I ARCHIVIO 2014 – 2013
GIUSEPPE UNGARETTI
| UNGA’
Si inaugura sabato 13 dicembre alle ore 18, alla Galleria Biffi Arte di Piacenza, la mostra UNGA’ Giuseppe Ungaretti e l’arte del XX secolo a cura di Angela Madesani. Sono esposte opere degli artisti dei quali il poeta si è occupato: Giacomo Balla, Mirko Basaldella, Umberto Boccioni, Edita Broglio, Corrado Cagli, Giuseppe Capogrossi, Carlo Carrà, Fabrizio Clerici, Raffaele Castello, Giorgio de Chirico, Bona De Pisis, Piero Dorazio, Jean Fautrier, Roberto Fasola, Pericle Fazzini, Felice Filippini, Franco Gentilini, Guido Gonzato, Carlo Guarenti, Renato Guttuso, Maria Mancuso Grandinetti, Guglielmo Janni, Arturo Martini, Mirea, Beverly Pepper, Enrico Prampolini, Carlo Quaglia, Ottone Rosai, Anna Salvatore, Ruggero Savinio, Maria Signorelli, Ardengo Soffici, Lorenzo Tornabuoni, Wladimiro Tulli, Lorenzo Viani.
Sono inoltre in mostra le fotografie di Ugo Mulas e Paola Mattioli e un omaggio a Ungaretti di Leonardo Genovese
Giuseppe Ungaretti (Alessandria d’Egitto 1888 – Milano 1970) è, come tutti sanno, uno dei maggiori poeti del XX secolo. Sin da giovane età si è interessato alla storia dell’arte e all’arte a lui contemporanea. In tal senso ha dato vita a molti testi dedicati agli artisti, con i quali ha intrattenuto, in parecchi casi, come con Rosai, Soffici, Carrà, veri e propri rapporti di profonda amicizia.
La mostra, che inaugurerà il 13 dicembre negli spazi di Biffi Arte, a Piacenza ed il volume, che l’accompagna, edito da Nomos edizioni, sono curati dalla storica dell’arte Angela Madesani.
Ci si propone così di fare luce su questa interessante parabola nella vita di Ungaretti.
Nel corso degli anni il poeta ha scritto numerose introduzioni a cataloghi di gallerie private e parecchi articoli su giornali e riviste.
Una quarantina di anni fa la Mondadori ha pubblicato nella collana dei Meridiani un volume intitolato Saggi e interventi, dedicato alle prose letterarie e artistiche, del poeta di origini toscane, in cui sono pubblicati solo alcuni dei testi che Ungaretti ha scritto sull’arte.
La curatrice e ideatrice della rassegna ha proposto così alla galleria piacentina e alla casa editrice varesina di ripubblicare tutti i testi di argomento artistico che non sono contenuti nel volume dei Meridiani. Testi che sono nati come introduzioni ai cataloghi delle mostre dei diversi artisti, in gallerie perlopiù milanesi e romane, dagli anni Trenta agli anni Sessanta o come articoli su periodici di diverso genere.
In quel periodo particolare della storia dell’arte e della cultura non era cosa desueta che i poeti scrivessero d’arte. L’iniziativa è, infatti, tesa a sottolineare l’atmosfera di quel momento di scambi, relazioni tra i diversi ambiti della cultura. Poeti e scrittori erano in continuo contatto con gli artisti così da creare comunità culturali ed esistenziali che hanno dato vita ad esperienze uniche.
Si pensi in tal senso al rapporto tra il pittore Jean Fautrier e quello che lui chiamava Ungà. Il pittore rimane affascinato, stordito dall’intelligenza umana e poetica di quel grande uomo che la vita aveva così fortemente segnato, ma che continuava a emanare un sorriso ammaliante e che fino alla fine dei suoi giorni è rimasto profondamente attratto dal suo circostante. Ungaretti scrive sul pittore l’informale francese alcune fra le sue più belle pagine.
La mostra che ospiterà una o più opere di ciascun artista del quale Ungaretti si è occupato rappresenta l’occasione per un approfondimento di uno degli aspetti della prosa ungarettiana che non ha ancora ricevuto le dovute attenzioni, riproponendo testi e riflessioni ormai introvabili.
OSVALDO BOT
| LA GRAFICA
A conclusione di un bel trittico dedicato all’artista piacentino OSWALDO BOT, iniziato al ROTARY PIACENZA FARNESE con una conversazione dal titolo “Bot, il Futurismo e la Ricci Oddi” proposta dal prof. Alessandro Malinverni; proseguito con una Mostra di 28 opere, tutte di collezioni private nei locali del CIRCOLO DELL’UNIONE; venerdì 5 dicembre alle ore 17.30 presso BIFFI ARTE, si inaugurerà una piccola mostra dal titolo BOT, la GRAFICA.
ALICE COLOMBO
| FEMMINILE, PLURALE – GLI SPAZI DEL SOGNO
Gli spazi del sogno, dal 22 novembre all’8 febbraio, riunisce le ultime undici voci, uniche e inconfondibili, per raccontare il sogno, la fantasia. Qualche volta l’incubo.
I sogni di Alice Colombo si concretizzano in collage vaghi, gremiti di piccoli dettagli da inseguire con lo sguardo come in una caccia al tesoro. Sono bambine che portano al guinzaglio uccelli multicolori oppure sono balene incagliate tra i rami di un albero, protagoniste di storie raccontate in un tono lieve e sussurrato. Federica Gonnelli invece ricrea il sogno attraverso installazioni che accolgono lo spettatore come un abbraccio avvolgente, tutte giocate su luci soffuse e trasparenze, in un continuo sdoppiarsi e modificarsi della realtà. Se Jara Marzulli con una pittura liquida, leggerissima, evoca figure femminili senza tempo, fermate in un momento sospeso di abbandono e di meditazione, danno invece un’idea di forza guerriera le donne che Adele Ceraudo interpreta nei suoi minuziosissimi disegni a penna, dove lei stessa si trasforma nelle protagoniste delle più classiche iconografie dell’arte. Una realtà altra, vibrante, mobilissima, fatta di una materia trasparente dalle suggestioni acquatiche è quella creata dalle mani di Annalù. Con lei la vetroresina diventa schiuma brulicante, onda, ala di farfalla, entità viva, respirante e fatata. Se Ieva Petersone ci porta con i suoi dipinti in un mondo algido e perfetto, scandito in stanze dalle atmosfere metafisiche, dove le icone del design diventano protagoniste di spazi dagli ipnotici equilibri geometrici, di tutt’altro genere è lo spazio nel quale ci invita Chiara Coccorese. Le sue fotografie, costruite come collage pieni di oggetti creati o recuperati da lei, ci precipitano oltre lo specchio di Alice, in un mondo dove le proporzione si annullano, i punti di riferimento si invertono, invitandoci a galleggiare in una sensazione di inquieta beatitudine. E poi c’è Florencia Martinez, con le sue fotografie stampate su stoffe dai colori accesi, rutilanti, con i suoi ricami che sono racconti di vita e con le sue installazioni dove gli oggetti della casa, ricoperti di stoffa e di soffici aculei, si fanno al tempo stesso accoglienti e minacciosi. Ilaria Del Monte, con le sue fanciulle prigioniere di stanze incantate, dove gli specchi riflettono immagini irreali e gli oggetti prendono vita. Francesca De Pieri, che con le sue fotografie di cave e orti botanici, stampate su doppia lastra trasparente, ci offre uno sguardo nuovo, vibrante e pulsante sulla natura. E Giovanna Lacedra, con una serie di acquerelli onirici ispirati alla poesia femminile e con la performance Nonsonomaistataunabambina – in programma per l’inaugurazione – dove mette in scena l’incubo dell’infanzia male amata e il risveglio alla vita.
MAURIZIO CALZA – ERNESTO JANNINI
| FIGURE A CONTROSCAMBIO
La mostra FIGURE A CONTROSCAMBIO è la doppia personale di Maurizio Calza ed Ernesto Jannini, due artisti della generazione “saltata”, quella degli anni Ottanta e Novanta, attorno alle cui poetiche di lavoro si sta generando una rilettura lucida, consapevole e lontana da operazioni di pura speculazione di mercato. Accomunati dalla matrice figurativa, con richiami classici e novecenteschi attualizzati da contenuti contemporanei, i due artisti offrono nelle sale di Biffi Arte una panoramica completa del loro fare arte, rispettando le diverse modalità di ricerca: introspettivo, fosco ma memore della teatralità di Dada e del Futurismo Calza, ironico e solare Jannini, attento al rapporto fra arte e tecnica, cruciale nel pensiero filosofico novecentesco.
Dal testo di Edoardo di Mauro, curatore del progetto espositivo:
[…] Maurizio Calza ed Ernesto Jannini sono due autori che esordiscono quasi in contemporanea negli anni Settanta, con le prime e significative prove giovanili, giungendo alla maturità nel decennio successivo, periodo in cui inizio a seguire il loro lavoro. Debbo dire che il loro stile bene si integra ed armonizza nella dimensione dello spazio espositivo, presentando alcuni punti di tangenza, ma anche delle diversità, che evitano il rischio di una omologazione visiva. Entrambi gli artisti denunciano un’attenzione evidente nei confronti dei rapporti tra il singolo e la società contemporanea, in cui fanno tesoro della lezione del passato, in chiave sia artistica, che sociologica e culturale.[…] Formalmente entrambi si esprimono con modalità eclettiche. In Maurizio Calza vi è una maggiore prevalenza della pittura, che si coniuga assai spesso con una espressiva teatralità dell’immagine in chiave di espansione tridimensionale e di pittura-ambiente. In Jannini la pittura è da sempre stata una delle possibili opzioni, ed è presente in maniera predominante in questa mostra, insieme ad una attenzione sempre viva e presente per la poetica dell’oggetto decontestualizzato ed assemblato in forme equilibrate ed originali, di cui sarà possibile ammirare alcuni significativi esempi. Tutti e due gli autori si esprimono in cicli di lavoro, riuscendo a mantenere una precisa riconoscibilità senza correre il rischio del reitero infinito di un singolo modulo espressivo, che risulterebbe fuorviante in personalità così vitali ed inquiete..[…]
Catalogo in galleria.
