non cede mai al didascalico; viene sublimata in una dimensione astratta. Il luoghi della rappresentazione diventano luoghi della pittura; ogni scenografia è l’alibi, il pretesto per uno studio dei meccanismi di percezione della realtà filtrata dall’obiettivo. Vista nel suo complesso, la sequenza dei lavori di Finelli può essere idealmente ricostruita in una unità visiva. È, a sua volta, una concatenazione di fatti narrativi che seguono nuovi copioni. Se l’organicità dell’opera non distrae dalla visione individuale di ogni singolo brano, crea al tempo stesso un intervento ambientale all’interno della galleria; come se “mille occhi” fossero puntati in direzioni diverse, dentro scene che si alternano in inquadrature differenti. Le inquadrature stesse di Finelli inaugurano un concetto di composizione formale ispirato ai movimenti della macchina da presa, laddove la ripresa viene a coincidere con il cono prospettico dell’occhio che entra ed esce dal set, che si muove fra interni di case borghesi e strade illuminate dai fanali delle auto nell’oscurità. Piani a focale variabile, zoomate, fermimmagine, carrellate ottiche. Sono tutti elementi di un lessico traghettato dal linguaggio del cinema a quello della pittura che, nelle immagini sospese di Finelli, sposano le tre unità aristoteliche di tempo, di luogo e d’azione, canoni essenziali di un racconto che immortala, nel segno dipinto, le vite degli altri.

FEDERICO GAROLLA. RACCONTO ITALIANO

Dal 21.01.2017 al 19.02.2017
Federico Garolla (1925-2012) è stato fra coloro che con maggior forza hanno definito l’evoluzione del linguaggio fotografico nel nostro paese. Il suo professionismo è stato poliedrico e multiforme, così come era richiesto negli anni Cinquanta, gli anni del suo esordio. Da cui e per cui, le sostanziose mostre personali allestite in sollecita successione a partire dal 2005 hanno potuto via via sottolinearne gli aspetti peculiari: dal reportage, alla moda, alla documentazione sociale, in un tragitto senza alcuna soluzione di continuità. Questa mostra è occasione per una ulteriore ricognizione del suo vasto archivio di cui vengono attraversati i vari soggetti, per sollecitare il contatto con tanta e tale dimensione d’autore. In quale contesto si collocano la personalità fotogiornalistica di Federico Garolla (a volte prestata alla moda, un’alta moda ambientata negli avvolgenti esterni delle città d’arte italiane) e la sua capacità di racconto (che si è manifestata in notevoli e non comuni servizi pubblicati da testate autorevoli e prestigiose)? Soprattutto in un’interpretazione fotografica costruita su una solida cultura individuale: non nozionismo di date, persone e luoghi, ma fondata e solida materia attraverso la quale esprimere inquadrature dirette, composizioni di immediata decifrazione, resoconti in forma fotografica che hanno alimentato, assieme a una identificata schiera di altri autori parigrado, una irripetibile stagione del fotogiornalismo italiano, in capace equilibrio tra la cronaca del giorno e la testimonianza in profondità.

EDOUARD MANET : Alla scoperta dell’anima grafica di Edouard Manet (Parigi 1832-1883)

Dal 26.11.2016 al 15.01.2017
E’, come la definì Baudelaire, “la scoperta di un meraviglioso quotidiano” quella offerta dall’opera grafica di Edouard Manet: in mostra un corpus di trenta incisioni in cui il segno libero e istintivo dell’artista insegue inediti effetti atmosferici e indaga, nel contempo, con rara e seducente introspezione gli umori più sottili dei personaggi.

RAKUSFERA: LE CERAMICHE RAKU DI RITA SPINA

Dal 26.11.2016 al 15.01.2017
Il Raku è una procedura giapponese di trattamento artistico della ceramica, introdotta in Occidente nel diciottesimo secolo e in cui tutte le fasi di lavorazione, dalla modellazione alla smaltatura, dalla cottura al raffreddamento, influiscono sul risultato finale. Ne consegue che ogni ceramica è un pezzo unico, particolare e irripetibile. E’ questa la tecnica che Rita Spina ha scelto per realizzare opere di grande poesia, in cui la sobrietà della linea giapponese sposa la ricerca meditativa dell’incanto, secondo la dottrina Zen.

LA VITA IN UNA TAVOLA. ULISSE SARTINI

Dal 12.11.2016 al 15.01.2017

A cura di Giovanni Gazzaneo

La Galleria Biffi Arte ha l’onore di accogliere nel proprio Salone d’Onore, dal 12 Novembre 2016 al 15 Gennaio 2017, una delle più imponenti fatiche artistiche del pittore Ulisse Sartini: L’Ultima Cena.

Realizzato dal Maestro nel 2015, il dipinto possiede una forte carica simbolica e offre nuovi spunti critici sui codici iconografici propri dell’arte sacra e sul dialogo tra contemporaneità e tradizione.

L’ampio dipinto (4,90 metri per 1,80), esposto per altro nella primavera scorsa nella Sagrestia del Bramante di Santa Maria delle Grazie a Milano, propone con efficace teatralità un tema di lunga e autorevole tradizione, che il Maestro Sartini interpreta con la consueta pregnanza espressiva e icasticità di linguaggio: Accompagnano L’Ultima Cena, una serie di studi preparatori e la selezione di alcune fra le più belle opere pittoriche del Maestro.

Ulisse Sartini nasce a Ziano Piacentino, vive e lavora a Milano.

Avvia la sua attività espositiva all’inizio degli anni Settanta, con le prime personali negli spazi meneghini della Galleria Schettini, ritagliandosi presto un ruolo di primo piano nel genere della ritrattistica.

Nel corso degli anni, Sartini ha eseguito i ritratti ufficiali di personalità di primo piano della scena politica e culturale internazionale, ed è il secondo pittore italiano, dopo Pietro Annigoni, a entrare nelle collezioni della National Portrait Gallery di Londra.

Al Limite del Visibile Gregorio Botta, Paolo Meoni, Maria Morganti, Silvio Wolf

Dal 08.10.2016 al 06.11.2016

a cura di Gigliola Foschi

La rapida ed eccessiva produzione contemporanea di immagini superficiali e affermative sta trasformando l’esperienza visiva in un consumo accelerato privo di interrogazioni. Gli artisti che Biffi Arte è lieta di presentare sono in antitesi rispetto a tale frastuono visivo, e offrono una serie di opere che suggeriscono una condizione di rallentamento, di ascolto, di sospensione e stratificazione del tempo. Opere in cui il medium (fotografia, pittura, installazione, video) non viene usato per mostrare e rappresentare qualcosa di certo, né per veicolare un significato univoco, ma viene “reinventato” per trasformarsi in un dispositivo aperto all’interpretazione, ricco di risonanze che non si esauriscono nell’immediato. Tali opere, simili a presenze silenziose e intense, si presentano celando al proprio interno una sorta di segreto e di energia latente che, guardandoci, ci invita a guardarle diversamente: aprono spiragli e percorsi protesi al di là delle loro stesse apparenze, oltre il visibile. Spesso aniconiche, introducono nel discorso comunicativo un “meno” – uno spazio di silenzio, un’apertura – capace paradossalmente di renderle simili a un’eco vibrante che le fa sconfinare oltre se stesse.
Con Meditation Silvio Wolf espone una fotografia nera e retroilluminante. Metafora dell’esposizione della superficie fotosensibile a tutte le immagini del mondo, tale quadrato oscuro, ma circonfuso di luce, contiene una memoria che non racconta la propria storia ma presenta il suo mistero sotto l’aspetto di un volume nitido, specchiante, in cui lo spettatore si riflette come un’ombra. Protette da panni neri sono invece le immagini semiriflettenti della serie Shivah, che invitano chi guarda a scoprire e immaginare il loro segreto nascosto. Le opere di Silvio Wolf pongono l’osservatore davanti a se stesso, affinché l’immagine, guardata, lo ri-guardi. Sono soglie temporali, in cui il passato dello scatto si coniuga con il presente dell’esperienza del soggetto che intravede se stesso mentre osserva.
Giocate anch’esse su una doppia temporalità sono le opere fotografiche e il video di Paolo Meoni. Con Polaroid l’artista non mira a catturare la realtà, ma l’immagine fotografica stessa in uno stadio di latenza, prima della sua genesi definitiva. Soggetto del suo lavoro è il corpo chimico e materico della polaroid che, aperto ed esposto, si presenta come un dittico astratto, attraversato da segni e cromie capaci di contenere un passato in nuce e suggerire nuovi misteriosi paesaggi. Con Volumi, invece, Meoni parte da pellicole già usate e impressionate, le piega e le scannerizza fino a creare opere ready-made che suggeriscono nuove tridimensionalità e s’impongono quali immagini fotografiche “altre”, al limite del visibile e del visivo.
Maria Morganti crea quadri “quasi monocromi”, con stratificazioni di colori che emergono e si rivelano ai margini (come nelle serie Sedimentazioni e Impastamento). Nate da un reiterato e lento processo di metamorfosi, che pone la materia della pittura in dialogo con il suo corpo, le sue esperienze e il trascorrere del tempo, tali opere indicano qualcosa di nascosto e al contempo presente. Liberate dall’illusionismo della rappresentazione, simili a tracce di memoria che si sedimentano giorno dopo giorno (non a caso l’artista stende un colore al giorno, ottenuto aggiungendo altri toni a quello del giorno precedente), rimandano sottovoce a una profondità temporale che si fa presenza, strato, materia.
Aperte a un dialogo con il passato le opere su vetro di Gregorio Botta nascono da materiali antichi, come le terre colorate, la cera, il ferro, il vetro. I Larari stessi, già dal titolo, rimandano a un passato arcaico e al contempo a qualcosa di misterioso e sacro (i larari erano i piccoli sacrari, in forma di edicola, che nelle case degli antichi romani racchiudevano i sacra privata). I suoi accudenti e materici larari di gesso custodiscono l’inafferrabile: la traccia evanescente di una fiammella, lo scorrere dell’acqua, il soffio di un fumo… Simili ad apparizioni che affiorano dalla profondità del tempo, queste opere di Botta portano il visibile sulla soglia dell’invisibile, verso un altrove solo evocato. Tutto si trasforma in altro, trascolora in mistero, conduce verso una soglia tra luce e ombra, come in uno strano teatro metafisico da contemplare in silenzio.

Nel corso degli anni, Sartini ha eseguito i ritratti ufficiali di personalità di primo piano della scena politica e culturale internazionale, ed è il secondo pittore italiano, dopo Pietro Annigoni, a entrare nelle collezioni della National Portrait Gallery di Londra.

Nuove ombre L’opera recente di Bruno Missieri

Dal 08.10.2016 al 06.11.2016

a cura di Chiara Gatti

La recente opera pittorica di Bruno Missieri, in mostra personale nell’Antico Nevaio della Galleria Biffi, conferma ancora una volta tutta la forza dell’ispirazione dell’artista. Immerso negli umori umidi del creato, nei paesaggi stirati della Bassa e poi, giù, verso l’Appennino con i suoi andamenti lenti, Bruno Missieri tocca da oltre quarant’anni i temi eterni legati al senso della natura come specchio di situazioni esistenziali affidate all’espressione istintiva del gesto. Nelle incisioni quanto nei dipinti, la natura per Missieri  è rilevata sempre come uno stato mentale. Un luogo dello spirito dove si rapprendono tutte le tensioni e i drammi della coscienza. Missieri confessa il suo debito verso la lezione di un certo informale europeo, Hans Hartung in prima linea, ma si indovina anche un nesso, in sottotraccia, con la grande scuola di Mark Rothko e dell’espressionismo astratto americano, laddove la forma evanescente di uno sfondo piatto ricorda la sintesi perfetta del “color field”. Ma è un passato che incontra il presente, quello di Missieri, e nutre le sue immagini secolari: boschi di pioppi costruiti secondo proporzioni auree, rovi deposti come simboli spinosi su altari laici.
C’è qualcosa di mistico nei soggetti che citano la notte della redenzione: il sambuco, nella tradizione celtica, era l’albero sacro della rinascita; il canneto si rigenera in un ciclo continuo della vita. Un inno generoso al culto della dea Madre.

Franco Mussida
Il suono adulto dell’ingenuità
Viaggio tra le forze della musica

Dal 08.09.2016 al 02.10.2016

 

Chi ascolta Musica respira amore vibrante organizzato
Franco Mussida
E’ lunga la strada che ha portato Franco Mussida dalla musica “suonata sui palcoscenici di mezzo mondo” alla musica “ascoltata per ascoltarsi: ossia alla musica come strumento primo per la comunicazione affettiva, alla ricerca dei suoi effetti più veri e profondi. Autore di alcune tra le più belle canzoni del nostro tempo e co-fondatore di Premiata Forneria Marconi, la più longeva e celebrata band progressive Rock italiana, Mussida ha da anni intrapreso un complesso percorso conoscitivo che sposa forma, suono e immagine per un’esplorazione della parola musica nelle sue accezioni più ampie e sottili. Una visione estetica che lo ha portato a lavorare su una serie di istallazioni con un linguaggio espressivo-concettuale da percepire con gli occhi, con le orecchie ma anche e soprattutto con il cuore.
In mostra diverse famiglie di opere che tracciano, partendo da latitudini espressive diverse, il complesso territorio emotivo e sensoriale dell’artista. Il percorso prende le mosse da una serie di opere a tecnica mista che raccolgono pezzetti di memoria personale e artistica di Mussida, frammenti del passato su cui l’artista posa uno sguardo adulto eppure ancora ingenuo, nel tentativo, riuscito, di dare voce a un pensiero illuminante “cavato” dalle cose. Accanto, i Doni della Malinconia opere a forte resa formale, in cui si rendono visibili alcune forme di forze vibranti organizzate, come le definisce Mussida, che considera la musica appunto Amore vibrante organizzato. E’ la messa in mostra di una ricerca interiore sull’effetto emotivo provocato da un preciso flusso sonoro che incontra la qualità psichica del colore. Per la malinconia il blu, colore emotivo per eccellenza. Ma l’esperienza di relazione col quadro non è solo visiva: il pannello frontale risonante esprime suoni legati a quel preciso flusso vibrante, suoni come elementi fisici imprescindibili, come corpo fisico della musica. Nel cuore della mostra, accanto ad alcune opere della sua più recente mostra esperienziale “Musica respiro celeste”, sono presenti 10 delle 17 opere risonanti della sua prima mostra esperienziale Cambiare di Stato, opere in cui ha espresso il suo trentennale lavoro sui codici emotivi intervallari. Un’istallazione composta da una serie di teche risonanti che interagiscono al passaggio del visitatore. Codici musicali che si legano alla struttura singola affettiva accendendo in modo magico e puro, slegato quindi dall’esperienza quotidiana, il mondo dei nostri sentimenti con i sui contenuti emotivi diversi, dalla sicurezza alla paura, dall’ambiguità alla malinconia alla speranza.

Sono questi stessi codici che Mussida ha usato come archetipi per le sue auditeche divise per stati d’animo. E’ questa l’anima del progetto CO2, oggi in 12 carceri italiane, in cui i detenuti possono rimettere al centro delle loro osservazioni il proprio mondo interiore riscoprendone la pienezza. Un progetto finanziato da Siae con il Ministero della Giustizia. In galleria sarà presente una copia dell’audioteca utilizzata nel progetto: il visitatore potrà non solo consultarla, ma attraverso un’applicazione, suggerire una musica che ama offrendola all’audioteca in modo che i detenuti possano confrontare il loro sentire con quello del suggeritore.

Un percorso complesso, quello offerto alla Galleria Biffi Arte, con una pluralità di estuari che dimostrano l’inesausto impegno di Franco Mussida nel voler approcciare la sacralità dei misteri legati alle incredibili potenzialità di quel mondo vibrante sonoro che governa a nostra insaputa il nostro intimo “sentire”.

NS Nayestones Jewelry. Le line pure di Natalie Schayes

Dal 08.09.2016 al 02.10.2016

Dietro al marchio NS Nayestones Jewelry, c’è tutta la creatività della designer del gioiello Natalie Schayes. Al cuore della ricerca di questa giovane artista di origine belga, sta tutto l’affetto per le linee pure, che Natalie da sempre persegue modellando la materia prima, preziosa e semipreziosa, in modo tale da creare forme leggere che avvolgono il corpo come sottili fili di luce.

Ciro Palumbo. Lo spirito e la carne

Dal 24.06.2016 al 31.07.2016

a cura di Alessandra Redaelli

Una personale, per Ciro Palumbo, che racconta una nuova svolta nella sua storia pittorica. Un progetto completamente inedito, creato per la galleria, in cui l’artista dei guerrieri e del mito si avventura in una dimensione più intima.

Il tema, attualissimo, è quello dell’aspirazione verso un senso “altro”, uno scopo superiore in un momento storico travagliato e denso di incertezze. La soluzione che l’artista ci suggerisce è quella di lasciare da parte almeno per un momento la ragione e di seguire il cuore. La ricerca, tuttavia, va ben oltre. Questo cuore, rappresentato pittoricamente come un organo vivo e palpitante, diventa a sua volta personaggio, presenza forte reale e simbolica al tempo stesso. Tappa dopo tappa, ecco dispiegarsi storie di passioni respinte e di amori che non moriranno mai, personificate da quelle figure marmoree ma vive e respiranti che negli anni Palumbo ci ha insegnato ad amare. I suoi guerrieri e le sue dee che pur partendo da un immaginario classico e incarnando la bellezza impeccabile della statuaria antica appaiono sostanziati di una materia morbida e viva, non molto dissimile dalla carne, e animati da emozioni, ansie e passioni che ce li rendono presenti e vicinissimi.

L’eterno conflitto tra spirito e carne, dunque, tra cuore e ragione, si dispiega qui su più piani. Quello, appunto, del corpo e della scultura, dell’artificio e della realtà, ma anche quello dell’iconografia del cuore. Organo pulsante, come dicevamo, ma anche ricettacolo di una rete di simbologie talmente vasta e sterminata da aprire mille strade di lettura. Il cuore di Ciro Palumbo, dunque, è quello degli ex-voto della tradizione religiosa, puro spirito tradotto in un linguaggio semplice, ma è anche quello dei tatuaggi, dove la stessa semplicità di linguaggio si trasforma nella possibilità di portare un amore o una passione incisi per sempre sul corpo: di far apparire lo spirito sulla carne viva attraverso un processo doloroso e indelebile. E che dire dell’etimologia di un lemma come “passione”, che spazia dalla passione di Cristo morente e sanguinante sulla croce alla passione che accende i sensi nell’amore?

Ciro Palumbo indaga tutto questo e altro ancora, con il suo linguaggio profondo, stratificato, fatto di una pittura intensa che facendo tesoro della lezione degli antichi (da De Chirico a Böcklin, da Salvador Dalì fino all’espressionismo astratto) racconta storie quanto mai attuali.

Per la mostra, l’artista ha preparato una serie di lavori del tutto inediti. Delle piccole tavole di legno sulle quali il simbolo del cuore diventa metafora per storie di sapore onirico e surreale e anche, per la prima volta nella sua carriera, due lavori in terracotta dipinta.

