I ARCHIVIO 2016 – 2015

EDOUARD MANET

| ALLA SCOPERTA DELL’ANIMA GRAFICA

Dal 26.11.2016 al 15.01.2017
E’, come la definì Baudelaire, “la scoperta di un meraviglioso quotidiano” quella offerta dall’opera grafica di Edouard Manet: in mostra un corpus di trenta incisioni in cui il segno libero e istintivo dell’artista insegue inediti effetti atmosferici e indaga, nel contempo, con rara e seducente introspezione gli umori più sottili dei personaggi.

RITA SPINA

| RAKUSFERA

Dal 26.11.2016 al 15.01.2017
Il Raku è una procedura giapponese di trattamento artistico della ceramica, introdotta in Occidente nel diciottesimo secolo e in cui tutte le fasi di lavorazione, dalla modellazione alla smaltatura, dalla cottura al raffreddamento, influiscono sul risultato finale. Ne consegue che ogni ceramica è un pezzo unico, particolare e irripetibile. E’ questa la tecnica che Rita Spina ha scelto per realizzare opere di grande poesia, in cui la sobrietà della linea giapponese sposa la ricerca meditativa dell’incanto, secondo la dottrina Zen.

ULISSE SARTINI

| LA VITA IN UNA TAVOLA

Dal 12.11.2016 al 15.01.2017

La Galleria Biffi Arte ha l’onore di accogliere nel proprio Salone d’Onore, dal 12 Novembre 2016 al 15 Gennaio 2017, una delle più imponenti fatiche artistiche del pittore Ulisse Sartini: L’Ultima Cena.

Realizzato dal Maestro nel 2015, il dipinto possiede una forte carica simbolica e offre nuovi spunti critici sui codici iconografici propri dell’arte sacra e sul dialogo tra contemporaneità e tradizione.

L’ampio dipinto (4,90 metri per 1,80), esposto per altro nella primavera scorsa nella Sagrestia del Bramante di Santa Maria delle Grazie a Milano, propone con efficace teatralità un tema di lunga e autorevole tradizione, che il Maestro Sartini interpreta con la consueta pregnanza espressiva e icasticità di linguaggio: Accompagnano L’Ultima Cena, una serie di studi preparatori e la selezione di alcune fra le più belle opere pittoriche del Maestro.

Ulisse Sartini nasce a Ziano Piacentino, vive e lavora a Milano.

Avvia la sua attività espositiva all’inizio degli anni Settanta, con le prime personali negli spazi meneghini della Galleria Schettini, ritagliandosi presto un ruolo di primo piano nel genere della ritrattistica.

Nel corso degli anni, Sartini ha eseguito i ritratti ufficiali di personalità di primo piano della scena politica e culturale internazionale, ed è il secondo pittore italiano, dopo Pietro Annigoni, a entrare nelle collezioni della National Portrait Gallery di Londra.

BRUNO MISSIERI

| NUOVE OMBRE

Dal 08.10.2016 al 06.11.2016

La recente opera pittorica di Bruno Missieri, in mostra personale nell’Antico Nevaio della Galleria Biffi, conferma ancora una volta tutta la forza dell’ispirazione dell’artista. Immerso negli umori umidi del creato, nei paesaggi stirati della Bassa e poi, giù, verso l’Appennino con i suoi andamenti lenti, Bruno Missieri tocca da oltre quarant’anni i temi eterni legati al senso della natura come specchio di situazioni esistenziali affidate all’espressione istintiva del gesto. Nelle incisioni quanto nei dipinti, la natura per Missieri  è rilevata sempre come uno stato mentale. Un luogo dello spirito dove si rapprendono tutte le tensioni e i drammi della coscienza. Missieri confessa il suo debito verso la lezione di un certo informale europeo, Hans Hartung in prima linea, ma si indovina anche un nesso, in sottotraccia, con la grande scuola di Mark Rothko e dell’espressionismo astratto americano, laddove la forma evanescente di uno sfondo piatto ricorda la sintesi perfetta del “color field”. Ma è un passato che incontra il presente, quello di Missieri, e nutre le sue immagini secolari: boschi di pioppi costruiti secondo proporzioni auree, rovi deposti come simboli spinosi su altari laici.
C’è qualcosa di mistico nei soggetti che citano la notte della redenzione: il sambuco, nella tradizione celtica, era l’albero sacro della rinascita; il canneto si rigenera in un ciclo continuo della vita. Un inno generoso al culto della dea Madre.