TIZIANO FERMI
| ANGIL DAL DOM
Allo stesso modo in cui i venti sospingono l’Angil däl Dom, facendo intuire la situazione meteorologica, la storia di Piacenza si intreccia con quella della statua che sormonta il campanile della Cattedrale.
A cinquant’anni dalla storica discesa avvenuta per determinarne il restauro, la simbolica e ieratica figura dell’Angelo del Duomo rivestito in rame dorato, ricorda e suggerisce l’interpretazione delle vicende piacentine nello scorrere del tempo; il 1341 anno in cui fu issato per una volontà di pacificazione tra le fazioni guelfe e ghibelline; il 1633 quando, dopo la terribile pestilenza che colpì Piacenza negli anni immediatamente precedenti, fu riparato a causa di alcuni fulmini che lo avevano tempestato; il 1731 in cui avvenne una prima discesa dell’Angil a scopo conservativo; il 1848, dopo la liberazione dalla dominazione straniera, quando venne collocata tra le sue braccia la bandiera tricolore, sino al ricordato “volo” del 1964, vent’anni dopo il bombardamento di piazza Duomo durante la seconda guerra mondiale.
Un Angelo che porta la croce di Cristo e il 6 luglio del 1341, durante l’episcopato del vescovo Rogerio Caccia (1338-1355), le maestranze guidate da Pietro Vago, collocarono sulla guglia della torre campanaria, il punto più alto e visibile della città, quale custode, protettore e messaggero, tramite fra il cielo e la terra.
Un Angelo a cui volsero lo sguardo i piacentini cinquant’anni fa, quando discese nella piazza del Duomo il 31 maggio del 1964, per poterlo osservare, quasi vis à vis, prima della ripartenza che lo collocava alla propria sede il 27 settembre dello stesso anno.
Un Angelo a cui i piacentini elevano gli occhi nei momenti sereni come nelle incombenze dolorose, nel suo risplendere alla luce del sole o, cercando di intuirne le sembianze, tra la nebbia fitta.
Tiziano Fermi
Angil dal Dom
Le immagini dell’Angelo tratte dal Museo per la Fotografia e la Comunicazione Visiva di Piacenza
16 ottobre | 9 novembre 2014
Presentazione a cura di Tiziano Fermi
Immagini a cura di Maurizio Cavalloni
Mostra realizzata in collaborazione con le associazioni Anspi Domus, Domus Justinae e Cineclub Piacenza.
MARINA FALCO – GIOVANNI CERRI – FABIO SIRONI – FABIO VALENTI
| LINK
La mostra LINK presenta il lavoro di quattro artisti milanesi, che condividono esperienze e linguaggi affini, per tematiche e espressioni stilistiche. Accomunati dalla pittura di matrice figurativa – caratterizzata da richiami classici e novecenteschi, qui attualizzati e in linea con contenuti contemporanei – gli artisti offrono nelle sale di Biffi Arte una panoramica completa e allargata del loro fare arte, della loro ricerca più recente.
Dal testo di Simona Bartolena, curatrice del progetto espositivo:
[…]Ecco perché incontrare quattro artisti, peraltro tra loro molto diversi, che invece hanno voglia di mettersi in gioco, di trovarsi e di lavorare insieme – non in vista di una mostra o di un progetto particolare, ma nella quotidianità della loro esistenza professionale – è davvero qualcosa di fuori dal comune. Marina Falco, Giovanni Cerri, Fabio Sironi e Fabio Valenti (Fuelpump) hanno scelto di condividere uno studio e una parte della loro vita, di lavorare insieme, seppure nel rispetto delle singole identità. Non hanno formato un gruppo o un movimento omogeneo, né hanno alcuna intenzione di farlo. I loro stili, i loro linguaggi, i loro percorsi personali sono autonomi e tali devono restare. Lavorando sotto lo stesso tetto, hanno però continue occasioni di confronto, di dialogo e di discussione. Si parla di tutto nello studio milanese di Via Piero della Francesca 58. Si parla di arte, ma anche di politica, di società e di sport, si va a bere un caffè o ci si siede sui divanetti a discutere un po’, perdendosi nelle conversazioni, nelle speculazioni filosofiche che scappano di mano, lasciando scorrere il tempo senza farci caso. Ciascuno lavora nel suo angolo, ma il commento del vicino è a portata di mano, come conforto, come critica, come momento di ripensamento. Nessuno insegna agli altri. Non c’è un maestro. Ognuno ha sua vita professionale assai ben impostata e una personalità artistica riconoscibile. Proprio per questo l’esperienza collettiva in studio diventa un arricchimento, non una fatica.
Marina, Giovanni, Fabio e Fuelpump hanno messo in dialogo le loro opere e il confronto ha generato motivi di dibattito, svelando interessanti convergenze nelle loro ricerche: sensibilità tra loro molto distanti, talvolta opposte, in grado di generare motivi di riflessione che insistono su temi comuni.
Link, dunque, non è una mostra a tema come altre. Gli artisti non sono stati selezionati con un criterio curatoriale in virtù del loro linguaggio o per le tematiche da loro affrontate. Link è un racconto: il racconto di un gruppo di artisti che lavorano l’uno accanto all’altro, senza cercare la contaminazione ma interagendo quotidianamente. Eppure Link è tutt’altro che una mostra eterogenea. Esposti insieme, i lavori di questi quattro artisti dalle forti personalità, trovano un motivo comune, tracciano un percorso dai molteplici gradi di lettura nella società e nei sistemi a essa sottesi, nelle relazioni tra essere umano e ambiente, tra individuo e società, tra presente e passato, tra memoria e immaginazione. Protagonista assoluto è l’uomo, presente, sebbene con modalità e ruoli diversi, in tutte e quattro le ricerche. L’uomo e il suo passato, il suo presente e il suo (possibile) futuro: l’uomo e il suo quotidiano. Quattro visioni generate da altrettante personalità capaci di relazionarsi con gli altri, di interagire, di confrontarsi, di mettersi in gioco.[…]
LUCIO FONTANA – REMO BIANCO – EMILIO SCANAVINO – GIULIO TURCATO
| COSTRUZIONE E SENTIMENTO
Da qualunque parte si esamini la questione, non c’è nulla in comune fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima . L’aforisma di Achille Campanile mi è venuto alla mente, come un’istantanea, quando mi è stato proposto questo unicum art project: quattro icone russe in dialogo con quattro opere di quattro fra i più importanti artisti del secondo ‘900. Il tutto appartenente alla collezione di Francesco Sartori.
La mia perplessità al progetto era dovuta alla difficile coabitazione di opere tanto difformi, ma quando le ho viste condividere il medesimo spazio, ho capito come un soliloquio apparentemente impossibile poteva divenire dialogo complice e seducente.
E offrire conferma del fatto che le provocazioni intelligenti sono stimolo al pensiero,
Chi segue la nostra galleria da qualche tempo riconoscerà questa mostra tra quelle che spesso realizziamo, proponendo progetti espositivi inconsueti che offrono relazioni sottaciute, prove dello spirito, della mente o del cuore allo scopo di suggerire al visitatore idee ed emozioni inattese.
Ma lo scopo di questa mostra preziosa e certamente inconsueta, è anche quello di dimostrare come l’applicazione di chiavi di lettura differenti possa far svoltare il contenuto semantico di una collezione. Che è comunque una sorta di “organismo vivo”, in grado di mutare, proprio come la nostra lingua, bella anche perché capricciosa e sempre in trasformazione.
Una raccolta bella e appassionata, quella di Francesco Sartori, frutto della sua personale adesione al pensiero di Kandinsky così come viene espresso ne Lo spirituale nell’arte:
Tutto, specialmente all’inizio, è questione di sentimenti. Solo il sentimento, specialmente all’inizio del cammino, crea la vera arte. […] L’arte agisce sul sentimento e quindi può agire solo col sentimento”.
“Non c’è nessun “dovere” in arte. L’arte è eternamente libera. Fugge il “dovere” come il giorno la notte.
ALESSANDRO SPADARI
| DESERTI E DERIVE
Deserti e Derive è un navigare a vista fra i relitti dell’Occidente, circumnavigati dallo sguardo di cinque compagni di viaggio: Andrea Brera, Alessandra Chiappini, Isabella Dovera, Alessandro Savelli, Alessandro Spadari, e raccolti dalle parole di Giovanni Cella, che di questa mostra è curatore.