 

ANIMALI

Dal 24.06.2016 al 31.07.2016

a cura di Simona Bartolena

Quest’estate l’Antico Nevaio della Galleria Biffi Arte si trasformerà in un sorprendente e immaginifico zoo, con una collettiva di dieci artisti dedicata al tema del mondo animale e delle sue molteplici relazioni con l’essere umano. La mostra, organizzata dall’associazione heart – PULSAZIONI CULTURALI propone un vero e proprio bestiario contemporaneo, un’ironica riflessione sul mondo animale visto con gli occhi dell’arte. I dodici artisti selezionati, tra loro molto diversi per tecnica, linguaggio, età, formazione e attitudine, ben rappresentano i molti volti della relazione tra arte e mondo animale: un rapporto che affonda le radici nelle origini dell’umanità.

L’animale è preda, pericoloso avversario da cui difendersi, vittima sacrificale, strumento di lavoro, simbolo religioso, emblema di potere, inconsapevole protagonista di racconti moraleggianti, amorevole compagno di giochi, delizioso elemento compositivo e, soprattutto, è, orwellianamente specchio dell’uomo. È specchio dei suoi pregi, dei suoi difetti, delle sue ambizioni, delle sue paure e delle sue vanità. Uno specchio che sa essere ora benevolo, ora ironico, ora spietato, che sa mettere in evidenza, come una potente lente, la vera indole dell’essere umano.

(Simona Bartolena)

In mostra:

Sergio Battarola _ Raffaele Bonuono _ Alberto Casiraghy _ Andrea Cereda _ Armando Fettolini _ Nicola Magrin _ Renzo Nucara e Carla Volpati _ Marco Pariani _ Fabio Presti _ Anna Turina _ Alice Zanin

L’eterno conflitto tra spirito e carne, dunque, tra cuore e ragione, si dispiega qui su più piani. Quello, appunto, del corpo e della scultura, dell’artificio e della realtà, ma anche quello dell’iconografia del cuore. Organo pulsante, come dicevamo, ma anche ricettacolo di una rete di simbologie talmente vasta e sterminata da aprire mille strade di lettura. Il cuore di Ciro Palumbo, dunque, è quello degli ex-voto della tradizione religiosa, puro spirito tradotto in un linguaggio semplice, ma è anche quello dei tatuaggi, dove la stessa semplicità di linguaggio si trasforma nella possibilità di portare un amore o una passione incisi per sempre sul corpo: di far apparire lo spirito sulla carne viva attraverso un processo doloroso e indelebile. E che dire dell’etimologia di un lemma come “passione”, che spazia dalla passione di Cristo morente e sanguinante sulla croce alla passione che accende i sensi nell’amore?

Ciro Palumbo indaga tutto questo e altro ancora, con il suo linguaggio profondo, stratificato, fatto di una pittura intensa che facendo tesoro della lezione degli antichi (da De Chirico a Böcklin, da Salvador Dalì fino all’espressionismo astratto) racconta storie quanto mai attuali.

Per la mostra, l’artista ha preparato una serie di lavori del tutto inediti. Delle piccole tavole di legno sulle quali il simbolo del cuore diventa metafora per storie di sapore onirico e surreale e anche, per la prima volta nella sua carriera, due lavori in terracotta dipinta.

 

Roberta Diazzi. Shady Lion

Dal 24.06.2016 al 31.07.2016

Più di 31.600 cristalli Swarovski, un gioco pop di luce e colore che, come per magia, compone la testa sfolgorante di uno straordinario leone. Uno fra i più recenti lavori dell’artista modenese Roberta Diazzi che realizza opere Crystals from Swarovski® a campitura totale con cristalli originali dell’azienda austriaca.

(Simona Bartolena)

La rabbia, la poesia L’opera recente di Guido Maggi

Dal 22.05.2016 al 18.06.2016

A cura di Susanna Gualazzini

È lunga, lunghissima la strada che Guido Maggi, sfolgorante classe 1926, ha percorso e che lo ha portato da una prima maniera figlia della lezione espressionistica di declinazione mitteleuropea, a questi recenti lavori, tutti degli ultimi due anni. Ed è stato un percorso necessario che lo ha visto affondare con il colore in spazi corrosi dalla sofferenza, sostare sulla ustionante condizione umana con gli occhi spalancati da una sorta di rabbia, di fronte all’umano imbarbarimento. Ma tutta l’angoscia che nel passato aveva spaccato i tratti della sua cosmogonia personale, sembra lasciare ora spazio a una profonda e pacata comprensione delle cose del mondo. Sono opere di grande formato, che accolgono tutta la forza del gesto di Maggi, un gesto fatto di accelerazioni cromatiche e segniche sempre in dialogo con imprevedibili aree di quiete. E’ tutta la rabbia di un artista che dagli anni Sessanta ingaggia un “corpo a corpo” con la tela, trasformandola in mobilissimo, trepidante luogo di poesia.

30×30=‘900 Trenta opere di artisti piacentini del Novecento per il trentennale del Rotary Farnese

Dal 21.05.2016 al 18.06.2016

 

A cura di Alessandro Malinverni

In occasione del trentesimo anniversario di fondazione, il Rotary Club di Piacenza Farnese (2050° Distretto), in collaborazione con Biffi Arte, organizza l’esposizione 30 x 30 = ‘900. Trenta opere di artisti piacentini del Novecento per il trentennale del Rotary Farnese.

Curata da Alessandro Malinverni, dottore di ricerca in Storia dell’arte e conservatore del Museo Gazzola di Piacenza e della Pinacoteca Stuard di Parma, la mostra si sviluppa su quattro sezioni ed è incentrata sull’influenza – più o meno intensa e duratura – che tre importanti docenti dell’Istituto d’arte Gazzola di Piacenza (Francesco Ghittoni, Alfredo Soressi e Umberto Concerti) ebbero su alcuni dei loro numerosi allievi.

La prima sezione è dedicata a Luciano Ricchetti e Bruno Cassinari, allievi di Ghittoni; la seconda a Cinello, che ebbe come maestro Soressi; la terza a Gustavo Foppiani, Giancarlo Braghieri e Ludovico Mosconi, che si formarono sotto la guida di Concerti. Chiude la rassegna una sezione consacrata a Luigi Arrigoni, Sergio Belloni ed Ettore Bonfatti Sabbioni, che non frequentarono il Gazzola, e tuttavia ampliarono il ventaglio culturale dell’arte piacentina grazie alla formazione rispettivamente milanese, parigina e urbinate.

Ghittoni, Soressi e Concerti sono rappresentati da un’opera ciascuno, mentre gli altri nove artisti da tre capolavori, che permettono di percepire alcuni momenti della loro peculiare cifra stilistica. Giocata sul numero 3 e sui suoi multipli, l’esposizione offre varietà tematica (soggetti sacri, scene di genere, ritratti, fiori, paesaggi, vedute), tecnica (dipinti, disegni, incisioni) e culturale (dal figurativismo – più o meno legato alla tradizione – all’informale).

Rispetto alle precedenti esposizioni del Rotary Club di Piacenza Farnese, realizzate nel 1999, nel 2007 e nel 2012, questa privilegia un aspetto poco indagato dell’arte piacentina del Novecento: la relazione tra maestro e allievo, in particolare presso la scuola d’arte più antica della città. Tre sono i principi che hanno sostenuto le scelte del curatore: l’alta qualità delle opere, la loro appartenenza a soci del Rotary e la storicizzazione dei loro autori, ormai tutti scomparsi.

ALESSANDRO FARNESE: un grande Condottiero in miniatura Il Duca di Parma e Piacenza ritratto da Jean de Saive

Dal 20.05.2016 al 31.07.2016

 

A cura di Riccardo Lattuada

Straordinaria e inedita la mostra che si inaugura venerdì 20 Maggio alle ore 18, nella Sala delle Colonne della Galleria Biffi Arte. Per la prima volta in Italia, e direttamente da Londra, un’opera che segna il ritorno nelle terre dei ducati di Parma e Piacenza di Alessandro Farnese (1545 – 1592), esponente valoroso di una fra le più importanti dinastie che hanno fatto la storia d’Europa. Si tratta di una rara e preziosa miniatura a olio su rame con il ritratto del Farnese poco più che trentenne. Il dipinto, giuntoci entro una splendida cornice barocca di legno intagliato e dorato, fino al 2005 è stato custodito nella collezione di S.A.R. Principessa Maria Beatrice di Savoia. In questo piccolo gioiello (cm. 9,8 x cm. 7,3), giunto a noi dopo più di quattrocento anni in perfetto stato di conservazione, il poco più che trentenne Alessandro Farnese è raffigurato a mezzobusto senza il Toson d’Oro, onorificenza riconosciutagli nel 1585 da Filippo II di Spagna a seguito della presa della città di Anversa.

Il dipinto è stato riconosciuto come opera dell’artista Jean de Saive (Namur 1540 – 1611), da Riccardo Lattuada, Professore presso la Seconda Università degli Studi di Napoli, già capo del Reparto Dipinti Antichi di Christie’s Italia e membro del board degli Old Master Paintings di Christie’s International, oggi componente del Vetting Committee del TEFAF di Maastricht e della Biennale di Antiquariato di Palazzo Corsini a Firenze.

Il repertorio dei ritratti di Alessandro Farnese è attualmente molto esile poiché il condottiero italiano, impegnato nelle interminabili campagne militari nelle Fiandre, non ebbe molto tempo per gli otia della vita di corte. La miniatura che lo raffigura, per la prima volta in una esposizione pubblica, è al momento l’unica nota, e insieme ad un altro ritratto di Jean de Saive recentemente ritrovato e che rappresenta Alessandro Farnese all’età di 36 anni (firmato e datato 1581), è un documento di fondamentale importanza per lo studio dell’iconografia del Farnese.

Posti l’uno accanto all’altro i due dipinti colmano un vuoto nella sua iconografia in un periodo particolarmente importante nella vita del Condottiero: entrambi lo raffigurano nel vigore della prima maturità diversamente dagli altri rari ritratti esistenti – quasi tutti conservati nei maggiori musei del mondo – nei quali viene raffigurato fanciullo e adolescente (sedicenne) e poi quarantenne, dopo la conquista di Anversa e l’attribuzione del Toson d’Oro.

Il piccolo ritratto a cui la Galleria Biffi Arte dedica la mostra si aggiunge agli altri tre ritratti di Alessandro Farnese a figura intera in età diverse (collezione privata, Museo Stibbert di Firenze e Galleria Nazionale di Parma – Palazzo della Pilotta), dipinti da Jean de Saive nella sua qualità di pittore di Corte di Alessandro Farnese a Bruxelles.

Riccardo Lattuada ritiene altamente probabile che la miniatura e il dipinto del 1581, in collezione privata, siano stati eseguiti dal vivo a Namur, poiché  dalla documentazione disponibile si sa che in quell’anno Alessandro Farnese e Jean de Saive si trovavano entrambi in quella città. De Saive, figura artistica oggi dimenticata ma di consolidato prestigio ai suoi tempi, è documentato in città ancora nel 1584.

Attorno a questo importante ritrovamento, si genera la mostra: Alessandro Farnese: un grande Condottiero in miniatura. Il Duca di Parma e Piacenza ritratto da Jean de Saive,  a cui la Galleria Biffi Arte è fiera e onorata di dare sostegno e ospitalità, nel rispetto della sua consolidata mission di promozione culturale. L’esposizione della miniatura sarà infatti corredata da un ampio apparato critico relativo alle più recenti acquisizioni sull’immagine di Alessandro Farnese, alle rare opere d’arte legate alla sua figura e alla sua attività di committente.

Accompagna la mostra un catalogo critico in doppio testo, inglese e italiano, curato dal Prof. Lattuada, con un importante saggio monografico su Jean de Saive – un contributo che fino ad oggi mancava – insieme a uno studio iconografico dei rari ritratti esistenti di Alessandro Farnese eseguiti durante la vita del condottiero.

La mostra sarà inaugurata nella Sala delle Colonne della Galleria Biffi Arte venerdì 20 maggio con una conferenza del Professor Riccardo Lattuada su Jean de Saive e sulla straordinaria vicenda storica di Alessandro Farnese.

London Signs

A cura di Luke Elwes e Lino Mannocci

Dal 16.04.2016 al 18.05.2016

 

La mostra London Signs, in corso nell’Antico Nevaio della Galleria Biffi Arte dal 16 aprile al 15 Maggio, accoglie i lavori su carta di dodici artisti internazionali, accumunati non da uno stile o tecnica particolari, ma da affinità elettive condivise. Dialogando fra loro da tempo, questi artisti riconoscono le reciproche affinità e rispettano le differenze, e da questo assiduo processo di scambio hanno costituito una sorta di gruppo ufficioso la cui intesa è basata sull’amicizia piuttosto che su uno stile comune.

In mostra la loro ultima produzione su carta, territorio in cui, per eccellenza, l’atto creativo inizia ad assumere una qualche imperfetta forma esterna.

In mostra lavori di: Tony Bevan Christopher Le Brun Luke Elwes Timothy Hyman Andrzej Jackowski Merlin James Glenys Johnson Alex Lowery Lino Mannocci Thomas Newbolt Arturo Di Stefano Charlotte Verity.

I mondi di Andrea Boyer. La Fotografia,

i Disegni.

A cura di Maurizio Rebuzzini

Dal 16.04.2016 al 15.05.2016

Sono molteplici, i mondi di Andrea Boyer, nato scenografo, cresciuto fotografo e, dagli anni Ottanta, anche pittore finissimo e appassionato cultore delle antiche tecniche del disegno e dell’incisione. Un artista che appoggia uno sguardo forte e gentile sulle cose, che sembra sempre preso a spostarle mentalmente, per comporre spazi di risonanza estetica, poi mentale e infine, e sempre, profondamente emotiva. Con, come unica legge, quella indiscutibile della luce.

In mostra, un’importante scelta di fotografie, divise nelle principali famiglie tematiche care all’artista: gli Esterni, gli Interni (i Cantieri, interni di bellezza decaduta, impolverata dall’abbandono) e, accanto, una nuova ricerca sul tema delle Nicchie, in cui agli oggetti del quotidiano Boyer sostituisce un affascinante galleggiare di mani in dialogo con la luce.

Come scrive Maurizio Rebuzzini nella presentazione critica alla mostra, quelle di Andrea Boyer sono “fotografie d’arte, che evocano più di quanto mostrino, che coinvolgono più di quanto raffigurano, che scandiscono la cadenza di una rappresentazione colta e coinvolgente (…). Senza gesti forti, senza scippi o strappi, come sollecita il garbo fotografico dell’autore, ci impossessiamo di queste visioni per farle nostre, per lasciare andare le nostre menti là dove l’efficacia visiva di Andrea Boyer ci ha condotti”.

In mostra, anche una selezionata scelta di disegni su carta, spazio volatile incerto, su cui Boyer traccia segni esattissimi, come frammenti di un “discorso amoroso” con le cose, con le persone.

Mondo Selfie

Istallazioni e disegni di Francesco Binfaré

Dal 16.04.2016 al 15.05.2016

Dal 16 Aprile al 15 Maggio, nel Salone d’Onore e nella Sala delle Colonne, la Galleria Biffi ospita la presenza preziosa e inedita di Francesco Binfaré. Artista-designer profondo e illuminato, Francesco Binfaré è stato, fra le altre attività, Direttore del Centro Cesare Cassina dal 1969 al 1975, Direttore Artistico per Cassina dal 1973 al 1990 e dal 1992 è progettista per Edra. Per la Galleria Biffi e in occasione del Salone del Mobile 2016 costruisce, con due istallazioni e una serie di disegni, un percorso che circumnaviga i grandi temi del nostro essere nel mondo: il naufragio, l’approdo, il ritorno. “Schizzi di pugno” e fonte analogica della sua ricerca, i disegni hanno accompagnato, chiosato e composto il fare progettuale di Binfaré dagli anni Sessanta a oggi. Segni veloci, aggrappati al pensiero, gli schizzi esprimono una immediatezza che si apparenta a quella dello  smartphone “piccolo contenitore miracoloso” di mondi, nel cuore del racconto di Binfaré ed elemento centrale di una nuova ritualità che consente a milioni di persone la medesima magia.

La mostra Mondo Selfie è realizzata in collaborazione con Edra.

Interni piacentini dall’Archivio Croce

Dal 16.04.2016 al 15.05.2016

Nessun posto è bello come casa mia

(Noel Langley, “Il Mago di Oz”)

Dallo storico Archivio Croce di Piacenza, una selezione di interni di case piacentine degli anni Quaranta e Cinquanta: modi remoti di abitare eppure vivissimi nella memoria di molti di noi. Sono piccoli mondi di grande decoro, spazi in cui i minimi gesti (la bambola al centro del letto, la madonnina, per una devozione tutta privata) si fanno, fatalmente, gesti d’amore.

Non è solo colpa di Nerone se Roma brucia

Opere di Adriano Pompa

Dal 12.03.2016 al 10.04.2016
Dal 12 marzo al 10 aprile la Galleria Biffi Arte ospita Non è solo colpa di Nerone se Roma brucia, antologica dell’artista Adriano Pompa, curata dal critico Andrea Tinterri. Un percorso che raccoglie gli ultimi trent’anni di lavoro assiduo: scultura, pittura, disegno, incisione compongono un racconto che, nella sua eterogeneità, restituisce l’interesse dell’artista per il mondo antico, il mito, l’archeologia. Adriano Pompa raccoglie reperti come fosse un attento ricercatore, per poi trasformarli in elementi significanti di un romanzo fantastico. Resuscita antichi cavalieri dal volto censurato, in sella a improbabili cavalli; santi guerrieri in cerca di gloria a impugnare armi bianche; serpenti archetipici a segnalare la loro presenza al mondo. Un bestiario di figure che animano e trasfigurano il nostro ricordo della storia e del mito.

Non è solo colpa di Nerone se Roma brucia

Opere di Adriano Pompa

Dal 12.03.2016 al 10.04.2016
Dal 12 marzo al 10 aprile la Galleria Biffi Arte ospita Non è solo colpa di Nerone se Roma brucia, antologica dell’artista Adriano Pompa, curata dal critico Andrea Tinterri. Un percorso che raccoglie gli ultimi trent’anni di lavoro assiduo: scultura, pittura, disegno, incisione compongono un racconto che, nella sua eterogeneità, restituisce l’interesse dell’artista per il mondo antico, il mito, l’archeologia. Adriano Pompa raccoglie reperti come fosse un attento ricercatore, per poi trasformarli in elementi significanti di un romanzo fantastico. Resuscita antichi cavalieri dal volto censurato, in sella a improbabili cavalli; santi guerrieri in cerca di gloria a impugnare armi bianche; serpenti archetipici a segnalare la loro presenza al mondo. Un bestiario di figure che animano e trasfigurano il nostro ricordo della storia e del mito.