FRANCO MUSSIDA
| IL SUONO ADULTO DELL’INGENUITÀ

Dal 08.09.2016 al 02.10.2016

Chi ascolta Musica respira amore vibrante organizzato – Franco Mussida.
E’ lunga la strada che ha portato Franco Mussida dalla musica “suonata sui palcoscenici di mezzo mondo” alla musica “ascoltata per ascoltarsi: ossia alla musica come strumento primo per la comunicazione affettiva, alla ricerca dei suoi effetti più veri e profondi. Autore di alcune tra le più belle canzoni del nostro tempo e co-fondatore di Premiata Forneria Marconi, la più longeva e celebrata band progressive Rock italiana, Mussida ha da anni intrapreso un complesso percorso conoscitivo che sposa forma, suono e immagine per un’esplorazione della parola musica nelle sue accezioni più ampie e sottili. Una visione estetica che lo ha portato a lavorare su una serie di istallazioni con un linguaggio espressivo-concettuale da percepire con gli occhi, con le orecchie ma anche e soprattutto con il cuore.
In mostra diverse famiglie di opere che tracciano, partendo da latitudini espressive diverse, il complesso territorio emotivo e sensoriale dell’artista. Il percorso prende le mosse da una serie di opere a tecnica mista che raccolgono pezzetti di memoria personale e artistica di Mussida, frammenti del passato su cui l’artista posa uno sguardo adulto eppure ancora ingenuo, nel tentativo, riuscito, di dare voce a un pensiero illuminante “cavato” dalle cose. Accanto, i Doni della Malinconia opere a forte resa formale, in cui si rendono visibili alcune forme di forze vibranti organizzate, come le definisce Mussida, che considera la musica appunto Amore vibrante organizzato. E’ la messa in mostra di una ricerca interiore sull’effetto emotivo provocato da un preciso flusso sonoro che incontra la qualità psichica del colore. Per la malinconia il blu, colore emotivo per eccellenza. Ma l’esperienza di relazione col quadro non è solo visiva: il pannello frontale risonante esprime suoni legati a quel preciso flusso vibrante, suoni come elementi fisici imprescindibili, come corpo fisico della musica. Nel cuore della mostra, accanto ad alcune opere della sua più recente mostra esperienziale “Musica respiro celeste”, sono presenti 10 delle 17 opere risonanti della sua prima mostra esperienziale Cambiare di Stato, opere in cui ha espresso il suo trentennale lavoro sui codici emotivi intervallari. Un’istallazione composta da una serie di teche risonanti che interagiscono al passaggio del visitatore. Codici musicali che si legano alla struttura singola affettiva accendendo in modo magico e puro, slegato quindi dall’esperienza quotidiana, il mondo dei nostri sentimenti con i sui contenuti emotivi diversi, dalla sicurezza alla paura, dall’ambiguità alla malinconia alla speranza.

Sono questi stessi codici che Mussida ha usato come archetipi per le sue auditeche divise per stati d’animo. E’ questa l’anima del progetto CO2, oggi in 12 carceri italiane, in cui i detenuti possono rimettere al centro delle loro osservazioni il proprio mondo interiore riscoprendone la pienezza. Un progetto finanziato da Siae con il Ministero della Giustizia. In galleria sarà presente una copia dell’audioteca utilizzata nel progetto: il visitatore potrà non solo consultarla, ma attraverso un’applicazione, suggerire una musica che ama offrendola all’audioteca in modo che i detenuti possano confrontare il loro sentire con quello del suggeritore.

Un percorso complesso, quello offerto alla Galleria Biffi Arte, con una pluralità di estuari che dimostrano l’inesausto impegno di Franco Mussida nel voler approcciare la sacralità dei misteri legati alle incredibili potenzialità di quel mondo vibrante sonoro che governa a nostra insaputa il nostro intimo “sentire”.