La mostra offre testimonianza della crisi alla quale tutti stiamo assistendo e che è figlia di un declino anche e soprattutto umano. Alla crisi i cinque artisti offrono la voce della propria arte, disegnando una mappa di linguaggi diversi eppure tutti laceranti ed eloquenti. Alessandra Chiappini ricorda la bellezza dell’arte antica e la struggente nostalgia delle sue (non mantenute) promesse di civiltà: e lo fa appoggiando su forme antiche velature delicate di colore, come soffi, quasi a temere il collasso definitivo delle vestigia di quei fasti lontani. Incisi, forti, violenti sono i volti di Isabella Dovera: anatomie nodose, già di spettro, un linguaggio di sguardi ciechi che ricorda un certo espressionismo fra le due guerre mondiali, e dunque è a sua volta inutile lezione di storia. Con Alessandro Savelli si torna al colore, ma sono cromie che non salvano, stesure orizzontali, lunghe come lande, un pigmento a tratti ostile, sotto la cui pelle brulica un mondo dalla sostanza misteriosa. Con i suoi relitti di navi Alessandro Spadari porta sulla tela il faticoso galleggiare del nostro tempo, fatto di simboli corrosi e di scafi arrugginiti, la stessa ruggine, la stessa corrosione di Scampia, falansterio del sacrificio di molte anime, fotografato con misericordioso rispetto da Andrea Brera.
MARIO SIRONI
| UNA COLLEZIONE SPECIALE
Si inaugura mercoledì 3 settembre alle ore 18, alla Galleria Biffi Arte di Piacenza, la mostra Mario Sironi. Una collezione speciale. La raccolta di Cristina Sironi e Rudolph Klien, a cura di Elena Pontiggia.
Sono esposte, per la prima volta in modo organico, le opere provenienti da una raccolta davvero particolare: quella della sorella maggiore dell’artista, Cristina (Sassari 1883 – Monza 1965), e di suo marito, il chimico inglese Rudolph Klien (Dewsbury, York, 1873 – Milano 1932), che di Sironi fu tra i primi mecenati. La collezione, che comprende circa sessanta opere tra dipinti, disegni, acquerelli, incisioni, documenta quasi tutte le stagioni sironiane, ma è di straordinario interesse soprattutto per alcuni inediti giovanili, che mostrano anche alcune sue direzioni di ricerca finora sconosciute.
La mostra muove da due vere “chicche”: un Paesaggio del 1899, dipinto da Sironi quando aveva solo quattordici anni e mai esposto prima, e l’altrettanto inedito Ars et Amor, 1901, un ex libris di sapore simbolista che l’artista sedicenne eseguì per la madre Giulia. Seguono il massimo capolavoro del periodo divisionista di Sironi, Madre che cuce, 1905-6, e il famoso Autoritratto del 1910.
E, ancora, sono da segnalare un gruppo di lavori futuristi, caratterizzati da quella potente solidità architettonica che sarà una costante di tutta la pittura sironiana, e talvolta anche da un colore acceso, che invece rimarrà ineguagliato nella sua ricerca; una serie di ritratti, dipinti e illustrazioni del tempo di guerra, tra cui la suggestiva Scena di guerra e le tavole per la rivista di trincea “Il Montello”, 1918; i ritratti a puntasecca di Margherita Sarfatti, Ada Negri, Bontempelli, realizzati da Sironi nel 1916, quando era ospite della Sarfatti nella sua casa di Cavallasca sulle colline comasche; alcune vignette per “Il Popolo d’Italia”, il quotidiano di Mussolini.
Il percorso espositivo si chiude infine con alcune opere degli anni venti, tra cui un inedito Paesaggio urbano del 1920; lo splendido disegno Nudo di donna con bicchiere del 1922-23 (amatissimo dalla Sarfatti, che lo scelse per documentare Sironi nel saggio Segni colori e luci del 1925); numerosi ritratti di famiglia, come quelli di Cristina, di Klien e della loro figlioletta Gladys (1922); l’imponente Lago del 1926, e vari disegni e tempere che testimoniano la ricerca di Sironi nell’ambito della pittura murale degli anni trenta.
Accompagna la mostra, che rimarrà aperta fino al 5 ottobre, un catalogo con un testo introduttivo di Elena Pontiggia e le schede analitiche di tutte le opere esposte.
Mario Sironi nasce a Sassari nel 1885, da Enrico, ingegnere milanese, e Giulia Villa, fiorentina. Nel 1886 si trasferisce con la famiglia a Roma. Nel 1898, a tredici anni, rimane orfano di padre. Nel 1902 si iscrive alla facoltà di ingegneria, che abbandona l’anno dopo per una crisi depressiva. Frequenta invece la Scuola libera del nudo di via Ripetta e lo studio di Balla, diventando amico di Boccioni e Severini. Con Boccioni compie un viaggio a Parigi nel 1906. Due anni dopo si reca in Germania, dove ritornerà nel 1910-1911. Intanto, nonostante le ricorrenti crisi nervose, inizia a dedicarsi all’illustrazione e alla pittura. Nel 1913 aderisce al futurismo, dandone un’interpretazione soprattutto volumetrica.
Allo scoppio della guerra si arruola nel Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti e poi nel Genio. Congedato nel 1919, si sposa a Roma con Matilde Fabbrini, con cui era fidanzato dal 1915. La coppia, che avrà due figlie (Aglae, nel 1921, e Rossana, nel 1929), si separerà nel 1932 e l’artista si legherà, tra alterne vicende, a Mimì Costa.
Sempre nel 1919 si trasferisce a Milano, dove dipinge i primi paesaggi urbani. La sua pittura si orienta verso forme potenti e sintetiche, di ispirazione classica, segnate però da una drammaticità moderna. Margherita Sarfatti è tra i primi critici a segnalarlo. Fin dal 1919, intanto, l’artista aderisce al fascismo. Dal 1921 disegna illustrazioni per il “Popolo d’Italia”, con cui collabora fino al 1942 (dal 1927 al 1931 anche come critico d’arte).
Nel 1922 è tra i fondatori del Novecento Italiano. Col gruppo, animato dalla Sarfatti e sostenitore di una “moderna classicità”, espone in tutte le principali rassegne in Italia e all’estero, difendendone le ragioni quando, nel 1931-1933, viene colpito da accese polemiche. Negli anni trenta, però, Sironi si concentra soprattutto sulla pittura murale, divenendo il maggior teorico e artefice del ritorno alla decorazione classica. Pubblica il Manifesto della pittura murale, firmato anche da Campigli, Funi e Carrà (1933).
Nel 1943 aderisce alla Repubblica di Salò. Il 25 aprile sta per essere fucilato e si salva grazie all’intervento di Gianni Rodari, partigiano ma suo estimatore. Il crollo dei suoi ideali politici e l’angoscia per la morte della figlia Rossana, che si uccide giovanissima nel 1948, lasciano un segno nella sua pittura, in cui la tensione costruttiva si lascia incrinare da un senso di frammentarietà. Mario Sironi muore a Milano nel 1961.
In occasione della mostra Mario Sironi. Una collezione speciale la Galleria Ricci Oddi di Piacenza esporrà al pubblico il dipinto Testa di giovane eseguita da Sironi negli anni immediatamente precedenti il secondo conflitto mondiale e presente nelle collezioni del Museo dal 1967. Presso la Galleria Biffi Arte sarà inoltre disponibile una cartolina che, presentata alla cassa della Galleria Ricci Oddi, darà diritto al 30% di sconto sul biglietto d’ingresso. Il medesimo biglietto, consegnato al personale di Biffi Arte darà diritto allo sconto del 30% sull’acquisto del catalogo Mario Sironi. Una collezione speciale, curato da Eelena Pontiggia.
MARIANO FRESCHI – MAURO MOLINAROLI
| THE COVER ART OF ROLLING STONE
Si inaugura giovedì 3 luglio alle ore 18 alla Galleria Biffi Arte di Piacenza, la mostra The cover art of Rolling Stone immagini rock dalla collezione di Mariano Freschi a cura di Mauro Molinaroli. Sono esposte alcune tra le più belle copertine originali della rivista Rolling Stone, fondata nel 1967 a San Francisco da Jann Simon Wenner e dal critico musicale Ralph J. Gleason. Emergono anche attraverso gli scatti di Annie Leibovitz, che divenne famosa durante i suoi tredici anni passati come fotografa per la rivista, le suggestioni di un periodo straordinario per l’arte e la cultura rock. Sono infatti questi anni importanti e di grande trasformazione e Rolling Stone ne è un’espressione viva. La rivista venne inizialmente identificata con l’universo hippy, ma ben presto prese le distanze dal mondo delle riviste underground e dagli orientamenti politici radicali, abbracciando anche canoni giornalistici più tradizionali. Ma la politica rimase un elemento fondamentale della rivista, che ne fece il suo marchio nei primi anni Settanta grazie a Hunter S. Thompson. Queste introvabili copertine appartengono alla straordinaria collezione di Mariano Freschi, che del mondo rock degli anni settanta ha raccolto cimeli, strumenti musicali, dischi in vinile e tanto altro materiale da farne un museo. Le immagini sono un viaggio in un mondo che appartiene al passato: John Lennon e Yoko Ono i Rolling Stones e Mick Jagger, Elton John, Janis Joplin, Jimi Hendrix, ma anche attori come Peter Fonda e Clint Eastwood. Una galleria di ritratti introvabili e di personaggi dimenticati negli archivi della nostra memoria che riaffiorano grazie alla collezione di Mariano Freschi. Si tratta di un universo che non avevamo certamente dimenticato e che riproposto oggi fa un certo effetto: sembra un secolo fa. Archeologia della memoria.
LIVE MUSIC nell’ambito della mostra The cover art of Rolling Stone In occasione dei Venerdì piacentini, evento centrale dell’estate piacentina Venerdì 11 luglio alle ore 21,30 la Galleria Biffi Arte in collaborazione con Dal Mississippi al Po festival di musica e letteratura, offriranno alla città di Piacenza nello spazio antistante la sede della galleria in Via Chiapponi un concerto dei RAB4 dal titolo Gli anni maledetti del Rock’n’Roll. Introdurrà i pezzi suonati dalla sua Band, Seba Pezzani, scrittore e critico letterario per Il Giornale.