Le atmosfere del colore

Fotografie di Stefano Regazzoni

Dal 12.03.2016 al 10.04.2016
Dal 12 Marzo al 10 Aprile, gli spazi dell’Antico Nevaio accolgono 18 suggestivi scatti fotografici di Stefano Regazzoni. Regazzoni ha iniziato a interessarsi di fotografia nel 1987 approfondendone diversi aspetti: dal ritratto alla fotografia naturalistica, dalla macrofotografia alla fotografia sportiva e di architettura. Quest’ultimo ambito ha portato il fotografo alla progettazione di una soluzione molto sofisticata per il medio formato, realizzata e brevettata nel 2001 e oggetto di pubblicazioni sulla stampa specializzata. Lo sguardo fotografico di Stefano Regazzoni è dunque una felice combinazione di tecnica e poesia, di affetto verso il dato naturale e uso di strumenti tecnici sofisticati che Regazzoni maneggia con duttilità e sapienza. Da questa combinazione nascono immagini forti, magnetiche, che restituiscono tutta la densità di paesaggi naturali complessi ricercati nelle zone più remote e affascinanti del nostro pianeta: Europa, Africa, Asia, Oceania, Nord e Sudamerica, Artico. Importante, nell’attività di Regazzoni, anche la pubblicazione di libri fotografici: Deserti, del 2002, Egitto e Nuova Zelanda, entrambi pubblicati da Edicart nel 2004 e nel 2009 Artico Gelido Incanto, un libro fotografico di grande formato e altissima qualità, in cui fonde la sua esperienza di fotografo con approfondite ricerche sulle tecniche di stampa. Artico Gelido Incanto ha suscitato grande ammirazione nel settore e ha stimolato articoli di approfondimento sulla stampa specializzata.

L’opera grafica di Elena Mezzadra

a cura di Elena Pontiggia

Dal 12.03.2016 al 10.04.2016
E’ una musica di suoni esatti, quella che porta Elena Mezzadra a definire sulla carta un sostrato geometrico di scorrimenti emotivi: un fascio di traiettorie di pura poesia, con stratificazione di “cartilagini luminose” come le definisce Elena Pontiggia, che da sempre connotano il linguaggio di questa artista forte e solitaria. E a Elena Mezzadra, una fra le voci migliori di quella “generazione di mezzo” di artisti nati negli anni Trenta, la Galleria Biffi dedica a partire dal 12 marzo, lo spazio della Sala Biffi. In mostra, un percorso monografico che accoglie un piccolo ma smagliante corpus di 16 acqueforti e acquetinte, realizzate fra l’inizio degli anni Novanta e il 2010. Un lavoro sulla lastra lento e paziente che dice tutta la sensibilità di un’artista che riesce a tenere stretti saldamente insieme cuore e testa, perché, come lei stessa ama dire “Nulla è nell’intelletto che non sia stato prima nei sensi”.

L’INCANTO

fotografie

di Manuela Figlia & Fabio Giovanetti

Dal 13.02.2016 al 06.03.2016

Mostra fotografica di Manuela Figlia & Fabio Giovanetti, dedicata alla passione per la danza classica.

Manuela e Fabio vivono a Milano, sono sposati e hanno due figli.

Si occupano principalmente di fotografia di Moda Bimbo, ma amano dedicarsi a progetti diversi in cui i protagonisti siano sempre direttamente o indirettamente i bambini.

I loro progetti fotografici offrono una duplice visione – femminile e maschile – con uno sguardo particolarmente attento agli aspetti emotivi e interiori dei loro soggetti.

Le loro storie personali influenzano il loro stile e la loro crescita professionale. La loro visione è il risultato dell’unione tra l’amore per i bambini, l’eleganza e l’analisi introspettiva.

Durante l’inaugurazione della mostra ci saranno due interventi coreografici a cura di Choros, diretto da Marcella Azzali e Balletto Ducale diretto da Nadia Passerini alle ore 18.30 e alle ore 19.00

GIOVANNI CECCHINATO. Evolutio Visio

Sulle orme di Gabriele Basilico.

A cura di Riccardo Caldura

Dal 06.02.2016 al 06.03.2016

D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.

Italo Calvino

Il lavoro di Giovanni Cecchinato ha un autorevole punto di partenza: sono i luoghi già percorsi da Gabriele Basilico nella campagna fotografica del 2001, tutta dedicata a Mestre, e rifotografati, in una sorta di reenactment, per osservare e registrare quali trasformazioni siano intervenute in uno stesso tessuto urbano, considerando i quindici anni trascorsi fra una campagna fotografica e l’altra.

Mestre, infatti, ha rappresentato un caso a suo modo esemplare, per indagare il carattere della città anonima, della città ovunque, di quella che Basilico definiva la città media. E non è affatto semplice cogliere questo aspetto così sfuggente, quella caratteristica in cui possa ancora essere riconosciuta, nella città media, questa città.

Il lavoro di Cecchinato comincia da qui, cioè dal ripercorrere lo sguardo e le particolari angolazioni urbane di un altro grande fotografo per cogliere la città nella sua medietà: una medietà intesa non come condizione statica, ma quale condizione urbana soggetta a mutamenti e trasformazioni, dunque più organismo che cristallo.

PRESENZE. LA PITTURA ANIMALIER

DI MARCO RAMASSO

PRESENTAZIONE DI SUSANNA GUALAZZINI

Dal 06.02.2016 al 06.03.2016

 

In mostra nell’Antico Nevaio della Galleria Biffi i più recenti lavori, olii e acrilici, di Marco Ramasso, pittore anche ma non solo animalier.

Ramasso, infatti, rovescia il tradizionale legame uomo-animale, tanto ancestrale quanto controverso e dà vita a un pantheon di animali che vivono nella profonda affermazione della propria identità: sono esseri dalla potenza straordinaria, non carne da caccia, ma esistenze intrise di intelligenza, di luce, di pensiero.

Sono i pacifici abitanti di uno spazio di paradiso ritrovato forse proprio grazie alla latenza dell’uomo, al quale chiedono, come racconta l’artista solo “di essere ascoltati”, nel rispetto della propria presenza. Da questo peculiare approccio alla natura, nasce la pittura di Marco Ramasso la cui ricerca può essere ricondotta a una sorta di realismo emozionale proprio perché tesa a restituire un’emozione, sfuggendo volontariamente all’effetto fotografico.

All’artista non interessa solo il contesto reale, ma anche e soprattutto la potenza, la presenza di quell’animale in quel determinato momento, la sua matericità, il suo essere nel mondo con forza e consapevolezza. Non cerca l’idillio, Marco Ramasso: sarebbe troppo facile. Persegue quel raro, irripetibile momento di incanto fatto di verità e di poesia, quell’attimo intriso di vita che la natura offre solo a chi sa veramente vedere e condividere con affetto e rispetto.

Riflessioni Zen. I gioielli Haiku di Franca Franchi

Dal 15.12.2015 al 01.02.2016

 

I gioielli Haiku di Franca Franchi, in mostra la più recente collezione dei gioielli di Franca Franchi: collier, spille e anelli ispirati al pensiero Zen, in un gioco forte e luminoso di riflessi specchiati.

FRANCA FRANCHI è  un’artista piacentina, fondatrice del movimento Zen in Art – per un’estetica zen e crea “sculture da indossare” (gioielli) e “sculture da vivere” (opere con illuminazione/lampade e opere in cristallo orizzontale/tavoli) con una tecnica che prevede l’uso di materiali quali lo specchio, vetro, cristallo, acciaio e ferro, rigorosamente di recupero, e la loro ricomposizione in opere scultoree.

“Questi gioielli hanno una caratteristica in comune che si potrebbe accostare all’atmosfera che si sprigiona nell’ascoltare un Haiku. Si tratta dell’incontro tra la precisione esecutiva e l’ambiguità degli elementi che la compongono.

Gillo Dorfles

GIANFRANCO ASVERI, LO SGUARDO NASCOSTO

a cura di LUCIANO CAPRILE

Dal 12.12.2015 al 01.02.2016

 

Talora quando ci si pone davanti allo specchio si ha la sensazione di vedere una persona diversa; d’altra parte incontrando uno sconosciuto per strada si può percepire in lui qualcosa che ci appartiene. Insomma, noi non siamo mai un’identità immutabile e gli altri possono variabilmente entrare in questa identità.

Sono le sorprese dell’immagine custodita nel nostro intimo e che lo sguardo filtra ogni volta senza bloccarla definitivamente. La nostra immagine si comporta come il tempo, come la mutevole emozione suscitata al suo cospetto.

Gli artisti che si siedono dinanzi al cavalletto per trasferire sulla tela una figura che hanno di fronte o che viene consegnata a loro da uno specchio o da un’idea, si trovano in ogni caso nella stessa situazione. Ciò avviene soprattutto quando il pennello non insegue una fisionomia per così dire oggettiva ma cerca di interpretare ciò che sta appena dietro quella maschera impressa dai lineamenti. Sotto tale profilo (profilo in tutti i sensi) si possono citare almeno due casi eclatanti che riguardano Alberto Giacometti e Francis Bacon.

Il primo scavava all’infinito i volti a colpi di pennello alla conquista di quella verità interiore che non gli veniva mai restituita in maniera adeguata dall’interpretazione puramente fisionomica; il secondo trasferiva nell’alterazione dell’effigie, se non addirittura nel suo stravolgimento, l’inquietudine esistenziale che lo tormentava e nello stesso tempo decretava i risultati del suo straordinario impegno creativo.

Gianfranco Asveri ha attraversato gli anni Ottanta affrontando da par suo il tema del ritratto ovvero lasciando che il gesto espressivo indagasse il viso del personaggio chiamato in causa di volta in volta alla ricerca costante di quel “quid” che nessuna fotografia o nessuna indagine iperrealista avrebbe potuto documentare con pari efficacia.

Ha intitolato questo suo lungo ciclo di opere “Lo sguardo nascosto” perché l’ovale è sistematicamente cancellato come se ci si trovasse al cospetto di una vecchia lavagna di scuola su cui rimangono impressi i passaggi dello straccio che ha portato via ogni residuo leggibile della storia scritta dai numeri o dalle lettere dell’alfabeto lasciandone solo una labile traccia o un’illusione di transito o il fantasma del gesto.

Raramente si salva un occhio, un accenno di naso o un ghigno che comunque non raccontano adeguatamente l’aspetto esteriore di tali “figure”. Un compito che non si è dato Asveri e che opportunamente non viene rispettato. A lui come ai due grandi autori citati premeva ben altro: lo sguardo, che talora compare, non è quello ricercato e pertanto non va tenuto nel conto: lo sguardo vero è quello trattenuto dall’anima, riservato all’inconscio e portato alla superficie in particolari occasioni.

La “lavagna cancellata” di Asveri serve da guida per ritrovare le cifre e le frasi necessarie a ricomporre la verità, a rileggere il compito per cui si è stati interrogati. Si tratta di un passaggio importante per un artista come Gianfranco che da queste prove di escavazione interiore troverà motivazione e alimento per esplorare quello straordinario mondo della prima infanzia da tutti noi vissuto e sovente riposto nell’angolo più remoto e nostalgico dell’inconscio.

Da questi “ritratti” partirà un percorso a ritroso che lo condurrà a sondare il mistero dei nostri primi gesti, dei nostri primi pensieri che contenevano l’innata conoscenza smarrita dagli adulti e magicamente riconquistata dagli artisti toccati dalla grazia. Ne “Lo sguardo nascosto” si insinua questa premonizione; nel gesto scarno ed efficace ( che rifugge da ogni compiacimento rappresentativo ) risiede già l’anticipazione di un capitolo di sorprese da conquistare attraverso la paziente, continua ricerca del sé nascosto.

Le “figure”, deliberatamente non identificabili, annunciano in varia misura le macchie, i moduli formali, le intenzioni e le provocazioni strutturali che in seguito si scioglieranno e si trasformeranno in stupefacenti esplosioni timbriche e narrative. A costruire un divenire a ritroso che ci riconduce agli incanti della prima età dove la scoperta dell’immagine elargita dal cammino della matita su un foglio di carta equivale alla scoperta del mondo.

In questi “ritratti” Asveri sembra voler celare ancora una simile magia che sta per esplodere e si manifesterà come la liberazione incontenibile di creatività, di ritrovata innocenza, di condivisibile stupore. Possiamo già indovinare questo mondo nella “natura morta” che accompagna e chiude idealmente l’attuale sequenza per annunciare forse già il nuovo mondo: una labile fetta d’anguria si fa volto e luna per un paesaggio che invade il corpo nel disegno accennato di un sogno. Anche questo è un “ritratto”: è il ritratto di un Asveri in agguato, pronto a far esplodere un mondo interiore di gesti, di rimandi e di racconti da collegarsi a quella cultura contadina che gli appartiene e appartiene a tutti noi quando siamo capaci ancora di stupirci e di innamorarci di certe sorprese della natura e di quei comportamenti che ne sottolineano l’atemporalità o per lo meno la lontananza da certe reiterate manifestazioni dell’oggi scandite dalla esasperazione tecnologica. Non a caso Gianfranco Asveri conclude questa rassegna di opere degli anni Ottanta con una sorta di “post scriptum” che lega quella sua lontana stagione all’attuale popolata di figure e di storie che entrano ed escono dalle sue mani come abitanti di una casa che li contiene da sempre e li centellina con la preziosità del dono ricercato e assaporato da tutti coloro che entrano in felice sintonia con lui.

Dunque Asveri ha richiamato per l’occasione sulla scena quel Cicòn che sintetizza ogni personaggio dell’immaginario che ci interroga quando dobbiamo fare i conti con quella storia nutrita di leggenda in cui si riversava l’immaginario dei nostri padri e che ancora oggi riesce ad accendere la magia di certe notti immerse nel silenzio ormai dimenticato dei campi, dei boschi o riesce a scandire la lieve trafittura della pioggia sulle foglie o annuncia l’impalpabile velo della nebbia.

Il Cicòn di Gianfranco conserva simili atmosfere e le distribuisce a ventaglio come un prezioso seme nel terreno della nostra sensibilità per arricchirla di nuovi e antichi germogli, di nuovi e rinnovabili frutti. La storia di Cicòn si rivolge a un fantoccio che deve bruciare e consumarsi in un rito collettivo per poter quindi rinascere dalle proprie ceneri e donare nuova linfa vitale alla gente; questi “ritratti” di Asveri costituiscono dunque il prologo di un racconto da tramandare all’infinito per non perdere il senso delle proprie origini e di riflesso per non perdersi.

Tali caustiche od oniriche rappresentazioni conservano ed esibiscono, volenti o nolenti, l’essenza e l’impronta genetica di ciascuno di noi.

Luciano Caprile

MAPPAMONDI – TOPOGRAFIE DI UN PAESAGGIO INTERIORE

Marco Rigamonti e Annamaria Belloni – a cura di Susanna Gualazzini

Dal 12.12.2015 al 01.02.2016

 

A cosa serve una grande profondità di campo se non c’è un’adeguata profondità di sentimento?

Eugene Smith

Gli spazi profondi e silenziosi dell’Antico Nevaio della Galleria Biffi accolgono dal 12 Dicembre al 1 febbraio 2016, una selezione di lavori, recenti e più remoti, di Annamaria Belloni e Marco Rigamonti, artisti molto apprezzati nell’orizzonte della ricerca fotografica italiana.

Due percorsi autonomi ma, nel caso di questa mostra, apparentati dalla volontà di muovere dallo spazio fenomenico inteso come luogo che ci contiene, come “scena del nostro agire” e, fatalmente, del nostro sentire.

Sono lavori in cui, attraverso tragitti comunque individuali, sia Belloni che Rigamonti esplorano il proprio archetipo paesaggistico inteso come strumento che dà voce a una propria mappa interiore. Ed è, questa, una mappa che prende forma da una serie di incontri con istanti del reale, ognuno con la propria legge, ognuno con la propria voce. In Belloni, i luoghi di questo incontro possono anche essere i luoghi comuni che, fotografati, acquistano spessore, senso, capacità di rivelare.

Con essi, l’artista intreccia un dialogo affettuoso e intimo che li fa rinascere dalle loro origini umili trasformandoli in luoghi di rivelazione poetica. Ma se Belloni intrattiene con i suoi paesaggi una relazione di vicinanza, nel lavoro di Marco Rigamonti lo sguardo inverte la rotta e si fa lontano, aggrappandosi alla luce: Rigamonti agisce sulla luce e la manipola in rifrazioni che letteralmente trasformano la realtà attribuendole, a tratti, un “di più”, una qualità di extra-realtà.

Di qui l’affezione per la luminosità calcinata del paesaggio marino, in cui la tonalità dell’aria viene da un’esperienza tutta mentale. Verrebbe da dire metafisica, non fosse che il termine – abusato – potrebbe dare una connotazione troppo rigida a una poetica in realtà fluida, cangiante, mobile.

Dunque due diverse modalità di sguardo ma la medesima e comune conclusione: solo dalla continua oscillazione fra spazio interno e spazio esterno, e dal loro sottile trasmigrare l’uno nell’altro, può fiorire una autentica esperienza del mondo.

A cura di Susanna Gualazzini

UNA STRAORDINARIA “VICENDA” PIETRO REINA 1905-1954 pittura, disegno, scenografia

A cura di Gianni Reina e Arialdo Ceribelli

Dal 14.11.2015 al 06.12.2015

La mostra allestita alla Galleria Biffi Arte dal 14 Novembre al 6 Dicembre, rende conto, attraverso più di sessanta opere, fra bozzetti per scenografie teatrali, studi di interni, oli e disegni, del complesso universo poetico di Pietro Reina (Saronno 1905 – Milano 1954), artista che svolse un ruolo di grande rilievo all’interno della più raffinata cultura milanese e lombarda di primo Novecento.

Attivo dalla metà degli anni Trenta fino alla morte prematura, a quarantanove anni, Pietro Reina insegnò scenografia a Brera, Arte e Mestieri presso l’Umanitaria, fu apprezzatissimo scenografo della Scala e di altri teatri, collaborò con La Triennale di Milano e con il Ministero della Pubblica Istruzione per la redazione dei programmi dei corsi di Scenografia nelle Accademie di Belle Arti italiane.

La mostra valorizza soprattutto l’attività di scenografo o meglio di ”costruttore” di spazi poetici. Un corpus di opere in cui lo studio della geometria, la costruzione delle forme e dei volumi, l’illusione prospettica, la composizione scenografica diventano uno linguaggio espressivo e poetico a cui l’artista consegna il compito di trasmettere il contenuto del proprio mondo interiore. Si compone la figura di un artista intriso di profonda sapienza teorica, un pittore e uno scenografo mai sedotto da sperimentazioni gratuite ma, soprattutto nelle scenografie, in cristallino equilibrio fra gli spazi sospesi della coeva pittura metafisica e le nuove tendenze dell’architettura razionalista.

E straordinaria è la capacità di sintesi e di trasformazione che l’artista esprime: un universo di pareti, piani e sottili parallelepipedi si compongono in interni in cui le più geniali idee di Gropius, van der Rohe, Le Corbousier si fondono a ombre liriche e metafisiche, in un contesto di intuizioni fondamentali che, non a caso, confluiranno nell’importante attività teorica dell’artista (per Garzanti pubblicherà Leggi di Prospettiva Normale e con Ulrico Hoepli Disegno geometrico per le arti e mestieri. Stereometria fondamentale).

E, accanto, l’inesausta attività pittorica e grafica, affrontata con le tecniche più diverse, dalla tempera alla grafite, con un immaginario non privo di ironia che a tratti guarda al secondo Futurismo, a tratti al lirismo volumetrico degli anni Trenta.

A cura di Gianni Reina e Arialdo Ceribelli 

L’INSOLITO DEI GESTI QUOTIDIANI : L’OPERA DI SIMONE PRUDENTE

A cura di Sandro Gazzola

Dal 14.11.2015 al 06.12.2015

Vincitore del Premio Biffi, nell’ambito del Premio Cairo 2014, Simone Prudente costeggia con ironia e giocosità gli aspetti misterici della realtà, sviluppando una ricerca che va oltre il reale e che volutamente ne mette in discussione le leggi. Undici opere che spiazzano lo spettatore, e lo fanno in modo ragionato, condotte, come sono, con una scrittura colta, rigorosa, studiatissima.