NATALIE SCHAYES

| NS NAYESTONES JEWELRY

Dal 08.09.2016 al 02.10.2016

Dietro al marchio NS Nayestones Jewelry, c’è tutta la creatività della designer del gioiello Natalie Schayes. Al cuore della ricerca di questa giovane artista di origine belga, sta tutto l’affetto per le linee pure, che Natalie da sempre persegue modellando la materia prima, preziosa e semipreziosa, in modo tale da creare forme leggere che avvolgono il corpo come sottili fili di luce.

CIRO PALUMBO

| LO SPIRITO E LA CARNE

Dal 24.06.2016 al 31.07.2016

a cura di Alessandra Redaelli

Una personale, per Ciro Palumbo, che racconta una nuova svolta nella sua storia pittorica. Un progetto completamente inedito, creato per la galleria, in cui l’artista dei guerrieri e del mito si avventura in una dimensione più intima.

Il tema, attualissimo, è quello dell’aspirazione verso un senso “altro”, uno scopo superiore in un momento storico travagliato e denso di incertezze. La soluzione che l’artista ci suggerisce è quella di lasciare da parte almeno per un momento la ragione e di seguire il cuore. La ricerca, tuttavia, va ben oltre. Questo cuore, rappresentato pittoricamente come un organo vivo e palpitante, diventa a sua volta personaggio, presenza forte reale e simbolica al tempo stesso. Tappa dopo tappa, ecco dispiegarsi storie di passioni respinte e di amori che non moriranno mai, personificate da quelle figure marmoree ma vive e respiranti che negli anni Palumbo ci ha insegnato ad amare. I suoi guerrieri e le sue dee che pur partendo da un immaginario classico e incarnando la bellezza impeccabile della statuaria antica appaiono sostanziati di una materia morbida e viva, non molto dissimile dalla carne, e animati da emozioni, ansie e passioni che ce li rendono presenti e vicinissimi.

L’eterno conflitto tra spirito e carne, dunque, tra cuore e ragione, si dispiega qui su più piani. Quello, appunto, del corpo e della scultura, dell’artificio e della realtà, ma anche quello dell’iconografia del cuore. Organo pulsante, come dicevamo, ma anche ricettacolo di una rete di simbologie talmente vasta e sterminata da aprire mille strade di lettura. Il cuore di Ciro Palumbo, dunque, è quello degli ex-voto della tradizione religiosa, puro spirito tradotto in un linguaggio semplice, ma è anche quello dei tatuaggi, dove la stessa semplicità di linguaggio si trasforma nella possibilità di portare un amore o una passione incisi per sempre sul corpo: di far apparire lo spirito sulla carne viva attraverso un processo doloroso e indelebile. E che dire dell’etimologia di un lemma come “passione”, che spazia dalla passione di Cristo morente e sanguinante sulla croce alla passione che accende i sensi nell’amore?

Ciro Palumbo indaga tutto questo e altro ancora, con il suo linguaggio profondo, stratificato, fatto di una pittura intensa che facendo tesoro della lezione degli antichi (da De Chirico a Böcklin, da Salvador Dalì fino all’espressionismo astratto) racconta storie quanto mai attuali.

Per la mostra, l’artista ha preparato una serie di lavori del tutto inediti. Delle piccole tavole di legno sulle quali il simbolo del cuore diventa metafora per storie di sapore onirico e surreale e anche, per la prima volta nella sua carriera, due lavori in terracotta dipinta.

 

SERGIO BATTAROLA – RAFFAELE BONUONO – ALBERTO CASIRAGHY – ANDREA CEREDA – ARMANDO FETTOLINI – NICOLA MAGRIN – RENZO NUCARA – CARLA VOLPATI – MARCO PARIANI – FABIO PRESTI – ANNA TURINA – ALICE ZANIN

| ANIMALI

Dal 24.06.2016 al 31.07.2016

Quest’estate l’Antico Nevaio della Galleria Biffi Arte si trasformerà in un sorprendente e immaginifico zoo, con una collettiva di dieci artisti dedicata al tema del mondo animale e delle sue molteplici relazioni con l’essere umano. La mostra, organizzata dall’associazione heart – PULSAZIONI CULTURALI propone un vero e proprio bestiario contemporaneo, un’ironica riflessione sul mondo animale visto con gli occhi dell’arte. I dodici artisti selezionati, tra loro molto diversi per tecnica, linguaggio, età, formazione e attitudine, ben rappresentano i molti volti della relazione tra arte e mondo animale: un rapporto che affonda le radici nelle origini dell’umanità.