ALESSANDRA BALDONI – LINDA CARRARA – MARIKA VICARI – MARINA PREVITALI
| FEMMINILE, PLURALE. LO SGUARDO SUL MONDO
ENDO-FAP – DON ORIONE
| SOGNA PARLA VIVI
MARCO RIGAMONTI E SILVANA TURZIO
| DIALOGO SULL’AMICIZIA
Dialogo sull’amicizia è un progetto espositivo che segue sì la scia delle esperienze passate cercando però di privilegiare le relazioni personali e di permettere, là dove possibile, l’emersione del sostrato di complicità estetica, cresciuta nel tepore dell’affetto e motivata dall’ amicizia preesistente alla mostra. Anzi, l’intenzione è proprio di riunire coppie di artisti che siano legati da un solido rapporto di amicizia. Artisti che in questo caso, scegliendo le opere dell’amico , diventano anche curatori. Certo, ciò che si vede alle pareti e per terra non può essere la visione dell’amicizia, difficilmente rappresentabile. L’amicizia è tanto vicina all’amore nel suo affetto ma non lo è nelle sue manifestazioni, è tanto interiorizzata nella sua espressione, tanto discreta da non alterare le espressioni, sì che non rientra nelle categorie elencate dalle varie fisiognomiche, è invero tanto realizzata nella durata da attraversare le varie età della vita e delle loro manifestazioni, e tanto evidente quando viene a mancare. Ma tutto ciò è difficilmente rappresentabile. Nelle arti visive è curiosamente più facile visualizzarla nel suo opposto tanto temuto e così ben codificato nella pittura, il tradimento. Se è l’amicizia stessa al centro di questa mostra, la sua presenza è dunque da leggere sotto traccia, da cogliere con la coda dell’occhio quando da un’immagine si passa alla successiva, seguendo come segugi la scia di forme e di colori che, mentre evapora nello spazio da un’opera all’altra, dalla precedente risuona nella successiva, disegnando in questo modo una mappa segreta delle relazioni. Come dice Lucrezio della natura stessa dell’immagine, una natura tenue che si manifesta subitamente e subitamente se ne va, anche l’amicizia per immagini ha una natura tenue: appare con un battito fremente e leggero e si manifesta effimera ed insolita come mostrano la loro bellezza le ali di una farfalla quando si posa un istante per alzarsi in volo l’attimo successivo. Insomma, questa mostra nasce così, dal desiderio di riunire coppie di amici, artisti e curatori nella sfida di voler rendere manifesta la corrente affettuosa che scorre dagli uni agli altri. Per questo è volutamente costruita in un gioco di richiami, come un labirinto di complicità che rimbalzano da una parete all’altra, da una stanza alla successiva. Antonio Biasiucci e Oreste Zevola da un lato, complice il teatro che negli anni settanta e ottanta a Napoli era eccellente, Francesco Radino e Helmut Dirnaichner dall’altro, uniti dall’amore per le terre salentine, sono gli amici che due a due presentano le loro opere. Si conoscono da tempo, da quando erano tutti giovani uomini alla ricerca di un’espressione artistica compiuta, tutti ancora alle soglie della celebrità che li avrebbe colti, tutti, in cammino e portati oggi qui in piena maturità artistica. Eppure, malgrado il riconoscimento che poco tempo dopo li avrebbe additati tra i più interessanti della loro generazione, non si sono dimenticati gli uni degli altri, non si sono odiati l’uno l’altro per il successo decretato all’uno e che magari per l’altro non era ancora arrivato. Sono transitati su strade difficili, hanno vissuto momenti a volte molto dolorosi, hanno avuto e hanno vite disseminate da avversità quanto da sprazzi di felicità. Amicizie messe alla prova, duramente, eppure amicizie che si sono nutrite soprattutto del confronto sul lavoro. Hanno scambiato l’un l’altro pareri, hanno chiesto conforto e collaborazione, hanno esposto le loro critiche e formulato domande di aiuto: sono amicizie che si sono rafforzate nel tempo e oggi sono solide quanto le loro opere. In mostra una ampia selezione delle opere, molte inedite, dei quattro artisti: sculture, libri, ceramiche e fotografie a colori e in bianco e nero.
DANIELE PAPULI
| SCULTOGRAFIA
Quando qualcuno mi chiede perchè la carta, di colpo mi sento fragile come la pagina leggera di un libro e nello stesso momento forte come un libro di mille pagine sfogliato nei secoli da centinaia di mani. Tralasciando la forza della parola impressa sulla pagina, per me la carta è materia viva vibrante mutevole. “Scultografia” è la mia indagine ancora aperta dentro e intorno La carta. E’ un insieme di azioni eseguite con strumenti che poco appartengono allo scultore, forbici e lame. Da cinquecento fogli di carta bianca leggera ad esempio si ottengono sedicimila e cinquecento strisce. A me non resta altro che toccarle, muoverle, disporle una accanto all’altra, costruire un volume a volte compatto e composito a volte esteso e fluttuante. La carta ora rivela dall’interno segni disegni e visioni. Quando poi in una metamorfosi del tutto naturale risale alla materia madre all’albero, questo mi fa sentire ancora più forte e grato.
WIK
| DISEGNARE SEMPRE, DISEGNARE TUTTO
CARLO PITERA’
| L’ETEREO CHE DIVENTA MATERIA
In occasione della Settima edizione del Festival dell’Omeopatia e delle Scienze Umane, che si svolge a Piacenza, la galleria Biffi Arte ne ospita la sezione artistica. Dopo l’Acqua |2010, il Fuoco |2011, la Terra |2012, l’Aria| 2013 delle passate edizioni per l’ OmeoFest 2014 il tema sarà la Quintessenza.
L’etereo che diventa materia: i 22 arcani maggiori di Carlo Piterà
“Un anno di lavoro ostinato, meticoloso, continuo, fatto di momenti di profondo sconforto che avrebbero minato irrimediabilmente anche la volontà più ferrea. Invece il risultato di tanta determinazione è davanti ai nostri occhi: settantotto tavole pittoriche di grande formato (100 x 175 centimetri ognuna) in cui Carlo Piterà ha dipinto la completa serie dei Tarocchi – 22 Arcani Maggiori e i 56 Arcani Minori – con la consueta vena surreale e simbolica che ne connota da sempre la cifra pittorica.” Carlo Francou
Nello spazio dell’Antico Nevaio della Galleria si confrontano sul tema della Quintessenza, i fotografi del Gruppo Idea Immagine, nato a Piacenza nel 1995 grazie ad alcuni amici che, dopo lunghe esperienze di partecipazione in ambito nazionale e internazionale, decidono di produrre fotografia non più solo come momento fine a se stesso o per la sola partecipazione a concorsi fotografici, ma per crescere in una ricerca personale in collaborazione con altri facendo cultura fotografica.
DANIELE INNAMORATO
| ACCARTOCCIATI – CRUMPLED UP
Già nel 1992 Daniele Innamorato ha sperimentato in camera oscura usando e dosando la luce come fosse colore sulla tavolozza. Una passione istintiva per quella che appare materia impalpabile, e pur capace di creare immagini solide.
Quei primi lavori, lasciati lì in un cassetto della memoria, sono riaffiorati a distanza di 20 anni in modo quasi inconsapevole.
E oggi, Innamorato presenta una ricerca emozionante e approfondita sulla percezione visiva. Sulla luce. Sui giochi d’ombre che creano una profondità illusoria. Su una superficie che si dimostra piatta prendono vita figure tridimensionali, come fossero vette di montagne innevate.