L’intento è quello di intercettare e “far saltare” la superficialità culturale degli anni della globalizzazione, sempre meno idonei al tempo della riflessione.

Una collezione di riflessioni intime che riesce a raccontare valori elevati pur usando un linguaggio semplice, con immagini e parole primarie ed archetipe: un messaggio di criticità rivolto a una realtà un po’ troppo assuefatta al sacrificio del Bello.

A cura di Sandro Gazzola

LETTERE DA UN AMICO ANTICHISSIMO.

L’OPERA DI MAURIZIO BOTTI A cura di Carlo Francou

Dal 14.11.2015 al 06.12.2015

La conoscenza di cui parlo non è quella intellettuale o scientifica cui siamo abituati nella nostra cultura basata sulla logica e sulla razionalità.

E’ piuttosto una conoscenza legata alle emozioni, al sentire e all’intuizione. Potrei definirla, con un linguaggio mutuato dalle tradizioni mistiche, una “conoscenza del cuore”.

Rappresentare quella scrittura su una tela o una carta, inserirla in un insieme formato da colori, materia, segni e tecniche varie, cercare un equilibrio formale, una compiutezza, è il modo che ho trovato per tentare di esprimere, con un discorso pittorico, i “messaggi” che mi giungevano da questa presenza interiore o, ciò che è lo stesso, i contenuti psichici che di volta in volta mi affioravano alla coscienza chiedendo di essere accolti e compresi.

E’ tutto racchiuso in queste riflessioni il senso del cimento di Maurizio Botti, il cui percorso artistico ha conosciuto momenti di pausa e di silenzio ma che con questo solo show nell’Antico Nevaio della Galleria Biffi, torna a esprimersi, e lo fa a gran voce.

Carte, tavole, tecniche miste su tela e su ferro, a definire una sorta di scrittura archeologica, sintassi di “alfabeti dimenticati” immaginati per dare forma a messaggi che una presenza antica gli invia. Messaggi da decodificare per annodare dei fili, per trasmettere una saggezza antica. Perché quello di Maurizio Botti non è un lavoro di rottura ma, al contrario, di ricucitura, un riannodare fili remoti per assicurare la continuità della conoscenza. Noi siamo quello che siamo grazie a un processo di trasformazione continuo che, per essere armonico, deve tenere conto del passato e questa scrittura è esattamente questo: metafora per camminare verso il futuro conservando un’anima antica.

A cura di Carlo Francou

“Ecce Fabula” THIRTEEN FRAMES

Dal 14.11.2015 al 13.12.2015

Il nuovo lavoro di Gionata Xerra è composto da tredici immagini tratte dalla proiezione del video mapping “Ecce Fabula” realizzato sul Palazzo del Governatore in Ottobre 2015 Piacenza.

Queste foto non sono, in realtà, frutto della trasposizione in supporto fotografico di alcuni frames del video, ma foto specificatamente scattate in Piazza Cavalli durante la proiezione.

Esiste però una corrispondenza, invisibile e per alcuni aspetti volutamente incompleta, tra gli scatti fotografici ei frames del video.

Gli scatti, come i frames nella loro casualità, registrano istantispesso incompiuti, uscendo da una modalità documentale per divenire interpretazione. In ogni foto agisce così la volontà di fermare un preciso momento. Uscire dal racconto animatoper entrare nella sintesi dello scatto fotografico diventa la linea portante di questo progetto

José Molina: del amor y otros demonios

Dal 17.10.2015 al 08.11.2015

Eclettico, capace di una finitezza di segno dalla precisione chirurgica e di una fantasia onnivora e visionaria, l’artista spagnolo José Molina presenta da Biffi Arte una selezione di lavori appartenenti a collezioni passate e più recenti.Ci sono i Predatores (predatori), mostri dalle fauci animalesche, ibridi spaventosi, colpevoli, sì, ma anche vittime, incisi dal segno inesorabile di Molina che tuttavia non è mai totalmente privo di uno sguardo di pietà. Ci sono gli Olvidados (I Dimenticati), con la loro sconfitta scritta sui volti orribilmente deformati. E poi ci sono le serigrafie della serie Sentimentos, dove l’amore assume le forme più varie e dove l’abbraccio è passione ma qualche volta anche prigione.

AnimaDonna, infine, è il monumentale progetto che l’artista dedica al mondo femminile: un lavoro in bilico tra pittura, disegno, scultura e installazione che vede al centro di tutto la donna, non come oggetto da contemplare, ma piuttosto come forza primitiva ferocemente legata alla terra, all’istinto, al lato più autentico e animale dell’umanità. Il progetto intero – dal quale per la mostra sono state selezionate alcune opere – si compone di 150 pezzi in totale suddivisi in 18 capitoli che trattano temi che vanno dalla maternità al sesso, alla psiche, alla spiritualità. Disegnatore superlativo quando si tratta di lavorare a matita, se affronta l’olio Molina è capace di regalargli una luminosità e una nitidezza uniche. Ma fondamentali nella fruizione del suo lavoro sono anche le cornici, che fa realizzare appositamente da artigiani o costruisce da sé.

Tra visioni di suggestione neosurrealista e immagini oniriche, figlie di una conoscenza profonda dell’uomo e dei suoi demoni, la mostra ci accompagna – opera dopo opera – alla scoperta dei recessi più profondi dell’uomo. Dei nostri desideri più segreti e delle nostre paure più inconfessabili.

Sabato 7 novembre, alle ore 18.30, è previsto il recital “Esser natura: luci ed ombre” di Pamela Antonacci, liberamente ispirato alle opere di José Molina.

Poesie, racconti e parole fluttuanti per raccontare l’anima della mostra. Protagonisti dello spettacolo saranno gli stessi visitatori, invitati, nei giorni di visita alla mostra, a scrivere su dei post it le proprie suggestioni ed emozioni. Saranno proprio queste ultime ad essere elaborate per essere messe in scena.

ARTE AFRICANA

MASCHERE E FETICCI

Dal 10.10.2015 al 08.11.2015
Da tempi antichi, in Africa la realizzazione di oggetti di culto, maschere, feticci, statue, statuette, amuleti in legno, terracotta o leghe di vari metalli, ha costituito una componente essenziale delle culture locali, dato il ruolo fondamentale della religione e della magia presso le popolazioni del vasto continente. Alcune etnie (Senufo, Fang, Baulè, Degon, Bambara) hanno raggiunto nei secoli un tale livello di raffinatezza nella creazione di questi “manufatti” che essi da alcuni decenni sono giustamente annoverati a pieno titolo come originalissime opere d’arte. Le maschere sono tra gli oggetti di culto più diffusi e meglio noti dell’arte africana: usate nelle danze propiziatorie per un abbondante raccolto o per favorire la caccia, spesso ricorrono anche nei culti funerari e nei riti di iniziazione. Le statue antropomorfe possono essere invece rappresentazione degli antenati, o possono essere oggetti di culto associati, per esempio, ai riti di fecondità: è il caso delle statue con la rappresentazione della donna con in braccio un bambino o nell’atto di sorreggere il seno. Presso alcune etnie, come gli Ashanti del Ghana, le donne portano addosso delle piccole statuette (“bambole della fertilità”) per scongiurare la sterilità, causa di disonore e emarginazione all’interno della comunità. Tutte queste affascinanti implicazioni si intrecciano nella mostra Arte africana: maschere e feticci, allestita alla Galleria Biffi Arte dal 10 ottobre all’8 novembre, a cura di Leda Calza e Luigi Sansone: maschere rituali, pezzi di statuaria, ma anche vere e proprie rarità, come per esempio i venti “pesi” Ashanti, piccole sculture zoomorfe in bronzo a fusione unica, utilizzate fino alla fine dell’Ottocento come moneta corrente, dunque di numero limitato e ricercatissimi. In mostra più di sessanta pezzi tutti provenienti da un’unica collezione privata, a documentare una immensa passione per il continente africano e per le sue complessità. Il catalogo della mostra si avvale di un saggio introduttivo di Luigi Sansone.

EVITA I SOUVENIR ROTTI

Dal 10.10.2015 al 08.11.2015
Di origine savonese e figlio d’arte, Vincenzo Cabiati è artista eclettico che ama misurarsi con i materiali più diversi: ceramica, vetro, bronzo, cera, combinando immagini serigrafate, still frame di video e dettagli di fotografie. Attivissimo in solo e group show dalla metà degli anni Ottanta, ha sviluppato un linguaggio multiforme e suggestivo con il quale esplora, di preferenza, i territori più profondi della coscienza. E’ il caso di Evita i souvenir rotti, in mostra alla Galleria Biffi Arte dal 10 ottobre all’8 novembre: una installazione complessa ed enigmatica, gravitante attorno al bianco snowman. Muto, attonito, candido, calato in un paesaggio-sinopia egualmente raggelato, snowman costruisce un’atmosfera algida da cui emergono souvenir dello sguardo senza (o al di là della) coscienza.

LA FLORA MECCANICA DI OSWALDO BOT

Dal 17.09.2015 al 04.10.2015

Sappiate che a Piacenza non c’è che un artista: Bot. Il Futurismo, guidato da me e dal mio caro amico Bot, sempre ha trionfato e sempre trionferà.

Piacenza, 14 dicembre 1931 Filippo Tommaso Marinetti

La Galleria Biffi Arte di Piacenza si unisce a tutta la città per celebrare Oswaldo Bot, uno dei suoi figli più geniali, struggente e appassionato protagonista del Futurismo. E lo fa scegliendo, nell’ambito della multiforme produzione di questo artista, una delle espressioni più anarchiche e poetiche: dal 17 settembre al 5 ottobre, l’area Bookshop della galleria ospiterà infatti alcuni esemplari della Flora Meccanica Futurista, i fiori visionari progettati da Bot nel 1930, pubblicati nello stesso anno ma mai realizzati. Fino a quando, nel 1986, in occasione della storica mostra veneziana Futurismo e Futurismi, curata da Pontus Hulten, Gherado Frassa, artigiano, artista, collezionista, creatore di mode, “poeta” anarchico e geniale quanto Bot, ispirandosi direttamente ai bozzetti, li ha portati alla vita. E sono nati così i Fiori di Latta, vere e proprie sculture da sessanta centimetri a due metri di altezza, realizzate interamente in ferro laccato e dipinto a mano, fedeli riproduzioni dei disegni originali di Bot. Gherardo Frassa li ha realizzati con la collaborazione dei mastri ferrai della Valcamonica creando pezzi unici e pezzi numerati: fiori meccanici, fiori veloci, forti e gentili, che ripropongono tutta la forza visionaria di Bot e la sua modernità di linguaggio sempre e profondamente congiunta all’ironia.

Tutto dal vero

Dal 05.09.2015 al 04.10.2015

Barilli aveva sospeso una sua attività di pittore nel 1962, dandosi esclusivamente da quel momento a una carriera di docente universitario al DAMS di Bologna, con relativa pubblicazione di saggi di storia e critica d’arte, di letteratura e di estetica, ma poi, andato in pensione nel 2010, ha sentito il richiamo della vecchia passione e vi si è rituffato, ricominciando quasi da zero, dai tempi della sua adolescenza quando faceva un’arte in apparenza molto tradizionale dedicata alla figura umana, agli interni e ai paesaggi. L’unica differenza è che ora si avvale dell’approccio fotografico consentito dai cellulari, salvando così la coscienza di sostenitore, a suo tempo, della svolta del ’68, quando appunto si negava la possibilità di mantenere un avvicinamento pittorico alla realtà sostituendolo per intero con l’immagine fredda della pellicola fotochimica, allora usata quasi in esclusiva. Ora, il suo intento è di rispettare quel responso oggettivo, rivolto a fare presa su occasioni marginali, squarci di tessuto urbano, piccole nature morte, volti di amici, o di folla anonima sorpresa sui mezzi di trasporto. E’ quasi la pratica delle “epifanie”, cioè di brani in apparenza marginali ma carichi di un sapore esistenziale, di cui ci ha parlato il grande Joyce. Ovvero si tratta di ridare consistenza, anche materica, cromatica, perfino tattile, alle immagini altrimenti troppo stereotipate consentite dal mezzo tecnologico. Barilli si avvale di una pittura a tempera su fogli di carta Fabriano, tutti suppergiù con le stesse misure. Nato nel 1935, dal 1964.

Renato Barilli ha insegnato presso l’Università di Bologna di cui ora è professore emerito. Ha al suo attivo un gran numero di saggi pubblicati nei tre ambiti del suo interesse, critica d’arte, di letteratura e di estetica. Ha collaborato a quotidiani e riviste nazionali di prestigio, ma ora per esprimersi ha solo un suo blog cui invita chi eventualmente interessato: www.renatobarilli.it.

Viaggio nel colore

Dal 05.09.2015 al 04.10.2015

Con molto piacere la Galleria Biffi Arte ospita Viaggio nel colore. La ‘nuova’ pittura di Paolo Capitelli, personale di Paolo Capitelli, valente pittore piacentino, originario di Farini d’Olmo. In esposizione, le ultime sue opere, acrilici di vario formato dai colori intensi e vivaci. Nelle sue tele Capitelli parte dalla realtà ma la trasfigura, la rilegge in senso magico e spesso fortemente interiorizzato giungendo all’Informale e, talora, all’Astrazione. Ma di questi due gloriosi movimenti è rimasta solo l’apparenza perché, a ben vedere, alla fine emerge solo la personalità del pittore. Capitelli infatti sente e vive la realtà esterna con slancio, trasporto ed emozione, quasi nascesse un sentimento “panico” cioè relativo al tutto circostante. Il pittore, sia che si ispiri alle sue amate colline sia che si idealizzi un notturno o una marina, mantiene identica tensione espressiva. Insuperabili i paesaggi e gli scorci di campagna dai colori tenui e pastellati, romantici oltre modo certi notturni al chiaro di luna e gli azzurri, espressivi del mare, del cielo e per estensione di tutto quanto ci circonda.

Nelle composizioni di Capitelli non c’è lo spazio ma il sentimento dello spazio, non c’è il tempo ma il senso del fluire del tempo, non c’è la natura ma la quintessenza della natura. Nelle ultimissime tele poi il tocco diventa più nervoso, la materia più intricata e contorta, l’idea e il concetto si nascondono quasi nell’inviluppo cromatico. Forse aumentano ansie e preoccupazioni, forse il pittore fatica a seguire una realtà sempre più complessa e contraddittoria, forse Capitelli riflette il ribollire della tecnica e il maggior sommovimento sociale, forse ….

Andrea Salvetti Stanze di metalli organici

Dal 05.09.2015 al 04.10.2015

Metto radici nella terra come un albero, con i piedi piantati sottosuolo, fermo, guardo l’orizzonte e respiro piano. Come un castagno di qualunque selva che dei frutti si scuote al vento, perde le foglie al primo freddo e ne fa di nuove al primo sole, che sta lì semplicemente quasi immobile, sto fermo anch’io e ne invidio la fotosintesi (Andrea Salvetti).

In mostra alla Galleria Biffi Arte, alcuni pezzi storici della più che ventennale ricerca di Andrea Salvetti: un repertorio di oggetti-opera che documentano il complesso intreccio di lavoro di testa e di mani (mani pensanti, come le ha definite Giampiero Mughini) che connota il suo fare.

Pioniere dell’autoproduzione, scultore-designer dalle sorprendenti invenzioni stilistiche, Andrea Salvetti si muove in uno spazio interdisciplinare fra scultura, design, architettura, performance, con uno sguardo plurale che lo porta a comprendere la complessità della materia cogliendone nel contempo il respiro poetico. Moderno Efesto, Salvetti doma i materiali più riottosi (il ferro, l’alluminio, l’acciaio, il bronzo) addomesticandoli e sposandoli a forme prese a prestito dalla natura, formidabile contenitore da cui sempre e comunque partire. Perché ciò che la natura ha fatto, lo ha fatto per bene e per sempre. Ma è gentile, questo corpo a corpo, agito per estrarre forme e significati che, alla fine del cammino di ricerca, sono di bellezza, nella struggente consapevolezza che nella semplicità delle forme della natura a volte c’è una perfezione che l’artificio dell’uomo non sa ripetere.

Un percorso complesso e coraggioso, quello di Salvetti, che lo ha portato in questi anni a realizzare numerosi progetti autoprodotti in collaborazione con gallerie di arte e design in Italia e all’estero (Dilmos, Nilufar, Moss, solo per citarne alcune). Ha partecipato alla 48ma Biennale d’Arte di Venezia, esposto al Focke Museum Bremen, alla Triennale di Milano e ha allestito mostre personali e istallazioni in eventi collettivi in molte sedi internazionali (Design Miami Basel, PAD Paris , Artefiera , ArtCurial e Sotheby’s). E’ del 2007 la monografia Terra Terra, pubblicata per Electa.

Il lato bello del rifiuto

Dal 03.07.2015 al 02.08.2015
Sono frammenti della domesticità più quotidiana, quelli che Marilena Panelli raccoglie, moderna Estia, e ricompone in carte artistiche di delicata grazia: tè, polveri di cioccolato, cipolle di Tropea, cuori di carciofi, semi, noccioli, granaglie, legumi, gusci, tutto è trasformato in pigmento, impastato in carte di recupero e legato con antica cera d’api per rinascere decoro, farsi fregio. In mostra, una sorprendente selezione di queste carte, frutto dell’inesauribile (e tutta femminile) forza trasformante di Marilena Panelli.

Artesfera

Dal 19.06.2015 al 02.08.2015

L’associazione culturale ArteSfera presenta alla Galleria Biffi Arte una serie di opere a tema enogastronomico realizzate da artisti piacentini. Le opere, sia plastiche che pittoriche e fotografiche, offrono un percorso nella tradizione locale attraverso la rappresentazione di alcune ricette più caratteristiche.

L’esposizione vuole valorizzare il forte rapporto fra cultura ed enogastronomia, tipico del territorio piacentino, ed è accompagnata dal catalogo-ricetta, vero e proprio strumento di promozione della città e della provincia di Piacenza prima, durante e dopo Expo 2015.

Artesfera è un’associazione culturale senza fini di lucro che vuole promuovere l’interesse per l’arte, favorendo iniziative di aiuto e di sostegno alle donne, ai giovani e a tutti coloro che operano in ambito artistico e che condividono le finalità dell’associazione stessa. Dal 2004 le socie di ArteSfera hanno promosso e organizzato numerose mostre ed eventi d’arte in importanti sedi cittadine, fra le quali Palazzo Gotico, Palazzo Farnese, a Piacenza ma anche all’estero, in particolare all’Ambasciata Italiana a Strasburgo.

Artesfera

Dal 11.06.2015 al 02.08.2015

In collaborazione con MUST, Museo del territorio di Vimercate e heart – PULSAZIONI CULTURALI, Vimercate, la Galleria Biffi Arte espone CiBoh!?, vera e propria ricognizione delle possibili risposte dell’arte al tema dell’alimentazione.

Il rapporto tra cibo e arti visive ha lunghe radici, che giungono fino all’antichità delle pitture parietali egizie. Elemento rituale, simbolo religioso, monito sulla caducità della vita terrena, racconto quotidiano, veicolo di denuncia sociale, ironica riflessione sull’identità contemporanea… l’iconografia del cibo ha cambiato più volte volto, mutando intenzioni e significato ma continuando ad abitare la storia dell’arte con un ruolo da protagonista.

In aria di EXPO parlare di cibo può essere scontato, a tratti persino pericoloso. Il tema è certamente sulla bocca di tutti, direi quasi inflazionato, e rischia, senza dubbio, di perdere il suo reale significato, privilegiando il culto della buona cucina e il suo immaginario da super chef televisivi o da ristoranti stellati a discapito dei molti altri importanti motivi di riflessione che esso sa suggerire.

Questa mostra è una piccola goccia in un argomento sterminato: una visione personale, e quindi parziale e soggettiva, su un soggetto iconografico straordinario, dalle infinite possibilità espressive. Gli artisti che ne sono interpreti – tra loro molto diversi per storia, personalità e linguaggio – hanno un ruolo preciso: raccontare l’identità del cibo da diverse prospettive, aprendo ciascuno una piccola-grande riflessione su cosa significa per l’umanità l’alimentazione e la sua ritualità. Ora con ironia, ora con linguaggio evocativo, ora con ascendenze spirituali, ora con una grammatica terrena, perfino dissacrante, i lavori esposti hanno il compito (arduo) di tracciare un percorso nei mondi del cibo: da quello quotidiano, concreto e tangibile a quello simbolico, trascendente e mistico; e, sebbene protagonista indiscusso sia l’alimento per eccellenza, il pane, non sono affatto esclusi dall’indagine i cibi del contemporaneo, anche quelli della produzione industriale. Un gioco in fondo molto serio, che ci ricorda il ruolo fondamentale del cibo nella nostra società, nella nostra identità, nella nostra vita.

Vik Muniz,  Martin Parr, Ugo Nespolo,  Lorenzo Pacini,  Andrea Cereda,  Armando Fettolini, Simone Casetta,  Silvia Levenson,  Fabio Eracle Dartizio,  Giorgio Donders, Michele Munno,  Silvia Cibaldi, Armanda Verdirame, Pierantonio Verga,  Andrea Ferrari Bordogna,  Roberto Fumagalli, Laura Santini

Kitchen Art.

Dal 11.06.2015 al 02.08.2015

Emiliano Arcelloni, Emilio Barbieri, Alfredo Barone,  Graziano Besenzi, Antonio Borruso, Alberto Buratti, Roy Caceres, Mauro Cavalet, Enrico e Roberto Cerea, Claudio Ceriotti, Stefano Cerveni, Stefano Cilia, Luca Collami, Giovanni Luca Di Pirro, Donat oEpiscopo, Pierfranco Ferrara, Andrea Fusco, Giovanni Gandino, Enrico Gerli, Fabrizio Girasoli,  Valentina Goltara, Paolo Gramaglia, Giuseppe Iannotti, Luca Landi, Pietro Leemann, Igor Macchia, Franco Madama, Cinzia Mancini; Maria Teresa Marcotti; Antonio Montalto, Davide Oldani; Paolo Pettenuzzo; Roberto Petza; Manuela Porta; Nicola Portinari; Michele Potenza; Daniele Repetti; Chiara Rizzi; Matteo Rizzo; Claudio Sadler; Mariangela Susigan; Gianni Tarabini; Fabrizio Tesse; Marcello Trentini, Daniele Usai; Valentina Varini; Samuele Zani; Patrizia Zurra;

Nata a gennaio del 2014 come pagina Facebook di RG, storica azienda specializzata nella commercializzazione di attrezzature per chef e barman, Kitchen Art si trasforma nella mostra che aprirà alla Galleria Biffi Arte giovedì 11 giugno: lanciando un vero e proprio call for entry, la pagina ha raccolto le fotografie delle migliori creazioni culinarie di chef famosi ed emergenti, provenienti da tutt’Italia. Pietro Leemann, Davide Oldani, Claudio Sadler, solo per citarne alcuni, hanno inviato le loro mise en place più creative che, selezionate, stampate e trattate come vere e proprie opere d’arte, offrono un percorso completo nella rappresentazione delle tradizioni alimentari regionali.

Ma la mostra, che naturalmente intercetta le tematiche di Expo 2015, si propone anche come ricerca indiziaria, dal momento che presenta non solo fotografie, piatti, ingredienti e tecniche di cucina, ma offre anche una serie di simboli e presenze antropologiche indicative di alcune nuove tendenze nel linguaggio del cibo e della preparazione dei piatti. Il tempo e lo spazio del cibo sono cambiati e la messa in scena del piatto è diventata luogo sinestetico per eccellenza in cui tutti i nostri sensi sono implicati, non solo quelli legati più tradizionalmente al cibo.

Ma il preparare e mettere in scena un piatto deve anche essere espressione di un sapere replicabile, senza segreti: la cucina è un sistema democratico, al quale tutti, conoscendo le regole, dovrebbero essere in grado di accedere. Il catalogo presenta il repertorio completo dei piatti fotografati ed esposti in mostra, e il riferimento allo chef autore. Il testo offre un contributo di Aldo Colonetti, curatore del progetto, e di Alberto Capatti storico della cultura alimentare ed emerito Rettore dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo.

DESIGNED TO BE USED (AND RE-USED)

Dal 11.06.2015 al 01.07.2015

Due aziende italiane per eccellenza che danno qualità al quotidiano:

Fratelli Guzzini

Fratelli Guzzini, azienda storica nata nel 1912, ha collaborato con i più importanti designer internazionali, facendo interpretare tutte le fasi e tutti gli strumenti legati al rito alimentare, privilegiando il proprio materiale tradizionale: le materie plastiche. Presente nei maggiori mercati internazionali, è stata protagonista del progetto Food Design Guzzini, al quale hanno partecipato più di 300 architetti e designer provenienti da tutto il mondo. Qui abbiamo alcuni esempi di prodotti, riconoscibili rispetto alle specifiche funzioni ma anche ambasciatori del Made in Italy.

Aldo Colonetti

TVS

Dal “crudo al cotto”, ovvero il passaggio fondamentale dalla “natura alla cultura”, come scrive il grande antropologo francese Claude Lèvis-Strauss. TVS, azienda leader nella produzione di pentole, da sempre dialoga con i designer. Qui abbiamo due esempi: Terra di Matteo Thun, e Maestrale di Alberto Meda, a dimostrazione che anche un oggetto, sempre rimasto uguale dalla notte dei tempi, può essere interpretato da grandi progettisti, a condizione che ne sia rispettata la funzione fondamentale: cuocere nel segno della cultura alimentare.

Aldo Colonetti

Camere con cibo

Dal 07.05.2015 al 07.06.2015

Mostra fotografica del Gruppo Fotografico Ideaimmagine:

Adriano Perotti, Camilla Biella, Francesco Covati, Franco Merli, Gaetano Damasi, Giovanni Calori, Marco Rigamonti, Marisa Via, Patrizio Maiavacca, Samantha Veneziani

Puntualmente, come ci hanno piacevolmente abituato in occasione di Omeofest, il festival internazionale dell’omeopatia, gli autori del Gruppo Fotografico Ideaimmagine tornano a offrirci la loro personalissima interpretazione fotografica a tema. E se questa edizione non poteva che essere sul cibo, mai come quest’anno i fotografi di Ideaimmagine hanno esplorato una grande varietà di situazioni e tecniche, con la consueta bravura e inventiva, lasciando al pubblico tanti interessanti motivi per ritornare e soffermarsi, con tempo meditato, sulle loro invitanti immagini.

In bilico tra passato e presente è la ricerca intrapresa da Adriano Perotti, che ci regala un portfolio dal titolo 1965-2015, variazioni sul cibo, un excursus fotografico sul mutare delle abitudini alimentari degli ultimi cinquant’anni. Suggestive immagini sinestetiche racchiudono, in cinque intensi scatti, i momenti della giornata dedicati al cibo, confrontando i gesti del quotidiano disatteso dalla frenesia odierna del consumo.

Per Camilla Biella, che ha documentato il processo di trasformazione del pomodoro in salsa, tutto appare come una sequenza celebrativa carica di crescente pathos, dove un rosso ematico impregna un candido telo. Il titolo è chiaramente evocativo: Deposizione, riferito a quel telo-sudario che si plasma sugli oggetti, caricandosi di densi significati sacrali sui frutti della terra nati per nutrirci.

Con Francesco Covati si apre uno sguardo ai risvolti alchemici del rapporto cibo e corpo: la sua interessantissima raccolta intitolata Signatura Rerorum, coniuga immagini tanto essenziali quanto recondite. Tutto è legato alla simbologia della segnatura studiata da Paracelso, secondo la quale esisterebbe un legame benefico tra i cibi naturali e le parti del nostro corpo a essi somiglianti. Il fotografo affida alla luce la forza trasmutatrice di questa filosofia, interpretandone magistralmente i significati.

Sono invece le geometriche composizioni di potagerie che hanno attirato lo sguardo del bravo Franco Merli, che nel suo lavoro ci propone autentiche astrazioni caleidoscopiche, deliziosamente giocate su forme e colori che non ci aspetteremmo da semplici verdure, troppo spesso viste prettamente nelle loro utilitaristiche funzioni alimentari.

Con Cucina di casa, Gaetano Damasi è volutamente rimasto chiuso (al sicuro?) tra le pareti domestiche delle nostre cucine, con immagini in bianco e nero che raccontano di visioni intimiste, fatte di piccoli attimi e gesti abituali della quotidianità domestica, intenti a preparare alimenti rigorosamente fatti in casa, come la pizza nella teglia o il caffè con la moka.

Nelle fotografie di Giovanni Calori la lotta è impari. E non potrebbe essere altrimenti, visto che i soldatini protagonisti di 1:72 sono effettivamente settantadue volte più piccoli delle situazioni che si trovano ad affrontare. Poco importano le sorti delle incruente battaglie: le scene incombono sospese nel tempo e, con disarmante ironia, strappano a chi le osserva un sorriso (e forse più di una riflessione) sul conflittuale rapporto tra noi e il cibo.

Dacci oggi.. di Marco Rigamonti racconta attraverso i visi, gli sguardi e i gesti dei protagonisti, le storie di chi è costretto a ricorrere alla Mensa della Fraternità di via San Vincenzo, mostrando come dietro a queste tristi esperienze di vita si possa comunque trovare dignità e personalità nonostante la necessità di fare affidamento sull’amore del prossimo per ricevere il pane quotidiano.

Marisa Via si è confrontata con la compulsività di chi fotografa ciò che sta per mangiare, postandone in tempo reale le foto sui social network. Questa moda, dal nome evocativo di Food Porn (come il titolo di questa serie fotografica), altro non è che l’ultima desacralizzazione del rapporto tra corpo e cibo, entrambi divenuti spettacolo da esibire prima che nutrimento conviviale e spirituale alimento dell‘anima.

Come in una proustiana ricerche, Patrizio Maiavacca fotografa scene di vita domestica, dove gli anziani genitori del fotografo vivono circondati dai propri oggetti, tra cui Il Libretto Rosso delle Ricette, che dà il titolo alle immagini. Il risultato è un reportage sentimentale velato di melancolia, a tratti stemperato da amara dolcezza, ossimoro sul tempo lento della memoria, che oggi ha lasciato il posto a piatti pronti e cibi già preparati.

Nei dittici di Samantha Veneziani, che hanno come intrigante titolo Mangio dunque sono, bisogna leggere di là dei dichiarati stereotipi e l’ironia garbata delle sue curate fotografie per cogliere la vera riflessione profonda cui la fotografa ci guida: autenticità e identità sono somiglianze casuali? Parlano soltanto di una scelta alimentare o anche di un vero e proprio stile di vita? La questione è aperta.

www.omeofest.eu

www.ideaimmagine.tk

facebook.com/gruppoideaimmagine

Stella Rossa. Rosalia Rabinovich e l’arte della propaganda

Dal 29.04.2015 al 07.06.2015
La Galleria Biffi presenta, per la prima volta in Italia, l’opera di Rosalia Rabinovich (Kiev, 1895 – Mosca, 1988), una delle più originali e meno conosciute interpreti della propaganda sovietica. In una raccolta inedita di 90 disegni, realizzati dal 1930 al 1938, la Rabinovich racconta i miti, i simboli e i protagonisti dell’era staliniana. Rosalia Rabinovich, nata in una famiglia di artisti, lavora negli anni tra la fine dell’epoca più rivoluzionaria delle avanguardie, e l’annuncio e il pieno sviluppo del Realismo sovietico. La pittrice testimonia il passaggio tra le due epoche e fonde con originalità entrambi i linguaggi, riunendo nei colori primari della sua opera, il rosso, il nero e l’oro, il dinamismo costruttivista e la propaganda di Stalin. E’ un’epoca in costruzione, e Stroim! (costruiamo) è la parola d’ordine che riecheggia tra ciminiere, treni in corsa, ingranaggi, torri del Cremlino, gru, scavatrici, bandiere e naturalmente stelle rosse. Nel progetto di creazione di questo mondo dal “radioso avvenire” tutti sono coinvolti: i padri della patria, da Lenin a Stalin, le giovani leve, dai pionieri ai ragazzi del Komsomol, e gli eroi, dagli operai alle kolchoziane, dagli aviatori alle nuove donne sovietiche. In una scenografia grandiosa, in un’esaltazione eroica della geometria, le ciminiere salgono al cielo, Lenin indica la via, gli aerei e i dirigibili volano da un capo all’altro dell’Unione Sovietica, Stalin annuncia i piani quinquennali, i pionieri suonano i tamburi, i paracadutisti si lanciano coraggiosi, i trattori e le scavatrici conquistano nuove terre, e le locomotive, simbolo della civiltà delle macchine, uniscono in poche ore Mosca e Leningrado. A cantare quest’epopea di muscoli e ingranaggi è una donna minuta, timida, sorella di Isaac Rabinovich, uno dei più importanti scenografi del Bolshoi. Insieme studiano a Kiev negli atelier di Alexander Murashko e di Alexandra Exter. Insieme arrivano a Mosca sull’onda della Rivoluzione. E a Mosca Rosalia si iscrive alla classe di pittura di Robert Falk nella prestigiosa scuola del Vhutemas. Sotto l’ala del fratello, che la protegge ma le fa ombra, la Rabinovich realizza una serie di disegni per tessuti, manifesti di propaganda, pubblicità per i magazzini GUM, e ancora bozzetti per diplomi ed onorificenze di partito. Nel 1933 entra come insegnante nella “Casa centrale dell’educazione artistica per i bambini”. Nel 1937 le opere dei suoi allievi sono esposte all’Expo di Parigi e poi nel 1939 alla World’s Fair di New York. Dopo la guerra, nel 1948, partecipa alla costruzione del Palazzo dei Soviet. Dagli anni ’50 insegna nell’atelier di pittura per bambini presso la “Casa dell’Architettura di Mosca”. Dopo la morte di Stalin, si dedica a temi più sentimentali e intimisti. Scompare il rosso ed emerge una tavolozza di colori tenui e delicati. Nei suoi novantatré anni di vita, Rosuchka, come veniva chiamata in famiglia, ha visto la fine della dinastia degli zar, la rivoluzione bolscevica, la nascita dell’Unione Sovietica, la morte di Lenin, l’ascesa di Stalin, gli anni del Terrore, le purghe, le deportazioni – uno dei suoi fratelli, Naum, ingegnere, verrà deportato a Norilsk – quindi la guerra, l’evacuazione in Turkmenistan, il ritorno a Mosca, la morte di Stalin, il primo disgelo, la stagnazione brezneviana e l’arrivo di Gorbaciov. Alla fine dello Stalinismo, il materiale di propaganda viene nascosto da Rosalia Rabinovich nella sua abitazione, presso la komunalka al n.17 di Ulitsa Staraya, a Mosca, dove l’artista ha vissuto dal 1929 al giorno della sua scomparsa, il 4 febbraio 1988. Soltanto dopo la sua morte, i disegni degli anni ’30, affidati a un nipote, sono tornati fortunosamente alla luce.

I grandi registi del ‘900

Dal 29.04.2015 al 07.06.2015

Francesco Ferrari possiede un immaginario fortemente influenzato dal cinema e dal fumetto e la sua produzione artistica presenta un’immediatezza di tratto che molto lo avvicina alla cartellonistica. La mostra propone una serie di ritratti dei grandi maestri del cinema mondiale, riconoscibili anche attraverso gli attori e le scenografie che ne hanno caratterizzato i film più famosi Un modo per far conoscere al pubblico i volti, le espressioni, l’abbigliamento, gli atteggiamenti tipici di registi dei quali spesso si conosce solo il nome, offrendo a chi guarda, come in un gioco, piccoli indizi legati ai loro film. Francesco Ferrari non è nuovo a esperimenti di questo genere: oltre ai grandi registi del Novecento, negli ultimi anni ha realizzato una serie dedicata ai grandi pittori e scultori del ventesimo secolo e, in occasione delle celebrazioni per il Ventennale dell’Ordine degli Architetti di Piacenza, una serie sui grandi architetti del passato.

Francesco Ferrari pittore e scultore, vive e lavora a Piacenza. Dopo aver frequentato l’Istituto d’Arte “F. Gazzola” a Piacenza, si diploma all’Istituto d’Arte “P. Toschi” a Parma, e frequenta il corso di scultura del Prof. Marino Marini all’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano. Oltre alle mostre personali, ha partecipato a numerose collettive e molte sue opere sono esposte presso le sedi di diverse società, fra le quali la Paver (Piacenza), la Cargill Italia (Milano). Altre opere sono presenti a Casa Illica a Castell’Arquato (PC) e negli uffici della Galleria d’Arte Moderna “Ricci Oddi” a Piacenza.

Lo splendore del frammento

Dal 29.04.2015 al 07.06.2015

Lo splendore del frammento. L’arte orafa di Mirta Carroli

Dal 29 aprile al 7 giugno l’Area Bookshop della nostra Galleria accoglierà una bella collezione di gioielli realizzati da Mirta Carroli. Scultrice di origine ferrarese, dal 1990 coltiva l’arte dell’oreficeria, creando gioielli dalle forme pure, con metalli preziosi sposati a frammenti di maioliche faentine di casa, risalenti al sedicesimo secolo. Ridisegnata in geometrie nuove, la maiolica antica smarrisce il suo essere stata strumento del quotidiano ma di quella remota identità conserva il fascino, e diventa frammento splendente, impreziosito da pietre dure, coralli, perle, cristalli. In tempi di grande smemoratezza, i gioielli di Mirta Carroli sono un vero e proprio “antidoto contro la dimenticanza”.

CAMERA PICTA

Dal 28.03.2015 al 26.04.2015

Apre sabato 28 marzo a Piacenza, da Biffi Arte Camera Picta, un’originale riflessione sulla fotografia pittorica contemporanea, attraverso il lavoro di cinque artisti, che per la prima volta sono posti a confronto: Andrea Boyer, Gianluca Chiodi, Christian Cremona, Giulia Roncucci, Fiorenzo Rosso.

Cinque ricerche profondamente diverse tra loro, che trovano un punto di riferimento nel rapporto con la pittura. Sono cinque artisti appartenenti a diverse generazioni che hanno con il linguaggio fotografico un rapporto personale ed autonomo, ma che sono qui riuniti in virtù di un interesse e di una scelta comune. Viene spontaneo fare un riferimento al Pittorialismo fotografico, un movimento che si colloca alla fine del XIX secolo, i cui massimi protagonisti sono Alfred Stieglitz ed Edward Steichen. I Pittorialisti hanno tentato di elevare, attraverso un sapiente utilizzo della tecnica, la fotografia al livello della pittura. Qui, ovviamente, la finalità è diversa. Sono passati più di cento anni e la fotografia viene riconosciuta come un’arte a tutti gli effetti.