MARIO BACCIOCCHI
| IMAGINES
GIULIA FEDERICO
| LA VOCE DEL SILENZIO
Dilatare la forma per dilatare il tempo, entrare a poco a poco in un quadro come si fa con un bosco o il quartiere sconosciuto di una città, farne parte e scoprire ogni volta un diverso particolare, quasi che il disegno possa esprimere stati d’animo e umori. Si cammina, nelle grandi carte di Giulia Federico, si percorrono strade e campi immaginari, si affrontano pendii e burroni, forre e stretti sentieri, sembra quasi di affondare i ramponi nella ruvida buccia del melone, e quei semi “in vetta” sono sassi a indicare una traccia che arriva fin nel profondo del nostro sentire. Disegnare è per l’artista milanese il modo di piegare il tempo al suo corso di pensieri, perché le ore trascorse davanti al foglio bianco sono in realtà una meditazione nel proprio io, il sistema per arrivare all’intimità delle cose, alla loro conoscenza “spirituale”. Così le sue nature morte, con la loro “vita ferma”, cristallizzata, diventano paesaggi della mente, luoghi da indagare e descrivere con la curiosità dell’esploratore, passo dopo passo, segno dopo segno, sfumatura dopo sfumatura. I chicchi d’uva sembrano avere vene in rilievo, come quelle delle mani di un artefice che scava nella terra, il guscio della noce è il coperchio della saggezza, contenuta nel gheriglio come nelle anse del nostro cervello. Ed è interessante scoprire come Giulia Federico ami queste volute di silenzio, il “ruit hora” che sovrintende la fuga dei minuti e dei giorni, la contemplazione dei neri e dei grigi che animano il bianco setoso del cartoncino Schoeller miniato dalla punta della sua matita. Lei che discorre spesso con i suoni, da arpista e buona ascoltatrice, esprime se stessa nella muta realtà del ricreare un mondo di giganti vegetali, sintetizzando mesi di lavoro in “sinfonie” da udire con gli occhi anziché con gli orecchi, ma alle quali ognuno di noi può destinare una musica, un canto sospeso. La “lente” che Giulia adopera per farci parte dei segreti di frutta e verdura, spogliandole del loro significato gastronomico e presentandole come soggetti anatomici, corpi da osservare con cura, viscere apparecchiate con sottile ironia: l’artista ci avverte che ciò che mangiamo è assai diverso dall’immagine dell’uva del melograno o del melone composta nel nostro cervello da secoli, quella di un cibo amorfo, senza consistenza di vita, da consumare o gettare in pattumiera. «Si dipinge con il sentimento», sosteneva Jean Siméon Chardin, colui che fece scattare il meccanismo dell’arte nella studentessa di Brera Giulia Federico, l’autore di inarrivabili nature morte, della stessa semplicità indagatrice di una pagina proustiana, piene di mistero e pure così vive, perché pervase dal carattere della persona che sta per sorbire il caffè fumante nella tazza o per addentare una delle albicocche sciroppate chiuse nel barattolo. Così, ammirando un disegno della Federico, superato lo stupore per il virtuosismo tecnico e quello per le proporzioni alterate di un acino o di un picciolo, si passa alla riflessione, all’ammirazione per quanto la Natura riesce a costruire con mezzi cristallizzati nel tempo, e alla considerazione di come sia sufficiente mutare il punto di vista per inventare nuovi universi, dar loro forma e vita e riempirli di sogni. Quello di Giulia è di dedicare l’esistenza all’arte, alle infinite possibilità che offre un pezzetto di grafite, perché il disegno è padre della pittura e della scultura e va praticato ogni giorno, come il pianista fa con gli esercizi tecnici e il monaco con la preghiera. Nei mesi trascorsi davanti al foglio, in un infinito esercizio di pazienza e di autocontrollo, l’artista lavora per noi, ci prende per mano, guidandoci nelle meraviglie nascoste di un dono naturale, strizzando l’occhio allo scorrere del tempo e ritornando a consonare con un ritmo più antico, lontano dal vorticare della vuota modernità. Un ritmo simile a quello del respiro, vitale e sonoro, in cui la luce gioca in contrappunto, esaltando curve e fessure, regalando dettaglio nel dettaglio, insegnandoci – di nuovo – a vedere da vicino. Perciò dobbiamo dire grazie a questa giovane disegnatrice, per averci riportato a un tempo altro, alla nobiltà dell’artigianato pittorico, allo studio e alla calma, al paradosso di un’introspezione mediata dall’ingigantirsi delle forme, alla sonorità di lunghi e maturati silenzi.
Mario Chiodetti
RICCARDO BAGNOLI – FEDERICA PERAZZOLI
| LAND[E]SCAPE
Marc Chagall, il pittore-poeta, ha detto: “Tutto il nostro mondo interiore è realtà, forse anche più reale del mondo apparente”. Il mondo interiore di Riccardo Bagnoli e Federica Perazzoli è manifestato nel dialogo costante tra uomo e natura. Tra reale e irreale. Ed è in questa catarsi continua che sta la chiave di volta che regge l’architettura estetica di questi due artisti. Che si tratti del paesaggio malinconico, sospeso, della pittura di Federica Perazzoli, o delle montagne infinite e poetiche delle fotografie di Riccardo Bagnoli, ciò che conta davvero è quel momento inatteso che porta con sé cambiamento, paura, speranza. Ma anche abbandono. E così l’abbandono diventa senso di libertà e di affidamento. Verso la natura che ci contiene, sovrasta, protegge. In ogni paesaggio un’eco lontana di un mondo ancora tutto da trovare, da cui rifuggire, ma che inevitabilmente attrae chi l’osserva. L’abbandono è anche il vuoto, quella solitudine che si trasforma in ricerca, in una stanza senza pareti, fatta solo di alberi e cielo. Dove il silenzio è il custode dell’interiorità, e ci pone sul piano dell’essere. Così Riccardo Bagnoli e Federica Perazzoli ricercano nella natura la culla dei loro pensieri, dove l’arte è condizione necessaria, e imprescindibile, alla vita stessa.
TAMARA FERIOLI – ILARIA MARGUTTI – ROSSELLA ROLI – ERICA CAMPANELLA – ANGELA LOVEDAY – VANIA ELETTRA TAM – ANNA MADIA – ALICE OLIMPIA ATTANASIO – VANIA COMORETTI – MARINA CALAMAI
| L’INTERIORITÀ, LO SGUARDO DENTRO
Biffi Arte racconta in tre mostre le voci più nuove e originali dell’arte italiana al femminile.
Al di là degli stereotipi di genere, Biffi Arte presenta una rassegna di mostre tutta al femminile, per parlare di donne attraverso le voci delle donne. Trenta artiste dell’ultimissima generazione raccontano, con linguaggi diversissimi, questa metà del cielo. Spesso ironiche, talvolta dure, a tratti malinconiche e mai leziose, queste donne si guardano dentro e guardano il mondo di oggi per poi reinterpretarlo e farlo storia.
Dal 25 gennaio al 9 marzo va in scena il primo capitolo. L’interiorità, lo sguardo dentro è un catalogo di pensieri intimi, ricordi raccolti qualche volta tra le lacrime, autoritratti, momenti di introspezione e attimi sospesi. Ci sono le ragazze di Tamara Ferioli, corpi sensuali e vulnerabili definiti da un tratto leggero sul fondo bianco, accesi solo dalla fiamma dei capelli (veri, i suoi) che l’artista applica al lavoro; ci sono le donne di Ilaria Margutti, teneri e struggenti autoritratti dell’artista che ricamano il proprio corpo ricucendo cicatrici; c’è Rossella Roli, che attraverso installazioni intrise di passato raccoglie i propri ricordi e le paure per un tempo che verrà. E poi c’è Erica Campanella, che sulla superficie lucente del rame dipinge seriche figure femminili colte in un attimo di malinconica solitudine, o nella preghiera. Se Angela Loveday costruisce scene teatrali, vagamente oniriche, per fotografie dalla tecnica impeccabile da cui la figura femminile esce come una regina splendente e trionfante, Vania Elettra Tam dipinge quadri piccoli come sussurri, tele in cui la quotidianità si trasforma nel sogno di un’evasione che sa di rivincita. E poi c’è Anna Madia, che con il pretesto del ritratto racconta un mondo segreto, evanescente, di malinconie, confidenze e rituali femminili. O Alice Olimpia Attanasio, che con un linguaggio leggero, quasi infantile, trasforma in favole temi forti e duri come la malattia. E se Vania Comoretti, con i suoi pastelli e le sue chine – precisi come bisturi – crea ritratti profondi, senza sconti, in cui l’anima femminile appare scritta sulla pelle, Marina Calamai racconta le dolci consolazioni, le abbuffate piene di sensi di colpa per curare una pena d’amore. Le sue tele sagomate parlano di pasticcini e torte dalla glassa colante, di freschi sorbetti e gelati che si struggono lentamente. E poi ci sono i gioielli, da mangiare con gli occhi, e le installazioni interattive, profumate e accoglienti come un utero ritrovato.
Lo sguardo sul mondo sarà il tema della seconda mostra in programma. Attraverso pittura, scultura e fotografia dieci artiste italiane racconteranno il mondo intimo della casa e i suoi spazi, accoglienti o claustrofobici, sicuri o pieni di incertezze. Racconteranno la folla delle ore di punta, l’amore per la natura e la passione per i piccoli oggetti che danno senso alla quotidianità. L’ultimo appuntamento, infine, riguarderà Gli spazi del sogno. Desideri segreti e sogni mai confessati, fantasie e aspirazioni daranno vita a una mostra onirica, suggestiva e a tratti inquietante.
MICHELE BONUOMO
| IL PIACERE DELL’OCCHIO
MARCELLO AVERSA
| UN LUNGO VIAGGIO
Un lungo viaggio Dalla creazione dell’uomo all’uomo che crea con la terra Le crete di Marcello Aversa tra i tappeti della collezione Armani – Binecchio 14 dicembre 2013| 19 gennaio 2014 Vi è un livello raggiunto il quale l’artigianato diviene inequivocabilmente arte. I presepi e le scene sacre modellati in creta da Marcello Aversa con una perizia pari solo all’amore che egli porta per l’antica tradizione plastica italiana sono opere d’arte che hanno fra l’altro il pregio di conservare una freschezza d’ispirazione tutta popolare. Di dimensioni a volte piccolissime, esse catturano lo sguardo dello spettatore e spesso lo commuovono con il minuzioso, variato popolo delle loro figure rifinite, se necessario, con uno spillo; perché quello di Aversa – che vive e lavora in quel di Sorrento – è davvero un mondo miracolosamente sottratto alla fretta e alla solitudine di tanta modernità, e riconsegnato ad una sorta di socievole armonia tra individuo e creato, tra lavoro e piacere. Biffi Arte ha voluto che lavori così affascinanti fossero collocati entro una cornice altrettanto emozionante, e ha perciò scelto di impreziosire per l’occasione la Galleria con alcuni antichi tappeti di grande rarità e bellezza, appartenenti alla collezione di Achille Armani e Alberto Binecchio. Una mostra idonea, per la sua calda atmosfera, alle feste natalizie, ma che travalica i limiti consueti delle esposizioni di presepi con la sua ricchezza scenografica e la sua celebrazione di un talento artigianale altissimo.