Di Gianluca Chiodi (1966) sono in mostra lavori dalla serie Opere al nero (2003-2010) realizzata con encausto e fotografia su tela, in cui il riferimento è a certa drammatica pittura barocca, in particolare al Caravaggio. Un chiaro rimando alla pittura del grande maestro lombardo, in particolare alla sua Medusa, è anche nel lavoro del giovane Christian Cremona (1985).

Di sapore metafisico sono le nature morte di Andrea Boyer (1956), in cui gli oggetti sono ripresi analiticamente. Protagonisti della sua ricerca sono il tempo e la luce, naturale, che definisce i soggetti ritratti in modo analitico e penetrante. Nei lavori di Giulia Roncucci (1982) è evidente una radice pittorica, in particolare un riferimento a de Chirico, che non è mai citazione, ma è l’esito di uno studio approfondito che non si limita a un riferimento di natura estetica.

Il rapporto con la pittura sia da un punto di vista tecnico che speculativo è importante per Fiorenzo Rosso (1955), che da oltre trent’anni sperimenta in tal senso. Nel suo lavoro la pittura è riferimento iconografico, poetico, ma anche linguistico. La sua è una profonda riflessione sul senso dell’espressione artistica, che si pone come una sorta di collegamento, tra passato e presente senza soluzione di continuità.

La mostra è accompagnata da un quaderno con un testo della curatrice della mostra, la storica dell’arte Angela Madesani.

Jean Dubuffet. Litografie, libri d’artista, dischi e manifesti 1944-1966

Dal 21.03.2015 al 26.04.2015

La Galleria “Biffi Arte” di Piacenza ha il piacere di presentare un evento straordinario, inedito per l’Italia. Per la prima volta nel nostro paese una mostra interamente dedicata alla ricca produzione grafica e ai libri d’artista di Jean Dubuffet (Le Havre 1901 – Parigi 1985), l’inventore del concetto di art brut, uno dei principali esponenti della pittura informale e profondo indagatore della materia. Il percorso espositivo, curato da Michele Tavola, passa in rassegna in modo esauriente e, per alcuni aspetti, assolutamente completo, la produzione litografica del periodo “materiologico”, dal 1944, ovvero quando Dubuffet viene ufficialmente salutato come pittore, al 1963, quando si chiude un ciclo. Tutte le opere esposte provengono da una collezione privata lombarda che, per quanto concerne la grafica di Dubuffet, in Italia non trova eguali nemmeno nelle più importanti raccolte museali.  Dubuffet è stato l’artista che, nel XX secolo, ha affrontato la tecnica litografica in maniera più innovativa e sperimentale, raggiungendo esiti imprevedibili. Il suo interesse per l’illustrazione libraria è paragonabile solo a quello di Picasso, Chagall, Miró e Rouault.

L’esposizione si apre con due fondamentali capolavori, due libri realizzati tra il 1944 e il 1945: Matière et Mémoire, composto da trentaquattro litografie, e Les Murs, che comprende quindici fogli. Seguono altri importanti libri d’artista quali Elégies, Ler dla campane e La Métromanie. Dal 1953 al 1958 si sviluppa il periodo degli Assemblages d’empreintes, tra cui spiccano nel percorso espositivo splendidi e rari fogli quali Le chat furieux, Le braconnier, Les défricheurs, Feuillages à l’oiseau e Jeux et travaux. Tra il 1958 e il 1962 eseguì la fondamentale serie dei Phénomènes, che rappresenta la più approfondita e impressionante ricerca di Dubuffet nell’ambito dell’informale. A partire dal 1962, rielaborò e riutilizzò le trame astratte e le textures dei Phénomènes per comporre gli straordinari Reports d’assemblages, tra i quali si possono ammirare capolavori come Le guerrier, Personnage au costume rouge, Le noctambule e L’homme au chapeau. Agli stessi anni risalgono imprescindibili libri d’artista, tra cui ricordiamo almeno Le Mirivis des Naturgies e La lunette farcie.

La retrospettiva promossa dalla Galleria “Biffi Arte” di Piacenza raccoglie buona parte dei libri da lui illustrati, importanti litografie tirate in un numero limitato di esemplari, rarissime prove di colore e prove di stampa che svelano il complesso processo creativo elaborato dall’artista. Inoltre, si potrà ammirare una sezione documentaria con manifesti originali e con i sorprendenti dischi da lui incisi.

Il grande gioco

Dal 21.03.2015 al 26.04.2015

Silvana Leonardi ha creato un contesto complesso, una densa costruzione di insiemi di immagini, che tutte insieme costituiscono un vero e proprio evento nella forma della installazione, cui l’artista crede profondamente dandone però una versione molto personale.(…) La Leonardi ha messo a punto, in anni di lavoro capillare e molto appassionato, una tecnica che le consente di disgregare l’immagine, sia pur entro i limiti della riconoscibilità, mantenendone, però, tutta la forza e l’evidenza della verità o del ricordo. Ma i due termini, verità e ricordo, non sono qui contrapposti come capita sovente in altre esperienze creative; sono, al contrario, reciprocamente integrate così che quando l’artista lavora sul piano dell’evocazione niente si perde della sua presenza nel concreto del reale. Un reale, verrebbe da dire, tenuto a bada. Così scrive Claudio Strinati a proposito dell’installazione Il Grande Gioco, già presentata a Monaco di Baviera presso la Drissien Galerie.

Il Grande Gioco chiede di potere essere guardato e interpretato non in un unico, ma in più modi. E’ stato disposto così, ma come nel gioco cui si ispira avrebbe potuto avvenire anche in tanti altri modi, variando all’infinito la disposizione degli elementi che lo costituiscono.

Le figure dipinte sulle sei facce di ognuno dei 20 cubi in legno, come una sola moltitudine di soggetti individualmente multipli, creano una scultura modificabile ispirata sia alla dottrina induista della puodarsità, sia alla teoria del caso e del gioco nella cultura occidentale – da Eraclito a Schopenhauer, da de Saussure alla Kristeva, sia all’opera di quegli autori che da Mozart fino a Cortàzar, attraversando Mallarmé e le avanguardie, hanno a vario titolo e con diversi esiti “giocato” con l’hasard.

Che siano figure marginali o bambini vittime di ingiustizie, come Iqbal Masih, o icone della pubblicità o premi Nobel o scrittori (Joseph Rotblat, Muhammad Yunus, Mohamed ElBaradei, Nadine Gordimer, Julio Cortàzar, Arundhati Roy, Murakami Haruki, Suketu Mehta) , o donne impegnate a restituire dignità, diritti e speranza alle donne (Malalay Joya, Aung San Suu Kyi, Shirin Ebadi, Rigoberta Menchù, Shinto Hellar, Wangari Maathai, Niki Karimi), ogni segno, ogni colore, ogni trama dei volti dei protagonisti di queste favole metropolitane diventa racconto essendo pittura. Si tratta quindi di un’opera pittorica articolata e costruita nello spazio che, oltre a distinguersi per la coerenza e la purezza del codice linguistico ed espressivo, per l’originalità dell’impianto, per la flagranza delle immagini e dei loro movimenti nello spazio, infonde significato, unità e coesione interna alle molteplici sequenze e relazioni con cui, continuamente, si costruisce e decostruisce. Ogni faccia di ognuno dei cubi può leggersi sia come immagine in sé conclusa e risolta, come una piccola opera, di per sé godibile nella sua complessità e nel suo essere opera picta, sia come elemento di un insieme che nell’intersecarsi e diversificarsi di segni, e quindi di significati e di molteplici piani di lettura, trova la sua più profonda ragion d’essere e la sua finalità.

Adele-C da Biffi Arte

Dal 21.03.2015 al 26.04.2015
Dal 21 marzo Adele-C arricchisce la Galleria Biffi Arte con pezzi della Sign Collection, la rassegna/serie che raccoglie il lavoro di autori contemporanei chiamati da Adele Cassina a sviluppare il potenziale espressivo dei materiali e degli oggetti per proporre esemplari in limited edition. Un ritorno alle origini quindi: Adele-C nasceva nel 2006 proprio per stringere collaborazioni con artisti per creare pezzi unici contaminati dalla passione visionaria e dal savoir faire tipico del design italiano, ambiente in cui Adele Cassina era cresciuta. Da lì, un lungo percorso che ha portato ad affiancare al lavoro degli artisti, la progettualità di eccellenti designer che hanno dato vita alla Design collection (per una produzione seriale). Un appuntamento importante (fino al 26 aprile), primo di una serie che seguirà nel corso dell’anno (il prossimo a Milano durante la Design Week) per portare piccoli capolavori – siano essi della collezione Sign o Design – rifiniti da abili artigiani nelle gallerie più prestigiose in tutta Italia. Un omaggio dovuto, atto di riconoscenza agli artisti che per Adele-C hanno dato forma ad oggetti di raro equilibrio e bellezza. Per questo primo rendez-vous, un ospite d’eccezione: la Galleria Biffi Arte di Piacenza. Una scelta non casuale, un connubio inevitabile: Biffi Arte è stata creata nel 2009 dal Presidente di Formec Biffi, azienda del settore agroalimentare che da sempre rivolge particolare attenzione al mondo dell’arte, e che considera l’arte un valore da difendere. Proprio come fa Adele-C con la sua produzione. I pezzi che troveranno ambientazione presso la Galleria Biffi sono lo scrittoio Victor che scaturisce dalla ricerca dell’artista Mario Airò, orientata ad aprire gli spazi mentali che oggetti e luoghi generano quotidianamente e i vasi ‘Janet e Jackson’ di Miltos Manetas che raccontano una storia degli anni ’40, di pittori e della New York di Peggy Guggenheim. VICTOR Victor nasce dalla ricerca dell’artista Mario Airò, orientata ad aprire gli spazi mentali che oggetti e luoghi generano quotidianamente. Dopo diverse opere create intorno allo “studiolo” dell’umanista come scrigno di cultura e sogni, Airò realizza questa scrivania. Victor racchiude in sé la memoria dell’infanzia e del banco di scuola, il richiamo alla concentrazione, e la capacità di astrazione e dialogo con le proprie passioni. Al centro del tavolo si materializza una piccola magia: una sorta di ologramma che vuol dare fiducia a intuizione e incanto. JANET e JACKSON I vasi Janet e Jackson sono l’occasione per raccontare una storia degli anni ’40, di pittori e della New York di Peggy Guggenheim. Punto di partenza è il dripping, tecnica pittorica storicamente collegata a Jackson Pollock, che in realtà ha origini più ampie, riconducibili al circuito di artisti europei appartenenti alle avanguardie storiche. Tra di loro, Janet Sobel ha la biografia meno nota e l’opera stilisticamente più vicina al maestro americano. Iniziò la sua carriera artistica nel 1937, e già nei primissimi anni ’40 componeva i suoi quadri astratti ricoprendo la tela con il colore sgocciolato dall’alto. Per lei gli anni ’40 furono anni di maggiore visibilità, grazie ad alcune mostre in cui espose le sue tele più note – Music e Milk Way – riconducibili al più tardi al 1944 e al 1945 e già piena espressione del suo stile. Di lei si accorse la Guggenheim, che nel suo gran giro di artisti, collezioni, gallerie e mostre, ne espose l’opera nel 1944 presso la sua galleria Art of This Century. Il critico Clement Greenberg scrisse del suo lavoro nel 1946 come primo caso di all-over painting, che influenzò in maniera specifica Jackson Pollock, al quale successivamente – 1947 – venne attribuita la paternità del dripping, tecnica che si basa appunto sullo sgocciolamento del colore dall’alto sulla tela. Lo scarto di qualche anno stabilisce oneri e onori, restituisce alla storia la giusta cronologia, e descrive le due estremità di un mondo che incredibilmente sembra collegare le biografie più note con le esperienze apparentemente marginali della storia. L’artista greco Miltos Manetas ha concettualmente allargato i confini di proprietà della tecnica del dripping traducendola in un’applicazione web sul sito www.jacksonpollock.org. Nell’epoca di internet, il lavoro di Manetas fa riflettere sulla cultura come risorsa aperta, che incrocia continuamente ambiti commerciali e nicchie di ricerca e che identifica l’arte come espressione della potenziale connettività tra persone, idee, stili e intuizioni. Benedetta di Loreto

Altri Paesaggi

Dal 21.02.2015 al 15.03.2015

Apre sabato 21 febbraio a Piacenza, da Biffi Arte il nuovo capitolo della ricerca artistica di Roberto Fanari.

Reduce da un importante ciclo di mostre che lo hanno visto partecipe, a partire dalla prestigiosa Basilea per culminare con l’elegante e cosmopolita arte fiera Realism di Amsterdam, Fanari ha anche recentemente avuto il riconoscimento di una personale alla Deleen Art di Rotterdam.

Il titolo Altri Paesaggi, indica l’ampliamento dell’inesausto percorso di sperimentazione linguistica e tecnica intrapreso da Roberto Fanari, percorso che lo ha portato a esplorare le tecniche artistiche le più diverse, dalla scultura alla pittura, dalla fotografia alla tridimensionalità  visiva.

Dalla ceramica al marmo, passando per il bronzo e l’alluminio, la finalità dell’artista è sempre quella di esperire nuovi percorsi percettivi, che coinvolgano lo spettatore in un’esperienza partecipativa.

Le dinamiche di percezione, di partecipazione sensoriale che scuotono lo spettatore dalla passività visiva, sono veicolate in questo caso da un’intensa ricerca estetica incentrata su un genere pittorico secolare.

Il paesaggio, un genere che ha sedimentato nel corso dei secoli le evoluzioni del gusto, della percezione e delle modalità di rappresentazione, ma anche di memoria e identità, diviene il laboratorio di sperimentazione per Fanari.

Il percorso di sperimentazione è anche sostenuto da una vis etica che rappresenta una lotta contro la pioggia d’immagini con cui la società dei mass media ci sommerge ogni giorno.

Anche in questa mostra, le opere traggono spunto da immagini prelevate dall’immenso repertorio offerto dalla storia dell’arte, fonti iconografiche note che non mirano a stupire ma diventano strumenti perfetti di ricerca percettiva, depurati dalla loro originalità.

Incisioni che attraverso i secoli hanno offerto una visione ideale del paesaggio, un processo artificiale di costruzione della bellezza composto attraverso la selezione e ricombinazione di elementi naturali d’eccezione.

Ed è proprio attraverso questo percorso accurato – spesso maniacale – di selezione, prelievo e ricombinazione che Fanari costruisce la sua calcolata balistica visiva, per produrre immagini cariche di senso, veri e propri dispositivi visuali che costringono lo spettatore a costruirsi il proprio soggettivo percorso di riflessione e percezione.

Un percorso che è anche un processo di depurazione dalla pervasione iconica dei mass media, costituita da immagini destituite di fondamento semantico e percettivo.

Questo progressivo processo di decantazione degli elementi decorativi e spettacolari, raggiunge in questo nuovo “episodio” un traguardo degno di nota, suggellato da una coraggiosa esplorazione delle declinazioni del bianco, simbolo e motore dell’annullamento della visione

Annullamento solo superficiale, perché è solo perdendo contatto con la omni-visione, con il cinemascope e la realtà aumentata per tornare a una visione che è ricerca di senso e di una geografia percettiva originale, che si restituisce allo sguardo la sua vera funzione.

Fanari continua con la sua opera ad alimentare questo sguardo innocente e originale, mai gratuito ma alla fine estremamente gratificante.

di SEGNI di LUCE

Dal 21.02.2015 al 15.03.2015

Immagini fotografiche di Maurizio CavalLa Galleria Biffi Arte di Piacenza ha il piacere di presentare di SEGNI di LUCE, trenta stampe fotografiche che colgono il momento di maggior felicità nella ricerca informale del fotografo Maurizio Cavalloni. Un artista sotto al cui sguardo la materia dell’esistenza si fa altro.

In molti hanno scritto di lui e, fra le tante, due testimonianze d’eccellenza:

Fu con il “segno “del maestro fotografo Gianni Croce che Maurizio Cavalloni allora, suo ragazzo di bottega, assorbì la tecnica e lo spirito. Queste sue immagini scandiscono il “non finito” come fermento transitorio. Forma e colore si rincorrono in una susseguirsi di fuochi di luce. Immagini che inquadrano spunti della natura unita al mondo dei sensi tra visibile e invisibile.

William Xerra

“Si licet parva componere magnis”, potrà rivelarsi di estremo interesse dilatare le vibrazioni cromatiche che la materia nasconde e isolarle in nuclei armonici. L’agglomerato naturale ha il vantaggio delle “cose “messe a insieme dal caso, senza l’arbitrio dell’uomo.

Allievo di Bertucci e di Callegari al Gazzola, educato all’arte fotografica da Gianni Croce, Maurizio Cavalloni con sensibilità di pittore, va oltre l’orizzonte dell’obiettivo, con l’occhio fervido della curiosità e della fantasia.

Queste fotografie, ottenute con la sollecitazione del gioco, con la sottile soddisfazione del piacere, di un piacere che dà piacere, sono degne di competere con i migliori risultati dell’informale.

Ferdinando Arisi

Maurizio Cavalloni è stato negli anni Sessanta, per un quinquennio allievo dell’Istituto Gazzola di Piacenza con maestri come Bertucci e Callegari e durante l’estate frequentava lo studio fotografico che Gianni Croce aveva fondato nel 1921. Ancora oggi, Maurizio Cavalloni riconosce in Gianni Croce il suo maestro, che lo iniziò all’arte della fotografia, assumendolo poi nel 1970 e cedendogli nel 1976 lo studio fotografico con il suo patrimonio di immagini che attraversano metà del XX secolo. Negli anni ottanta aveva associato allo studio il sensibile fotografo Franco Pantaleoni, prematuramente scomparso,  sviluppando non solo la fotografia commerciale e di cronaca, ma anche – sull’insegnamento di Croce – il gusto per l’interpretazione dell’immagine. Negli anni ha aggiunto al corposo fondo storico Croce e a quello personale, numerosi archivi fotografici che nel 2007 gli hanno permesso di creare l’associazione “Museo per la Fotografia e la Comunicazione Visiva di Piacenza’’, allo scopo di raccogliere, catalogare e salvaguardare l’ingente patrimonio di immagini della città di Piacenza e della sua provincia impedendone la dispersione e permettendone l’uso alla collettività. Oggi, conduce ancora lo Studio Croce, e con le sue numerose pubblicazioni è tra i protagonista della vita culturale di Piacenza, riconosciuto custode della sua memoria fotografica.

Minou il filo amico

Dal 14.02.2015 al 15.03.2015

La capacità di Joe Colosimo di dare espressione con pochissimi e misurati tratti al piccolo Minou che, secondo lo stato d’animo dell’artista, diventa improvvisamente allegro, triste, pensieroso è sbalorditivo. Il personaggio di Joe ricorda vagamente “La Linea”, creata dal grande fumettista Osvaldo Cavandoli. Ma se La Linea era molto ironica, dispettosa e talvolta prepotente, Minou inveceè un personaggio che fa della dolcezza la sua arma vincente.

La mostra è arricchita da un laboratorio didattico realizzato in collaborazione con il Teatro Gioco Vita, che sarà aperto alle classi delle scuole dell’infanzia e primarie durante la settimana. Le famiglie, invece, potranno partecipare ogni domenica dalle ore 15.