Un lungo viaggio Le crete di Marcello Aversa
Sorrento, Chiesa S. Maria della Pietà, 09 dicembre | 11 gennaio
Piacenza, Biffi Arte, 14 dicembre | 19 gennaio INAUGURAZIONE 14 DICEMBRE ORE 18
Penna in Teverina, Ex magazzini di Palazzo Orsini, 22 dicembre | 19 gennaio
ALESSANDRO MORETTI
| SALUTI DAL MORETTI
Nato a Biella nel 1870, Alessandro Moretti visse un’infanzia miserrima, ma giovinetto, trasferitosi con la madre a Piacenza, fu preso a benvolere da personaggi importanti della città per il suo talento di modellatore. Ciò gli permise di spiccare il grande salto verso una carriera internazionale più che onorevole, che lo vide, negli ultimi decenni della sua lunga vita, risiedere a Stoccolma, beneficiando, infine, di una pensione concessagli dal Re di Svezia. Il recupero della sua corrispondenza con un ammiratore piacentino ci ha permesso di mettere in mostra numerose immagini dell’artista, delle sue opere, del suo ambiente di vita e di lavoro. Riportando alla luce, con scienza e tenerezza, la levità e la vitalità di un talento non comune, che lo fece definire, dalla stampa dell’epoca, ritrattista di Principi e Re.
Från sin lägenhet på Hälsingegatan 12 vinkar Alessandro Moretti åt fotografen och – genom tiden – också åt oss, barn av vår tid men ändå nyfikna på hans personlighet, hans talang och hans konstnärliga nomadliv. Avskild från 1900-talets avantgardisters intellektuella miljö, följde Moretti hela livet 1700-talets uppfattning om bildhuggarkonsten.
Moretti föddes 1870 i Biella, i Italien. Efter en fattig barndom flyttade han med sin mor till Piacenza, där hans talang uppväckte framstående personers uppmärksamhet, vilket var början på en högaktad internationell karriär. Under hans långa livs sista årtionden bodde Moretti i Stockholm, där han beviljades en pension av Kungen.
Tack vare återfunna brev till och från en beundrare från Piacenza är det möjligt att avslöja många detaljer av hans personlighet, hans verk och hans bo- och arbetsmiljö, hans livskraft och hans ovanliga talang, som ledde fram till att hans kallades för “Prinsarnar och Kungarnas porträttör” av hans tids press.
ENRICO CATTANEO
| NATURE MORTE ARTE VIVA
Noto come il fotografo dei pittori per avere immortalato i più grandi artisti del secondo Novecento nei loro studi, al lavoro e alle inaugurazioni delle loro mostre, Enrico Cattaneo è non solo il testimone delle vicende artistiche dell’ultimo mezzo secolo, ma soprattutto uno straordinario fotografo a tutto tondo, tra i più grandi nel panorama contemporaneo. Biffi Arte è orgogliosa di proporre un’esibizione — curata da Michele Tavola — in cui una notevole selezione dei lavori più importanti di Cattaneo sono messi a confronto con i pittori che egli ha maggiormente amato e con i quali, a volte dichiaratamente a volte inconsciamente, la sua opera dialoga.
Insieme a tre serie storiche del fotografo milanese, verranno esposti dipinti di Gianfranco Ferroni, uno dei più significativi rappresentanti del Realismo Esistenziale, e incisioni di Giorgio Morandi —indubbiamente uno dei più grandi artisti del XX secolo — e di Jim Dine, storico esponente della pop art americana. In tutto circa sessanta opere tra fotografie, incisioni e dipinti, che mostrano le infinite possibilità espressive di un genere antico come quello della natura morta. Un genere che, ancora oggi, mostra sorprendenti e inattesi esiti formali ed estetici.
Ferroni ha dichiarato: La natura morta mi interessa poco, anche se la uso spesso come titolo, quando non ne so trovare altri. Quello che lui e gli altri artisti esposti a Biffi Arte sanno fare, è trovare nuovi significati di oggetti solo apparentemente banali e nuovi modi di rappresentarli.
Cattaneo, con graffiante ironia e con originalità surreale, reinterpreta il lavoro dei suoi maestri ideali. Del resto guardare e riguardare è il segreto del gioco: del grande gioco che chiamiamo arte, ma anche del piccolo gioco di specchi messo in scena nell’esposizione a Biffi Arte. Guardare, Enrico Cattaneo, lo ha fatto per una vita intera attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica. Riguardare, nel senso di rileggere, lo ha fatto talvolta in maniera spontanea e inconscia, come tutti gli artisti, talvolta di proposito e ostentando la fonte.
A cura di Michele Tavola
SECONDO TIZZONI
| IL RAGAZZO CON GLI OCCHI BASSI
Felice protagonista per più di mezzo secolo del panorama artistico piacentino, Secondo Tizzoni (Piacenza, 1916 – 2001), accanto al cimento del formato monumentale (Il Pugile, Techné, la retorica bellica, le commissioni ecclesiastiche e quelle funerarie, insomma le opere per la città, che tutti conosciamo) esprime con toccante tenerezza un sentire intimista nella bella produzione di plastiche di piccolo formato: bronzetti, scagliole e terrecotte. Con perizia fabrile felicemente fecondata da cultura e affettuosa ispirazione, Tizzoni crea un repertorio inatteso di teste, testine, putti, fanciulle e fanciulli, onorando, proprio soprattutto nel dialogo con il volto e con il corpo umano, quella preziosa tradizione di scultura di figura che l’arte italiana ospita più di ogni altra e che Biffi Arte celebra sotto le suggestive volte del suo Antico nevaio con una mostra raccolta e raffinata. Una mostra che certamente indurrà a riavvicinarsi all’opera di questo scultore non effimero del nostro Novecento da una nuova, meno rigida visuale.
LEDA CALZA – ELISA MOLINARI
| LIBRI DI ARTISTI
Libri di artisti, un unico tema per una doppia esposizione.
Interamente curate da Leda Calza e da Elisa Molinari su progetto espositivo dell’Arch. Carlo Scagnelli, le due mostre, saranno visitabili dal 05 Ottobre al 03 Novembre nei saloni e nell’antico nevaio della galleria.
Libro d’artista, libro oggetto, libro d’arte, libro di lusso, diversi nomi per una definizione fluida che non può essere considerata una categoria di riferimento assoluta. In senso più restrittivo, il libro d’artista è quel volume concepito idealmente e materialmente dal solo artista che ne decide il concept e la realizzazione intervenendo su di esso come una vera e propria opera d’arte; volendo ricorrere a una terminologia più precisa parleremo di tirature limitate anche in un solo esemplare.
La mostra alla Galleria Biffi arte, nella sua dicotomia espositiva presenta, nello spazio sotterraneo dell’antico nevaio un excursus cronologico dei libri d’artista che copre l’arco del Novecento, con esemplari del 1926 di Frank Kupka, Natalia Goncharova, Marcel Duchamp, proseguendo negli anni ’30 fino agli anni 2010 con autori quali Pablo Picasso, Man Ray, Sonia Delaunay, Piero Manzoni, Alighiero Boetti, Emilio Villa, Eduardo Chillida, Mimmo Pladino, Emilio Isgrò, Antonio Calderara, Lucio Fontana, Gianni Colombo, Joe Tilson, Vincenzo Agnetti, Janis Kounellis, Andy Warhol, Fausto Melotti, Bruno Munari, Bruce Nauman, Dennis Oppenheim, Herma De Vries, Elisabetta Benassi, Gerard Richter, Sol LeWitt, Hiroshi Sugimoto, Gino De Dominicis, Matthew Barney, Erik Van Der Weijde, Sigmar Polke.
Nelle sale al pian terreno della galleria le quattro personali di Enrico Della Torre, Alina Kalcczynska, Sandro Martini e Walter Valentini con le loro creazioni, per un’esposizione che vuole rendere omaggio a questa duratura espressione artistica.
Nell’era dei tablet e degli e-book con i quali conviviamo, il libro, in generale inteso come forma di archiviazione e nello specifico il libro d’artista, procede parallelamente e rimane come espressione artistica, ma soprattutto come luogo di cultura, ricerca, dialogo e sinergia tra artisti e scrittori, spesso andando oltre la forma stessa del libro e della sua funzione, diventando anche oggetto di collezione. Come scrive Elio Grazioli in La collezione come forma d’arte, collezionare significa aver cura non solo delle cose e del proprio mondo, ma per così dire del mondo e delle cose stessi.
PAOLO CERIATI
| …ERA SOLO UN PEZZO DI LEGNO
EVENTO SPECIALE
Paolo Ceriati è uno scultore per impulso naturale, che ha nel sangue il senso dell’intagliare e la capacità di tirare fuori forme dal legno. Le sue dita muovono con smania, sgorbie e scalpelli fino a quando il pezzo di legno trasformato nelle più svariate forme diventa quello che le sue mani quasi da sole fanno: è una gioia vedere quel tronco lasciatogli sull’uscio di casa da qualche amico, prendere poco a poco vita.
ARMANDO RIVA
| LA FORZA NELLA MANO DELL’UOMO
“Caro Armando vai avanti! La ripresa della vitalità, dell’autonomia, e, perché no, del successo del mondo dell’arte dipende dal perdurare e dal moltiplicarsi di esperimenti come il tuo”.
Con queste parole il noto critico d’arte e conduttore televisivo Philippe Daverio esalta la forza espressiva e comunicativa dello scultore Armando Riva
MUSEO PER LA FOTOGRAFIA E LE ARTI VISIVE DI PIACENZA
| LE GEORGICHE
L’universo agricolo della prima metà del Novecento, nel suo sofferto trapasso da consuetudini millenarie alla meccanizzazione, visto attraverso fotografie documentarie o artistiche, senza cercare a tutti i costi la poesia ma spesso trovandola nella verità delle fatiche e dei cieli.
BRUNO DEL PAPA
| UN’ITALIA SERENA
Siamo orgogliosi de essere i primi ad effettuare un carotaggio dell’Archivio Bruno Del Papa, che attende ancora una sistemazione scientifica ed un esatto computo dei generi e delle quantità, oltre che una verifica dello stato di conservazione di tutto il materiale. E senza pretendere di dare di esso un esempio non solo esaustivo, ma anche solo soddisfacente, siamo felici di presentare un assaggio del primissimo strato di quanto è stato conservato; di fotografie risalenti appunto ai primi Anni Cinquanta, ai tempi del settimo governo De Gasperi.
GAETANO ORAZIO
| QUADRI DA UN’ ESPOSIZIONE
Come nelle quadrerie seicentesche, i dipinti rivestono le pareti fino al soffitto. I quadri sono disposti senza seguire criteri cronologici accostati secondo le loro dimensioni ed i loro effetti cromatici.
Gaetano Orazio è un artista non facilmente classificabile. E’ pittore, abile disegnatore, scrittore, poeta, incisore, regista. Per raccontare chi è l’artista Gaetano Orazio non basta osservare i suoi dipinti, analizzarne i soggetti e le tecniche o leggere le sue poesie; è necessario conoscerlo e condividere con lui parte del nostro tempo.
Gaetano è il pittore che dà vita a potenti immagini nello stato del dormiveglia; Gaetano è il pittore del tempo profondo; Gaetano è il pittore dei quattro elementi, della terra, dell’acqua, dell’aria e del fuoco; Gaetano è il pittore – poeta innamorato dell’aurora. La poliedrica realtà che lo circonda, la Natura, l’incontro con l’altro da sé, lo scambio umano sono continuamente stimolo per dipingere e scrivere poesie: Mi sento realizzato solo se dipingo, dialogo e frequento altro da me, tutto è poesia se diventiamo ciò che già siamo.
Nell’ occasione della mostra viene presentato il poemetto SGOMENTO ALL’AURORA, un libero fluttuare di versi che icasticamente si traducono in immagini talmente nitide e vivide che, davanti ai nostri occhi, mentre leggiamo, prendono forma i fili d’erba, le chiocciole, la pioggia e, allo stesso tempo, ne percepiamo il rumore, la consistenza grazie ad una strana forza evocativa dall’effetto sinestetico che coinvolge tutti i nostri sensi. Gaetano vuole condividere la scoperta delle primissime luci del giorno – quelle tra il lilla e il lavanda -, l’immersione in mezzo ai pesci del lago a cui porta briciole di pane, l’umidità in cima al monte dove sale per toccare le nuvole (“Chi guardando le nuvole non desidera toccarle?”), e lo fa dipingendo e scrivendo: i soggetti che catturano il suo sguardo e le sue mani sono gli stessi. Gaetano annulla la distanza tra sé e l’altro: le sue tele, i suoi pezzi di legno bruciati, i suoi disegni, così come le sue poesie, si offrono al “pubblico” come vive ed efficaci visioni.
ERMINIO ED EUGENIO MANZOTTI – GIANNI CROCE
| QUADRI DA UN MONDO PERDUTO
Gli uomini – e i loro sguardi – sono più importanti delle opere d’arte alle quali questi sguardi sono rivolti.
Mal fotografati, appoggiati in fretta al primo supporto che li sostenesse, liberati dal dogma geometrico dell’angolo retto, i quadri eternati in queste antiche immagini scelte nei Fondi Manzotti e Croce del Museo per la fotografia e la comunicazione visiva di Piacenza cessano di essere quegli assoluti estetici che siamo soliti trovare nei cataloghi, e divengono pretesti per pensare a coloro che li tolsero dai muri, che li portarono in un cortile o in un corridoio, che stettero a guardare con curiosità ed ironia il fotografo, là a trafficare dietro il suo apparecchio nato per fermare il tempo.
CHIARA BRIGANTI, MICHELLE JARVIS, BRIGITTA ROSSETTI
| TO MAKE A PRAIRIE…
To make a prairie… è occasione per rendere omaggio a tre percorsi artistici di forte identità, irriducibili a un segno comune ma insieme capaci di evocare, nella loro appassionata ricerca, la nozione di natura, intesa come spazio aperto alla relazione. E infatti nelle opere delle tre artiste, pure così difformi, si svela in controluce la presenza – spesso segreta – di “paesaggi” di volta in volta mentali, poetici, spirituali, onirici, naturalistici. Spazi con cui è possibile dialogare, o meglio spazi disponibili all’interrogazione. Al rischio e alla suggestione propri di ogni vero incontro.
Pretesto poetico, il prato evocato dai versi di Emily Dickinson accoglie con gentilezza le cifre peculiari delle tre artiste: un poco di trifoglio per i tracciati
naturali di Michelle Jarvis, un’ape per l’operosità ispirata di Brigitta Rossetti, un sogno per le mises en scène oniriche di Chiara Briganti.
To make a prairie it takes a clover and one bee,
And revery.
The revery alone will do
If bees are few.
Emily Dickinson
Un poco di trifoglio, un’ape e il sogno.
Non occorre di più per fare un prato.
Il sogno può bastare,
se le api sono poche.
ELISABETTA CASELLA, LINO BUDANO, GRUPPO FOTOGRAFICO IDEA-IMMAGINE
| ARIA
In occasione della sesta edizione del Festival dell’Omeopatia e delle Scienze Umane, che si svolge a Piacenza, la galleria BiffiArte ne ospita la sezione artistica.
Dopo l’Acqua |2010, il Fuoco |2011, la Terra |2012, delle passate edizioni per l’ OmeoFest 2013 l’ultimo elemento da esplorare artisticamente è l’Aria.
Gli artisti invitati si confrontano su questo tema, attraverso diversi mezzi espressivi: pittura, scultura, video, installazioni e fotografia.
Fedeli alla loro natura di sensori sismici, Lino Budano e Elisabetta Casella registrano il vuoto d’aria del caos attuale, restando aperti ai mutamenti genetici che sciolgono l’intera realtà su ogni piano: avvertendo in anticipo il sisma, ormai dichiaratamente in corso, che, anziché spingere l’aria a sradicare tutto ciò che incontra sul suo cammino, la risucchia attraendo sulla scena quanto è ancora ignoto, nascosto, inesplorato.
Nello spazio dell’Antico Nevaio della Galleria si confrontano sul tema dell’Aria, i fotografi del Gruppo Fotografico Idea Immagine, www.ideaimmagine.org, nato a Piacenza nel 1995 grazie ad alcuni amici che, dopo lunghe esperienze di partecipazione in ambito nazionale e internazionale, decidono di produrre fotografia non più solo come momento fine a se stesso o per la sola partecipazione a concorsi fotografici, ma per crescere in una ricerca personale in collaborazione con altri facendo cultura fotografica.
GIUSEPPE CORRADO – CAMILIAN DEMETRESCU – GRAZIANO GREGORI – ALI HASSOUN – LENA LIV – ENRICO PULSONI
| SACRIFICIO E SILENZIO
La Galleria Biffi Arte di Piacenza, giovedì 14 marzo 2013 alle ore 18.00
inaugura la mostra, Sacrifico e Silenzio, curata da Carlo Pulsoni e Carlo Scagnelli: nel periodo che precede la Pasqua artisti di varie nazionalità, culture e religioni, ma anche atei convinti riflettono sul significato del sacrificio quando esso si accompagna al silenzio, sia esso desiderato oppure imposto. La mostra chiuderà Domenica 7 Aprile 2013
In occasione della mostra verrà presentato il volume: Sacrificio e Silenzio – Aguaplano Editore – che raccoglie scritti inediti di: Barbara Alberti, Laura Auteri, Mario Baudino, Sergio Belardinelli, Corrado Bologna, Giovanni Borriero, Paolo Branca, Andrea Celli, Luigi Cimmino, Norberto Civardi, Gabriella De Marco, Pablo d’Ors, Calogero Germanà, Tamar Herzig, Giacoma Limentani, Angela Madesani, Mariangela Miotti, Patrik Ourednik, Daniele Piccini, Carlo Pulsoni, Domenico Ribatti, Sayuri Okamoto, Jakob Shalmaneser, Sr. Monica Benedetta Umiker
Il foglio bianco di word che si apre sul monitor quando si decide di scrivere qualcosa è, a mio avviso, l’immagine che più illustra il silenzio, forse perché nessuno vi riconosce ancora un fallimento…
Per quanto possa sembrare strano, nessuno associa in modo convinto il silenzio a un immagine ma proprio all’esatto contrario: l’assenza di essa. Questa è la logica conseguenza del vivere nella società dell’apparire dove ogni cosa è proposta come se fosse un’icona, un simbolo.
L’idea di questa mostra è nata nell’autunno del 2012, e, come tutte le cose che poi si rivelano complicatissime, doveva essere poco più di una passeggiata. L’idea iniziale era molto semplice: in occasione della Pasqua 2013 la Galleria che dirigo propone un’esposizione convinta e curata della celebrazione della Pasqua con vari artisti di diversa estrazione culturale e religiosa: cristiana, ebrea, ortodossa, islamica, ma anche atei convinti. Al timone di questa arca culturale un teologo che, in veste di curatore, avrebbe tenuto la barra ben diritta.
Illustrai il mio progetto all’amico Carlo Pulsoni in una lunga ed entusiastica telefonata. Credevo di aver ben chiaro l’obbiettivo del progetto, ma nel corso della conversazione quell’idea iniziale si è a poco a poco trasformata in qualcosa di diverso. Che cosa meravigliosa è la vita se sei disposto a mettere in discussione tutte le tue certezze e ad abbracciare qualcosa di nuovo!