Crop Art. Riccardo Sverzellati

Dal 14.02.2015 al 15.03.2015

Dal 14 febbraio al 15 marzo la Galleria Biffi Arte arricchisce l’offerta espositiva ospitando nel proprio Bookshop alcune creazioni di Riccardo Sverzellati: architetto di formazione, Sverzellati ha messo la sua sapienza dei materiali al servizio del design del gioiello, e ha creato In-Perfetti, una originale variazione della fede di nozze e di fidanzamento. I due anelli vengono forgiati uniti in modo da formare il simbolo dell’infinito, ma nell’atto del matrimonio vengono “spezzati” per consentire agli sposi di indossarli. Poiché casuale, la rottura rende ogni anello unico e il simbolo dell’infinito (evocazione della scelta coraggiosa di tutta una vita passata insieme) può essere ricomposto esclusivamente riaccostando le due metà gemelle, che saranno le uniche a combaciare perfettamente.

Accanto a In-Perfetti, Boccaccio: l’orologio a parete che si trasforma in un viso, sorriso e smorfia contemporaneamente: felice invenzione che dice l’espressione del tempo.

In-perfetti e Boccaccio saranno disponibili in anteprima presso il bookshop di Biffi Arte a partire dal 14 febbraio.

PRO.FONDAMENTE

Dal 20.12.2014 al 08.02.2015

Disquisire di fotografia, come di ogni forma di espressione artistica, all’ordine del giorno è cosa alquanto complessa e ardua. Lo è in quanto va inevitabilmente, come ogni attuale contenuto scritto o immagine, a confrontarsi con la divinità livellatrice di internet: specchio “integrale” della mondità e della mondanità contemporanea. Anche se la condizione culturale odierna sembra più eterogenea e vasta di quella di un tempo, in realtà non lo è affatto. Internet porta con sé una cieca democraticità, cioè una dittatura in fieri. Una dittatura generantesi dall’essere una sorta di piantina topografica uno a uno, con la quale non possiamo ne raccapezzarci sulle informazioni ne tanto meno compiere una sana quanto liberale controinformazione (perché non si può controinformare ciò di cui non si conosce i confini) dello spirito e dell’azione volta ad affrancare l’idea dal regime (il piccolo sapere che ci è imposto dal potere). L’opera d’arte che ne consegue risulterebbe esserne l’epifenomeno. Gli artisti contemporanei, gettati nel mondo dell’immagine tecnologica tritatutto e azzeratrice di internet, mantengono comunque ancora integra la volontà artistica acquisita dalla storia recente dell’arte. La struttura di tale volontà si biforca in due funzioni artistiche distinte: una funzione interna, cioè tecnicistico-autoreferenziale, che sfrutta i mezzi che gli sono dati dallo sviluppo tecnologico, vincolando l’artista all’interno del gioco empiristico che gli è proprio, e una esterna che lo astrae e gli permette di osservare i fenomeni culturali vigenti e di poterli così narrare. Negli ultimi lavori di Luca Migliorini, le due strutture sopracitate sembrano tenersi equilibratamente assieme. Da un punto di vista della struttura interna, in questo nuovo ciclo di opere dal titolo “PROFONDAMENTE” , si evidenzia la sua volontà di operare una controprassistica congiunzione tra la ripresa fotografica digitale e l’immagine classica in bianco e nero. Il significato che giustifica tale azione è senz’altro quello del recupero, ma scevro di frizioni, come atto dialettico tra il nuovo modo di manipolare fotograficamente il reale e la natura semiosservativa e immaginativa (riflessione post-percettiva) dei primordi dell’immagine fotografica del B/N. La riproposizione iconica della natura lo sottolinea. Da queste immagini non si coglie alcuna mimesi volta a suscitare godimento empatico ma all’opposto, come un antropologo, Migliorini astrae porzioni dal reale per disaminarle e ridestarle all’attenzione altrui. Quella dell’astrazione (staccare da) è fatto umano e archetipico, ed egli lo sa bene. In effetti la sua opera, come asserisce Worringer in astrazione e empatia, traduce quella volontà primordiale dell’uomo (sin dai primi graffiti) di mettere ordine al caos e di acquietarlo dal terrore dello spazio “infinito”. Questa è la funzione esterna (ermeneutica) posta dall’artista. E proprio quest’ultima gli conferisce validità contemporanea: la messa in dialettica della primigenia paura dello spazio naturale con lo spaventoso quanto sublime spazio artificiale di internet. Ora, per meglio chiarire l’essenza dei suoi lavori in mostra, chiedo soccorso alle parole del grande poeta Milanese Franco Loi. Per due motivi: uno, poiché credo non ci sia miglior prefatore di opera d’arte che la sinestesia tra opere, e due, perché le parole dei poeti (quelli veri) credo siano le uniche attualmente udibili (potabili) anche per fini di critica. Cercando di tradurle dal dialetto milanese: Questo mancamento del mondo mi fa paura. Questo vuoto della carne che fa restringere gli uomini. Questo grande silenzio che passa nella sera e se io chiamo è silenzio ancora.

G.F.Giacobino

Luca Migliorini nasce a Piacenza nel 1963 e si appassiona alla fotografia dal 1977.

Libero professionista nel settore dell’edilizia, ha collaborato con diversi studi di progettazione, collaborazioni che hanno sviluppato le capacità espressive.

Ma se la fotografia, prima poteva essere solo uno strumento di documentazione, pian piano è diventata un mezzo espressivo e riflessivo tramite cui raccogliere frammenti di sogni e memorie.

Ungà. Giuseppe Ungaretti e l’arte del XX secolo

Dal 13.12.2014 al 15.02.2015

GRAZIE ALL’INTERESSE DIMOSTRATO DA TUTTI I VISITATORI LA MOSTRA UNGA’. GIUSEPPE UNGARETTI R L’ARTE DEL XX SECOLO E’ PROLUNGATA FINO A DOMENICA 15 FEBBRAIO 2015

Si inaugura sabato 13 dicembre alle ore 18, alla Galleria Biffi Arte di Piacenza, la mostra UNGA’ Giuseppe Ungaretti e l’arte del XX secolo  a cura di Angela Madesani

Sono esposte opere degli artisti dei quali il poeta si è occupato: Giacomo Balla, Mirko Basaldella, Umberto Boccioni, Edita Broglio, Corrado Cagli, Giuseppe Capogrossi, Carlo Carrà, Fabrizio Clerici, Raffaele Castello, Giorgio de Chirico, Bona De Pisis, Piero Dorazio, Jean Fautrier, Roberto Fasola, Pericle Fazzini, Felice Filippini, Franco Gentilini, Guido Gonzato, Carlo Guarenti, Renato Guttuso, Maria Mancuso Grandinetti, Guglielmo Janni, Arturo Martini, Mirea, Beverly Pepper, Enrico Prampolini, Carlo Quaglia, Ottone Rosai, Anna Salvatore, Ruggero Savinio, Maria Signorelli, Ardengo Soffici, Lorenzo Tornabuoni, Wladimiro Tulli, Lorenzo Viani.

Sono inoltre in mostra le fotografie di Ugo Mulas e Paola Mattioli e un omaggio a Ungaretti di Leonardo Genovese

Giuseppe Ungaretti (Alessandria d’Egitto 1888 – Milano 1970) è, come tutti sanno, uno dei maggiori poeti del XX secolo. Sin da giovane età si è interessato alla storia dell’arte e all’arte a lui contemporanea. In tal senso ha dato vita a molti testi dedicati agli artisti, con i quali ha intrattenuto, in parecchi casi, come con Rosai, Soffici, Carrà, veri e propri rapporti di profonda amicizia.

La mostra, che inaugurerà il 13 dicembre negli spazi di Biffi Arte, a Piacenza ed il volume, che l’accompagna, edito da Nomos edizioni, sono curati dalla storica dell’arte Angela Madesani.

Ci si propone così di fare luce su questa interessante parabola nella vita di Ungaretti.

Nel corso degli anni il poeta ha scritto numerose introduzioni a cataloghi di gallerie private e parecchi articoli su giornali e riviste.

Una quarantina di anni fa la Mondadori ha pubblicato nella collana dei Meridiani un volume intitolato Saggi e interventi, dedicato alle  prose letterarie e artistiche, del poeta di origini toscane, in cui sono pubblicati solo alcuni dei testi che Ungaretti ha scritto sull’arte.

La curatrice e ideatrice della rassegna ha proposto così alla galleria piacentina e alla casa editrice varesina di ripubblicare tutti i testi di argomento artistico che non sono contenuti nel volume dei Meridiani. Testi che sono nati come introduzioni ai cataloghi delle mostre dei diversi artisti, in gallerie perlopiù milanesi e romane, dagli anni Trenta agli anni Sessanta o come articoli su periodici di diverso genere.

In quel periodo particolare della storia dell’arte e della cultura non era cosa desueta che i poeti scrivessero d’arte. L’iniziativa è, infatti, tesa a sottolineare l’atmosfera di quel momento di scambi, relazioni tra i diversi ambiti della cultura. Poeti e scrittori erano in continuo contatto con gli artisti così da creare comunità culturali ed esistenziali che hanno dato vita ad esperienze uniche.

Si pensi in tal senso al rapporto tra il pittore Jean Fautrier e quello che lui chiamava Ungà. Il pittore rimane affascinato, stordito dall’intelligenza umana e poetica di quel grande uomo che la vita aveva così fortemente segnato, ma che continuava a emanare un sorriso ammaliante e che fino alla fine dei suoi giorni è rimasto profondamente attratto dal suo circostante. Ungaretti scrive sul pittore l’informale francese alcune fra le sue più belle pagine.

La mostra che ospiterà una o più opere di ciascun artista del quale Ungaretti si è occupato rappresenta l’occasione per un approfondimento di uno degli aspetti della prosa ungarettiana che non ha ancora ricevuto le dovute attenzioni, riproponendo testi e riflessioni ormai introvabili.

OSVALDO BOT. Il Terribile ritorna

Dal 05.12.2014 al 14.02.2015

 

A conclusione di un bel trittico dedicato all’artista piacentino OSWALDO BOT, iniziato al ROTARY PIACENZA FARNESE con una conversazione dal titolo “Bot, il Futurismo e la Ricci Oddi” proposta dal prof. Alessandro Malinverni; proseguito con una Mostra di 28 opere, tutte di collezioni private nei locali del CIRCOLO DELL’UNIONE; venerdì 5 dicembre alle ore 17.30 presso BIFFI ARTE, si inaugurerà una piccola mostra dal titolo BOT, la GRAFICA.

Femminile, plurale

Gli spazi del sogno

Dal 22.11.2014 al 08.02.2015

 

Gli spazi del sogno, dal 22 novembre all’8 febbraio, riunisce le ultime undici voci, uniche e inconfondibili, per raccontare il sogno, la fantasia. Qualche volta l’incubo.

I sogni di Alice Colombo si concretizzano in collage vaghi, gremiti di piccoli dettagli da inseguire con lo sguardo come in una caccia al tesoro. Sono bambine che portano al guinzaglio uccelli multicolori oppure sono balene incagliate tra i rami di un albero, protagoniste di storie raccontate in un tono lieve e sussurrato. Federica Gonnelli invece ricrea il sogno attraverso installazioni che accolgono lo spettatore come un abbraccio avvolgente, tutte giocate su luci soffuse e trasparenze, in un continuo sdoppiarsi e modificarsi della realtà. Se Jara Marzulli con una pittura liquida, leggerissima, evoca figure femminili senza tempo, fermate in un momento sospeso di abbandono e di meditazione, danno invece un’idea di forza guerriera le donne che Adele Ceraudo interpreta nei suoi minuziosissimi disegni a penna, dove lei stessa si trasforma nelle protagoniste delle più classiche iconografie dell’arte. Una realtà altra, vibrante, mobilissima, fatta di una materia trasparente dalle suggestioni acquatiche è quella creata dalle mani di Annalù. Con lei la vetroresina diventa schiuma brulicante, onda, ala di farfalla, entità viva, respirante e fatata. Se Ieva Petersone ci porta con i suoi dipinti in un mondo algido e perfetto, scandito in stanze dalle atmosfere metafisiche, dove le icone del design diventano protagoniste di spazi dagli ipnotici equilibri geometrici, di tutt’altro genere è lo spazio nel quale ci invita Chiara Coccorese. Le sue fotografie, costruite come collage pieni di oggetti creati o recuperati da lei, ci precipitano oltre lo specchio di Alice, in un mondo dove le proporzione si annullano, i punti di riferimento si invertono, invitandoci a galleggiare in una sensazione di inquieta beatitudine. E poi c’è Florencia Martinez, con le sue fotografie stampate su stoffe dai colori accesi, rutilanti, con i suoi ricami che sono racconti di vita e con le sue installazioni dove gli oggetti della casa, ricoperti di stoffa e di soffici aculei, si fanno al tempo stesso accoglienti e minacciosi. Ilaria Del Monte, con le sue fanciulle prigioniere di stanze incantate, dove gli specchi riflettono immagini irreali e gli oggetti prendono vita. Francesca De Pieri, che con le sue fotografie di cave e orti botanici, stampate su doppia lastra trasparente, ci offre uno sguardo nuovo, vibrante e pulsante sulla natura. E Giovanna Lacedra, con una serie di acquerelli onirici ispirati alla poesia femminile e con la performance Nonsonomaistataunabambina – in programma per l’inaugurazione – dove mette in scena l’incubo dell’infanzia male amata e il risveglio alla vita.

Figure a Controscambio

Dal 15.11.2014 al 07.12.2014

 

La mostra FIGURE A CONTROSCAMBIO è la doppia personale di Maurizio Calza ed Ernesto Jannini, due artisti della generazione “saltata”, quella degli anni Ottanta e Novanta, attorno alle cui poetiche di lavoro si sta generando una rilettura lucida, consapevole e lontana da operazioni di pura speculazione di mercato. Accomunati dalla matrice figurativa, con richiami classici e novecenteschi attualizzati da contenuti contemporanei, i due artisti offrono nelle sale di Biffi Arte una panoramica completa del loro fare arte, rispettando le diverse modalità di ricerca: introspettivo, fosco ma memore della teatralità di Dada e del Futurismo Calza, ironico e solare Jannini, attento al rapporto fra arte e tecnica, cruciale nel pensiero filosofico novecentesco.

Dal testo di Edoardo di Mauro, curatore del progetto espositivo:

[…] Maurizio Calza ed Ernesto Jannini sono due autori che esordiscono quasi in contemporanea negli anni Settanta, con le prime e significative prove giovanili, giungendo alla maturità nel decennio successivo, periodo in cui inizio a seguire il loro lavoro. Debbo dire che il loro stile bene si integra ed armonizza nella dimensione dello spazio espositivo, presentando alcuni punti di tangenza, ma anche delle diversità, che evitano il rischio di una omologazione visiva. Entrambi gli artisti denunciano un’attenzione evidente nei confronti dei rapporti tra il singolo e la società contemporanea, in cui fanno tesoro della lezione del passato, in chiave sia artistica, che sociologica e culturale.[…] Formalmente entrambi si esprimono con modalità eclettiche. In Maurizio Calza vi è una maggiore prevalenza della pittura, che si coniuga assai spesso con una espressiva teatralità dell’immagine in chiave di espansione tridimensionale e di pittura-ambiente. In Jannini la pittura è da sempre stata una delle possibili opzioni, ed è presente in maniera predominante in questa mostra, insieme ad una attenzione sempre viva e presente per la poetica dell’oggetto decontestualizzato ed assemblato in forme equilibrate ed originali, di cui sarà possibile ammirare alcuni significativi esempi. Tutti e due gli autori si esprimono in cicli di lavoro, riuscendo a mantenere una precisa riconoscibilità senza correre il rischio del reitero infinito di un singolo modulo espressivo, che risulterebbe fuorviante in personalità così vitali ed inquiete..[…]

Catalogo in galleria.

Angil dal Dom

Dal 16.10.2014 al 09.11.2014

 

Allo stesso modo in cui i venti sospingono l’Angil däl Dom, facendo intuire la situazione meteorologica, la storia di Piacenza si intreccia con quella della statua che sormonta il campanile della Cattedrale.

A cinquant’anni dalla storica discesa avvenuta per determinarne il restauro, la simbolica e ieratica figura dell’Angelo del Duomo rivestito in rame dorato, ricorda e suggerisce l’interpretazione delle vicende piacentine nello scorrere del tempo; il 1341 anno in cui fu issato per una volontà di pacificazione tra le fazioni guelfe e ghibelline; il 1633 quando, dopo la terribile pestilenza che colpì Piacenza negli anni immediatamente precedenti, fu riparato a causa di alcuni fulmini che lo avevano tempestato; il 1731 in cui avvenne una prima discesa dell’Angil a scopo conservativo; il 1848, dopo la liberazione dalla dominazione straniera, quando venne collocata tra le sue braccia la bandiera tricolore, sino al ricordato “volo” del 1964, vent’anni dopo il bombardamento di piazza Duomo durante la seconda guerra mondiale.

Un Angelo che porta la croce di Cristo e il 6 luglio del 1341, durante l’episcopato del vescovo Rogerio Caccia (1338-1355), le maestranze guidate da Pietro Vago, collocarono sulla guglia della torre campanaria, il punto più alto e visibile della città, quale custode, protettore e messaggero, tramite fra il cielo e la terra.

Un Angelo a cui volsero lo sguardo i piacentini cinquant’anni fa, quando discese nella piazza del Duomo il 31 maggio del 1964, per poterlo osservare, quasi vis à vis, prima della ripartenza che lo collocava alla propria sede il 27 settembre dello stesso anno.

Un Angelo a cui i piacentini elevano gli occhi nei momenti sereni come nelle incombenze dolorose, nel suo risplendere alla luce del sole o, cercando di intuirne le sembianze, tra la nebbia fitta.

Tiziano Fermi 

Angil dal Dom

Le immagini dell’Angelo tratte dal Museo per la Fotografia e la Comunicazione Visiva di Piacenza 

16 ottobre | 9 novembre 2014

Presentazione a cura di Tiziano Fermi

Immagini a cura di Maurizio Cavalloni

Mostra realizzata in collaborazione con le associazioni Anspi Domus, Domus Justinae e Cineclub Piacenza.

LINK

Dal 11.10.2014 al 09.11.2014

 

La mostra LINK presenta il lavoro di quattro artisti milanesi, che condividono esperienze e linguaggi affini, per tematiche e espressioni stilistiche. Accomunati dalla pittura di matrice figurativa – caratterizzata da richiami classici e novecenteschi, qui attualizzati e in linea con contenuti contemporanei – gli artisti offrono nelle sale di Biffi Arte una panoramica completa e allargata del loro fare arte, della loro ricerca più recente.

Dal testo di Simona Bartolena, curatrice del progetto espositivo:

[…]Ecco perché incontrare quattro artisti, peraltro tra loro molto diversi, che invece hanno voglia di mettersi in gioco, di trovarsi e di lavorare insieme – non in vista di una mostra o di un progetto particolare, ma nella quotidianità della loro esistenza professionale – è davvero qualcosa di fuori dal comune. Marina Falco, Giovanni Cerri, Fabio Sironi e Fabio Valenti (Fuelpump) hanno scelto di condividere uno studio e una parte della loro vita, di lavorare insieme, seppure nel rispetto delle singole identità. Non hanno formato un gruppo o un movimento omogeneo, né hanno alcuna intenzione di farlo. I loro stili, i loro linguaggi, i loro percorsi personali sono autonomi e tali devono restare. Lavorando sotto lo stesso tetto, hanno però continue occasioni di confronto, di dialogo e di discussione. Si parla di tutto nello studio milanese di Via Piero della Francesca 58. Si parla di arte, ma anche di politica, di società e di sport, si va a bere un caffè o ci si siede sui divanetti a discutere un po’, perdendosi nelle conversazioni, nelle speculazioni filosofiche che scappano di mano, lasciando scorrere il tempo senza farci caso. Ciascuno lavora nel suo angolo, ma il commento del vicino è a portata di mano, come conforto, come critica, come momento di ripensamento. Nessuno insegna agli altri. Non c’è un maestro. Ognuno ha sua vita professionale assai ben impostata e una personalità artistica riconoscibile. Proprio per questo l’esperienza collettiva in studio diventa un arricchimento, non una fatica.

Marina, Giovanni, Fabio e Fuelpump hanno messo in dialogo le loro opere e il confronto ha generato motivi di dibattito, svelando interessanti convergenze nelle loro ricerche: sensibilità tra loro molto distanti, talvolta opposte, in grado di generare motivi di riflessione che insistono su temi comuni.

Link, dunque, non è una mostra a tema come altre. Gli artisti non sono stati selezionati con un criterio curatoriale in virtù del loro linguaggio o per le tematiche da loro affrontate. Link è un racconto: il racconto di un gruppo di artisti che lavorano l’uno accanto all’altro, senza cercare la contaminazione ma interagendo quotidianamente. Eppure Link è tutt’altro che una mostra eterogenea. Esposti insieme, i lavori di questi quattro artisti dalle forti personalità, trovano un motivo comune, tracciano un percorso dai molteplici gradi di lettura nella società e nei sistemi a essa sottesi, nelle relazioni tra essere umano e ambiente, tra individuo e società, tra presente e passato, tra memoria e immaginazione. Protagonista assoluto è l’uomo, presente, sebbene con modalità e ruoli diversi, in tutte e quattro le ricerche. L’uomo e il suo passato, il suo presente e il suo (possibile) futuro: l’uomo e il suo quotidiano. Quattro visioni generate da altrettante personalità capaci di relazionarsi con gli altri, di interagire, di confrontarsi, di mettersi in gioco.[…]

Costruzione e sentimento

Dal 11.09.2014 al 05.10.2014

 

Collezione ragionata di Francesco Sartori

Lucio Fontana, Remo Bianco, Emilio Scanavino, Giulio Turcato

nel contesto magico delle antiche icone russe  del XVII  e XVIII secolo con un omaggio a Davide Orler

11 Settembre | 05 Ottobre

 

…..da qualunque parte si esamini la questione, non c’è nulla in comune fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima . L’aforisma di Achille Campanile mi è venuto alla mente, come un’istantanea, quando mi è stato proposto questo unicum art project: quattro icone russe in dialogo con quattro opere di quattro fra i più importanti artisti del secondo ‘900. Il tutto appartenente alla collezione di Francesco Sartori.

La mia perplessità al progetto era dovuta alla difficile coabitazione di opere tanto difformi, ma quando le ho viste condividere il medesimo spazio, ho capito come un soliloquio apparentemente impossibile poteva divenire dialogo complice e seducente.

E offrire conferma del fatto che le provocazioni intelligenti sono stimolo al pensiero,

Chi segue la nostra galleria da qualche tempo riconoscerà  questa mostra tra quelle che spesso realizziamo, proponendo progetti espositivi inconsueti che offrono relazioni sottaciute, prove dello spirito, della mente o del cuore allo scopo di suggerire al visitatore  idee ed emozioni inattese.

Ma lo scopo di questa mostra preziosa e certamente inconsueta, è anche quello di dimostrare come l’applicazione di chiavi di lettura differenti possa far svoltare il contenuto semantico di una collezione. Che è comunque una sorta di “organismo vivo”, in grado di mutare, proprio come la nostra lingua, bella anche perché capricciosa e sempre in trasformazione.

Una raccolta bella e appassionata, quella di Francesco Sartori, frutto della sua personale adesione al pensiero di Kandinsky così come viene espresso ne Lo spirituale nell’arte:

Tutto, specialmente all’inizio, è questione di sentimenti. Solo il sentimento, specialmente all’inizio del cammino, crea la vera arte. […] L’arte agisce sul sentimento e quindi può agire solo col sentimento”.

“Non c’è nessun “dovere” in arte. L’arte è eternamente libera. Fugge il “dovere” come il giorno la notte.

Deserti e Derive

Dal 06.09.2014 al 05.10.2014

 

Deserti e Derive è un navigare a vista fra i relitti dell’Occidente, circumnavigati dallo sguardo di cinque compagni di viaggio: Andrea Brera, Alessandra Chiappini, Isabella Dovera, Alessandro Savelli, Alessandro Spadari, e raccolti dalle parole di Giovanni Cella, che di questa mostra è curatore.

La mostra offre testimonianza della crisi alla quale tutti stiamo assistendo e che è figlia di un declino anche e soprattutto umano. Alla crisi i cinque artisti offrono la voce della propria arte, disegnando una mappa di linguaggi diversi eppure tutti laceranti ed eloquenti. Alessandra Chiappini ricorda la bellezza dell’arte antica e la struggente nostalgia delle sue (non mantenute) promesse di civiltà: e lo fa appoggiando su forme antiche velature delicate di colore, come soffi, quasi a temere il collasso definitivo delle vestigia di quei fasti lontani. Incisi, forti, violenti sono i volti di Isabella Dovera: anatomie nodose, già di spettro, un linguaggio di sguardi ciechi che ricorda un certo espressionismo fra le due guerre mondiali, e dunque è a sua volta inutile lezione di storia. Con Alessandro Savelli si torna al colore, ma sono cromie che non salvano, stesure orizzontali, lunghe come lande, un pigmento a tratti ostile, sotto la cui pelle brulica un mondo dalla sostanza misteriosa. Con i suoi relitti di navi Alessandro Spadari porta sulla tela il faticoso galleggiare del nostro tempo, fatto di simboli corrosi e di scafi arrugginiti, la stessa ruggine, la stessa corrosione di Scampia, falansterio del sacrificio di molte anime, fotografato con misericordioso rispetto da Andrea Brera.

Mario Sironi. Una collezione speciale

Dal 03.09.2014 al 05.10.2014

 

Si inaugura mercoledì 3 settembre alle ore 18, alla Galleria Biffi Arte di Piacenza, la mostra Mario Sironi. Una collezione speciale. La raccolta di Cristina Sironi e Rudolph Klien, a cura di Elena Pontiggia.

Sono esposte, per la prima volta in modo organico, le opere provenienti da una raccolta davvero particolare: quella della sorella maggiore dell’artista, Cristina (Sassari 1883 – Monza 1965), e di suo marito, il chimico inglese Rudolph Klien (Dewsbury, York, 1873 – Milano 1932), che di Sironi fu tra i primi mecenati. La collezione, che comprende circa sessanta opere tra dipinti, disegni, acquerelli, incisioni, documenta quasi tutte le stagioni sironiane, ma è di straordinario interesse soprattutto per alcuni inediti giovanili, che mostrano anche alcune sue direzioni di ricerca finora sconosciute.

La mostra muove da due vere “chicche”: un Paesaggio del 1899, dipinto da Sironi quando aveva solo quattordici anni e mai esposto prima, e l’altrettanto inedito Ars et Amor, 1901, un ex libris di sapore simbolista che l’artista sedicenne eseguì per la madre Giulia. Seguono il massimo capolavoro del periodo divisionista di Sironi, Madre che cuce, 1905-6, e il famoso Autoritratto del 1910.

E, ancora, sono da segnalare un gruppo di lavori futuristi, caratterizzati da quella potente solidità architettonica che sarà una costante di tutta la pittura sironiana, e talvolta anche da un colore acceso, che invece rimarrà ineguagliato nella sua ricerca; una serie di ritratti, dipinti e illustrazioni del tempo di guerra, tra cui la suggestiva Scena di guerra e le tavole per la rivista di trincea “Il Montello”, 1918; i ritratti a puntasecca di Margherita Sarfatti, Ada Negri, Bontempelli, realizzati da Sironi nel 1916, quando era ospite della Sarfatti nella sua casa di Cavallasca sulle colline comasche; alcune vignette per “Il Popolo d’Italia”, il quotidiano di Mussolini.

Il percorso espositivo si chiude infine con alcune opere degli anni venti, tra cui un inedito Paesaggio urbano del 1920; lo splendido disegno Nudo di donna con bicchiere  del 1922-23 (amatissimo dalla Sarfatti, che lo scelse per documentare Sironi nel saggio Segni colori e luci del 1925); numerosi ritratti di famiglia, come quelli di Cristina, di Klien e della loro figlioletta Gladys (1922); l’imponente Lago del 1926, e vari disegni e tempere che testimoniano la ricerca di Sironi nell’ambito della pittura murale degli anni trenta.

Accompagna la mostra, che rimarrà aperta fino al 5 ottobre, un catalogo con un testo introduttivo di Elena Pontiggia e le schede analitiche di tutte le opere esposte.

Mario Sironi nasce a Sassari nel 1885, da Enrico, ingegnere milanese, e Giulia Villa, fiorentina. Nel 1886 si trasferisce con la famiglia a Roma. Nel 1898, a tredici anni, rimane orfano di padre. Nel 1902 si iscrive alla facoltà di ingegneria, che abbandona l’anno dopo per una crisi depressiva. Frequenta invece la Scuola libera del nudo di via Ripetta e lo studio di Balla, diventando amico di Boccioni e Severini. Con Boccioni compie un viaggio a Parigi nel 1906. Due anni dopo si reca in Germania, dove ritornerà nel 1910-1911. Intanto, nonostante le ricorrenti crisi nervose, inizia a dedicarsi all’illustrazione e alla pittura. Nel 1913 aderisce al futurismo, dandone un’interpretazione soprattutto volumetrica.

Allo scoppio della guerra si arruola nel Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti e poi nel Genio. Congedato nel 1919, si sposa a Roma con Matilde Fabbrini, con cui era fidanzato dal 1915. La coppia, che avrà due figlie (Aglae, nel 1921, e Rossana, nel 1929), si separerà nel 1932 e l’artista si legherà, tra alterne vicende, a Mimì Costa.

Sempre nel 1919 si trasferisce a Milano, dove dipinge i primi paesaggi urbani. La sua pittura si orienta verso forme potenti e sintetiche, di ispirazione classica, segnate però da una drammaticità moderna. Margherita Sarfatti è tra i primi critici a segnalarlo. Fin dal 1919, intanto, l’artista aderisce al fascismo. Dal 1921 disegna illustrazioni per il “Popolo d’Italia”, con cui collabora fino al 1942 (dal 1927 al 1931 anche come critico d’arte).

Nel 1922 è tra i fondatori del Novecento Italiano. Col gruppo, animato dalla Sarfatti e sostenitore di una “moderna classicità”, espone in tutte le principali rassegne in Italia e all’estero, difendendone le ragioni quando, nel 1931-1933, viene colpito da accese polemiche.  Negli anni trenta, però, Sironi si concentra soprattutto sulla pittura murale, divenendo il maggior teorico e artefice del ritorno alla decorazione classica. Pubblica il Manifesto della pittura murale, firmato anche da Campigli, Funi e Carrà (1933).

Nel 1943 aderisce alla Repubblica di Salò. Il 25 aprile sta per essere fucilato e si salva grazie all’intervento di Gianni Rodari, partigiano ma suo estimatore. Il crollo dei suoi ideali politici e l’angoscia per la morte della figlia Rossana, che si uccide giovanissima nel 1948, lasciano un segno nella sua pittura, in cui la tensione costruttiva si lascia incrinare da un senso di frammentarietà. Mario Sironi muore a Milano nel 1961.

In occasione della mostra Mario Sironi. Una collezione speciale la Galleria Ricci Oddi di Piacenza esporrà al pubblico il dipinto Testa di giovane eseguita da Sironi negli anni immediatamente precedenti il secondo conflitto mondiale e presente nelle collezioni del Museo dal 1967.  Presso la Galleria Biffi Arte sarà inoltre disponibile una cartolina che, presentata alla cassa della Galleria Ricci Oddi, darà diritto al 30% di sconto sul biglietto d’ingresso. Il medesimo biglietto, consegnato al personale di Biffi Arte darà diritto allo sconto del 30% sull’acquisto del catalogo Mario Sironi. Una collezione speciale, curato da Eelena Pontiggia.

Mario Sironi. Una collezione speciale

Dal 03.09.2014 al 05.10.2014

 

Si inaugura mercoledì 3 settembre alle ore 18, alla Galleria Biffi Arte di Piacenza, la mostra Mario Sironi. Una collezione speciale. La raccolta di Cristina Sironi e Rudolph Klien, a cura di Elena Pontiggia.

Sono esposte, per la prima volta in modo organico, le opere provenienti da una raccolta davvero particolare: quella della sorella maggiore dell’artista, Cristina (Sassari 1883 – Monza 1965), e di suo marito, il chimico inglese Rudolph Klien (Dewsbury, York, 1873 – Milano 1932), che di Sironi fu tra i primi mecenati. La collezione, che comprende circa sessanta opere tra dipinti, disegni, acquerelli, incisioni, documenta quasi tutte le stagioni sironiane, ma è di straordinario interesse soprattutto per alcuni inediti giovanili, che mostrano anche alcune sue direzioni di ricerca finora sconosciute.

La mostra muove da due vere “chicche”: un Paesaggio del 1899, dipinto da Sironi quando aveva solo quattordici anni e mai esposto prima, e l’altrettanto inedito Ars et Amor, 1901, un ex libris di sapore simbolista che l’artista sedicenne eseguì per la madre Giulia. Seguono il massimo capolavoro del periodo divisionista di Sironi, Madre che cuce, 1905-6, e il famoso Autoritratto del 1910.

E, ancora, sono da segnalare un gruppo di lavori futuristi, caratterizzati da quella potente solidità architettonica che sarà una costante di tutta la pittura sironiana, e talvolta anche da un colore acceso, che invece rimarrà ineguagliato nella sua ricerca; una serie di ritratti, dipinti e illustrazioni del tempo di guerra, tra cui la suggestiva Scena di guerra e le tavole per la rivista di trincea “Il Montello”, 1918; i ritratti a puntasecca di Margherita Sarfatti, Ada Negri, Bontempelli, realizzati da Sironi nel 1916, quando era ospite della Sarfatti nella sua casa di Cavallasca sulle colline comasche; alcune vignette per “Il Popolo d’Italia”, il quotidiano di Mussolini.

Il percorso espositivo si chiude infine con alcune opere degli anni venti, tra cui un inedito Paesaggio urbano del 1920; lo splendido disegno Nudo di donna con bicchiere  del 1922-23 (amatissimo dalla Sarfatti, che lo scelse per documentare Sironi nel saggio Segni colori e luci del 1925); numerosi ritratti di famiglia, come quelli di Cristina, di Klien e della loro figlioletta Gladys (1922); l’imponente Lago del 1926, e vari disegni e tempere che testimoniano la ricerca di Sironi nell’ambito della pittura murale degli anni trenta.

Accompagna la mostra, che rimarrà aperta fino al 5 ottobre, un catalogo con un testo introduttivo di Elena Pontiggia e le schede analitiche di tutte le opere esposte.

Mario Sironi nasce a Sassari nel 1885, da Enrico, ingegnere milanese, e Giulia Villa, fiorentina. Nel 1886 si trasferisce con la famiglia a Roma. Nel 1898, a tredici anni, rimane orfano di padre. Nel 1902 si iscrive alla facoltà di ingegneria, che abbandona l’anno dopo per una crisi depressiva. Frequenta invece la Scuola libera del nudo di via Ripetta e lo studio di Balla, diventando amico di Boccioni e Severini. Con Boccioni compie un viaggio a Parigi nel 1906. Due anni dopo si reca in Germania, dove ritornerà nel 1910-1911. Intanto, nonostante le ricorrenti crisi nervose, inizia a dedicarsi all’illustrazione e alla pittura. Nel 1913 aderisce al futurismo, dandone un’interpretazione soprattutto volumetrica.

Allo scoppio della guerra si arruola nel Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti e poi nel Genio. Congedato nel 1919, si sposa a Roma con Matilde Fabbrini, con cui era fidanzato dal 1915. La coppia, che avrà due figlie (Aglae, nel 1921, e Rossana, nel 1929), si separerà nel 1932 e l’artista si legherà, tra alterne vicende, a Mimì Costa.

Sempre nel 1919 si trasferisce a Milano, dove dipinge i primi paesaggi urbani. La sua pittura si orienta verso forme potenti e sintetiche, di ispirazione classica, segnate però da una drammaticità moderna. Margherita Sarfatti è tra i primi critici a segnalarlo. Fin dal 1919, intanto, l’artista aderisce al fascismo. Dal 1921 disegna illustrazioni per il “Popolo d’Italia”, con cui collabora fino al 1942 (dal 1927 al 1931 anche come critico d’arte).

Nel 1922 è tra i fondatori del Novecento Italiano. Col gruppo, animato dalla Sarfatti e sostenitore di una “moderna classicità”, espone in tutte le principali rassegne in Italia e all’estero, difendendone le ragioni quando, nel 1931-1933, viene colpito da accese polemiche.  Negli anni trenta, però, Sironi si concentra soprattutto sulla pittura murale, divenendo il maggior teorico e artefice del ritorno alla decorazione classica. Pubblica il Manifesto della pittura murale, firmato anche da Campigli, Funi e Carrà (1933).

Nel 1943 aderisce alla Repubblica di Salò. Il 25 aprile sta per essere fucilato e si salva grazie all’intervento di Gianni Rodari, partigiano ma suo estimatore. Il crollo dei suoi ideali politici e l’angoscia per la morte della figlia Rossana, che si uccide giovanissima nel 1948, lasciano un segno nella sua pittura, in cui la tensione costruttiva si lascia incrinare da un senso di frammentarietà. Mario Sironi muore a Milano nel 1961.

In occasione della mostra Mario Sironi. Una collezione speciale la Galleria Ricci Oddi di Piacenza esporrà al pubblico il dipinto Testa di giovane eseguita da Sironi negli anni immediatamente precedenti il secondo conflitto mondiale e presente nelle collezioni del Museo dal 1967.  Presso la Galleria Biffi Arte sarà inoltre disponibile una cartolina che, presentata alla cassa della Galleria Ricci Oddi, darà diritto al 30% di sconto sul biglietto d’ingresso. Il medesimo biglietto, consegnato al personale di Biffi Arte darà diritto allo sconto del 30% sull’acquisto del catalogo Mario Sironi. Una collezione speciale, curato da Eelena Pontiggia.

Storm

Dal 11.07.2014 al 03.08.2014

 

In ogni filo d’erba, è contenuto tutto il paesaggio circostante. La visione di una valle sfumata nelle scale di stati d’animo movimentati e accecante per le sue continue e generose pose. La perfezione di attimi sinuosi. Battiti di farfalla mai avvenuti, che conservano la placenta di tanti destini che, per sempre, saranno lì ad aspettarci. Con calma viva e variopinta linfa. G.B.

The cover art of Rolling Stone