Così è nata questa mostra, per me preziosa e di grande forza visiva, alla quale sono stati invitati ad esporre sei artisti:
Giuseppe Corrado, Camilian Demetrescu, Graziano Gregori, Ali Hassoun, Lena Liv, Enrico, Pulsoni
Il percorso si apre con un oggetto di grande fascino, la riproduzione in grandezza naturale della Sindone realizzata da Barrie Schwortz, colui che è stato il fotografo ufficiale della Shroud of Turin Research Project (STURP), il team che ha condotto il primo approfondito esame scientifico della Sindone nel 1978.
L’Ottagono è l’immagine scelta come simbolo della mostra perché si tratta di uno dei principali simboli esoterici non solo dell’arte ma anche della tradizione cristiana ed islamica: una figura geometrica che allude alla resurrezione, alla rinascita.
Carlo Scagnelli
ALICE ZANIN
| VERBA VOLANT
Alice Zanin presenta in contemporanea presso Biffi Arte a Piacenza e Libreria Bocca in galleria Vittorio Emanuele a Milano, la serie di sculture “Verba Volant”.
“Verba volant scripta…” è una serie di sculture incentrata sulla rivisitazione in chiave ironica del detto latino “Verba volant scripta manent”. Gli scritti sì restano a formare fisicamente il corpo dell’opera, ma in una condizione di totale espropriazione di significato, per assumere sembianze animali (soggetto privo di parola per antonomasia) ed impiegarsi in qualche attività ad essi impropria.Riportando i titoli delle composizioni alla sfera semantica originaria della parola, cioè quella umana, si potrà osservare come parole volanti, indecise, nitrite o addormentate siano in realtà universalmente presenti nella quotidianità dell’individuo, a partire dalle informazioni percepite attraverso i media, per arrivare alle conversazioni con un ipotetico prossimo, finanche alle riflessioni che l’individuo porta in analisi a sé stesso. Allo stesso modo accade di disattendere alle scritture, siano esse di qualsiasi tipo, dai contratti alle lettere d’amore… “le parole volano, gli scritti fuggono”.
PIERO PORTALUPPI
| CATTEDRALE DI LUCE
Il genio fotografico di Piero Portaluppi visto attraverso l’arte fotografica dei Fratelli Manzotti
A 125 anni dalla nascita (Milano, 19 marzo 1888) Biffi Arte celebra con Cattedrale di luce uno dei più grandi architetti del Novecento, Piero Portaluppi, esponendo una rara documentazione fotografica della realizzazione di uno dei suoi progetti più affascinanti: la Centrale Elettrica Emilia di Piacenza, inaugurata nel 1929.
Portaluppi è stato tra i protagonisti di quella che unanimemente viene considerata una stagione aurea dell’architettura italiana: quella che accompagnò l’esperimento totalitario della Nazione, un esperimento che vide una netta compressione delle libertà individuali e un’espansione vistosissima dei poteri, delle prerogative e dello stesso contenuto emotivo dello Stato. Tale espansione si avvalse, per divenire chiaramente e mitograficamente visibile alla comunità, del talento degli architetti migliori, coinvolti in innumerevoli opere pubbliche, tra le quali possiamo annoverare, da una distanza che permette ormai obiettività storica, non pochi capolavori. Coinvolti, va ricordato, non in un canone rigido e conformistico, ma all’interno di una feconda polemica tra fautori del più terso razionalismo e difensori dell’immenso lascito stilistico della tradizione occidentale.
Portaluppi vince nel 1926 il concorso per il Piano Regolatore di Milano: tra i più eclatanti frutti della sua attività nella capitale lombarda citeremo il Palazzo INA e l’Arengario, quest’ultimo in collaborazione con Griffini, Magistretti e Muzio.
Architetto portato all’ironia e allo scetticismo, estremamente abile nell’intuire i desideri dell’alta borghesia del suo tempo, appagandone il gusto per la decorazione ma al contempo raffrenandolo entro la propria cifra elegante e sincretistica, Portaluppi rivive per così dire diaristicamente, senza alcuna enfasi semplificatrice, in queste fotografie scattate da Erminio ed Eugenio Manzotti lungo l’intera, complessa traiettoria che va dallo scavo delle fondazioni al compimento delle facciate.
Un’occasione ghiotta, Cattedrale di luce, per percepire l’architettura nel suo divenire calda, imprecisa, vulnerabile realtà, fuori di ogni astrazione didascalica.
MARINELLA PIRELLI
| METEORE
Un’artista che non rinunciò mai a sperimentare, Marinella Pirelli, celebrata attraverso le sue enigmatiche macchine luminescenti e i suoi raffinati lavori su carta. Giovedì 17 gennaio 2013 alle ore 17,30 presenteremo a Milano, al Teatro dei Filodrammatici, la monografia dell’artista scritta da Roberto Borghi e pubblicata da Mauri 1969 per Biffi Arte.
Sabato 26 gennaio 2013, alle ore 18.00, Biffi Arte inaugura Meteore, una mostra di Marinella Pirelli. Presso la Galleria piacentina verranno esposti disegni, dipinti video e “opere luminose” – le Meteore appunto – che l’artista scomparsa nel 2009 ha realizzato tra gli anni Cinquanta e Settanta. A quattro anni di distanza dall’ultima mostra importante dedicata a Pirelli, ospitata dalla Fondazione Mudima, Meteore, allestita a cura di Roberto Borghi, è un’occasione importante per riavvicinare criticamente un’artista dai molti talenti, da collocarsi con più chiarezza nella storia dell’arte tardo-novecentesca.
Meteore proseguirà sino al 9 marzo 2013.
Meteore è il titolo di una serie di opere “tecnologiche” create da Marinella Pirelli all’inizio degli anni Settanta: dalle superfici trasparenti di grosse scatole, nelle quali una fonte di luce scorre su strati sovrapposti di metacrilato, emergono immagini simili a corpi celesti. L’aggettivo “tecnologico” deve essere necessariamente scritto tra virgolette, perché i dispositivi elettromeccanici con cui sono realizzati questi lavori che hanno al centro una forma luminosa circolare, ma dall’assetto variabile e dalle molteplici opzioni cromatiche, sono davvero semplici, quasi primordiali.
L’utilizzo di strumenti meccanici, così come l’attenzione agli aspetti scientifici della dimensione iconica, ha indotto certa critica ad accostare sbrigativamente le Meteore all’ Optical Art. Tuttavia Marinella Pirelli non possedeva né l’entusiasmo per le tecnologie industriali né la tensione a scandire e dominare i processi percettivi che hanno caratterizzato le ricerche di ambito cinetico e programmato. «Quando si programma, si prevede, si predetermina, si prefigura», scrive Lea Vergine: le Meteore invece esortano ad abbandonare gli schemi visivi predeterminati, a lasciarsi coinvolgere in un dinamismo catartico. Forse il vero punto di contatto con quelle ricerche sta nel tentativo di manifestare ciò che la Vergine, nel catalogo della mostra L’ultima avanguardia. Arte cinetica e programmata, definisce «la seduzione della metafisica». Anche le opere di Marinella Pirelli, come quelle degli artisti optical, «ci ricordano assillantemente una realtà perduta, qualcosa come una vita anteriore al soggetto e alla sua presa di coscienza»: ma per rievocare questa condizione non abdicano alla loro pittoricità, non si assestano in una forma di «pittura senza disposizioni e sensibilità, di pittura senza qualità», com’è quella proposta dalle avanguardie cinetiche.
Le Meteore scaturiscono da un itinerario creativo che ha nella pittura energica, magmatica e radicalmente espressiva praticata da Marinella negli anni Cinquanta il suo principio e il suo costante riferimento. Negli anni Sessanta nascono poi dipinti che, secondo Flaminio Gualdoni, «manifestano il bisogno di definire l’immagine come grumo di colore-luce, come nucleo d’addensamento di una partecipazione emotiva al dato visivo». Questo grumo tende sempre più ad acquisire una forma e una valenza cosmica, si profila come una sorta di rappresentazione dell’origine, dell’essenza dei processi generativi, a sua volta in fieri. Un frammento di appunti inediti di Marinella, databili attorno alla metà degli anni Sessanta, permette di comprendere qual è la consapevolezza da cui scaturiscono le Meteore: «Ricordarsi che è la luce il messaggio captabile – più potente e più mobile – nell’universo».
La mostra presso Biffi Arte ricostruisce il percorso di intuizione e creazione delle Meteore attraverso disegni, dipinti e video in cui il «grumo di colore-luce» tende progressivamente a mutarsi, a diradarsi, sino a divenire immateriale e cangiante.
a cura di Roberto Borghi
progetto espositivo e allestimento, Carlo Scagnelli
coordinamento e comunicazione, Karl Evver
ROBERTO BORGHI
| ASTRI E FIORI
Giovedì 17 gennaio, alle ore 17,30, nell’elegante foyer del Teatro dei Filodrammatici di Milano, si terrà una conferenza stampa per presentare Astri e Fiori, la monografia di Marinella Pirelli, scritta da Roberto Borghi, che Biffi Arte ha pubblicato in collaborazione con Mauri 1969. Nell’occasione sarà illustrata alla stampa milanese Meteore, la mostra che inaugureremo sabato 26 gennaio.
Meteore segna l’avvio di quello che sarà una sorta di anno pirelliano, che prevede anche uno spettacolo teatrale incentrato sulla figura di questa tenace sperimentatrice dell’avanguardia novecentesca.