L’animale è preda, pericoloso avversario da cui difendersi, vittima sacrificale, strumento di lavoro, simbolo religioso, emblema di potere, inconsapevole protagonista di racconti moraleggianti, amorevole compagno di giochi, delizioso elemento compositivo e, soprattutto, è, orwellianamente specchio dell’uomo. È specchio dei suoi pregi, dei suoi difetti, delle sue ambizioni, delle sue paure e delle sue vanità. Uno specchio che sa essere ora benevolo, ora ironico, ora spietato, che sa mettere in evidenza, come una potente lente, la vera indole dell’essere umano.

(Simona Bartolena)

In mostra:

Sergio Battarola _ Raffaele Bonuono _ Alberto Casiraghy _ Andrea Cereda _ Armando Fettolini _ Nicola Magrin _ Renzo Nucara e Carla Volpati _ Marco Pariani _ Fabio Presti _ Anna Turina _ Alice Zanin

L’eterno conflitto tra spirito e carne, dunque, tra cuore e ragione, si dispiega qui su più piani. Quello, appunto, del corpo e della scultura, dell’artificio e della realtà, ma anche quello dell’iconografia del cuore. Organo pulsante, come dicevamo, ma anche ricettacolo di una rete di simbologie talmente vasta e sterminata da aprire mille strade di lettura. Il cuore di Ciro Palumbo, dunque, è quello degli ex-voto della tradizione religiosa, puro spirito tradotto in un linguaggio semplice, ma è anche quello dei tatuaggi, dove la stessa semplicità di linguaggio si trasforma nella possibilità di portare un amore o una passione incisi per sempre sul corpo: di far apparire lo spirito sulla carne viva attraverso un processo doloroso e indelebile. E che dire dell’etimologia di un lemma come “passione”, che spazia dalla passione di Cristo morente e sanguinante sulla croce alla passione che accende i sensi nell’amore?

Ciro Palumbo indaga tutto questo e altro ancora, con il suo linguaggio profondo, stratificato, fatto di una pittura intensa che facendo tesoro della lezione degli antichi (da De Chirico a Böcklin, da Salvador Dalì fino all’espressionismo astratto) racconta storie quanto mai attuali.

Per la mostra, l’artista ha preparato una serie di lavori del tutto inediti. Delle piccole tavole di legno sulle quali il simbolo del cuore diventa metafora per storie di sapore onirico e surreale e anche, per la prima volta nella sua carriera, due lavori in terracotta dipinta.

 

ROBERTA DIAZZI

| SHADY LION

Dal 24.06.2016 al 31.07.2016

Più di 31.600 cristalli Swarovski, un gioco pop di luce e colore che, come per magia, compone la testa sfolgorante di uno straordinario leone. Uno fra i più recenti lavori dell’artista modenese Roberta Diazzi che realizza opere Crystals from Swarovski® a campitura totale con cristalli originali dell’azienda austriaca.

GUIDO MAGGI

| LA RABBIA, LA POESIA

Dal 22.05.2016 al 18.06.2016

È lunga, lunghissima la strada che Guido Maggi, sfolgorante classe 1926, ha percorso e che lo ha portato da una prima maniera figlia della lezione espressionistica di declinazione mitteleuropea, a questi recenti lavori, tutti degli ultimi due anni. Ed è stato un percorso necessario che lo ha visto affondare con il colore in spazi corrosi dalla sofferenza, sostare sulla ustionante condizione umana con gli occhi spalancati da una sorta di rabbia, di fronte all’umano imbarbarimento. Ma tutta l’angoscia che nel passato aveva spaccato i tratti della sua cosmogonia personale, sembra lasciare ora spazio a una profonda e pacata comprensione delle cose del mondo. Sono opere di grande formato, che accolgono tutta la forza del gesto di Maggi, un gesto fatto di accelerazioni cromatiche e segniche sempre in dialogo con imprevedibili aree di quiete. E’ tutta la rabbia di un artista che dagli anni Sessanta ingaggia un “corpo a corpo” con la tela, trasformandola in mobilissimo, trepidante luogo di poesia.

LUCIANO RICCHETTI – BRUNO CASSINARI

| 30 x 30 = ‘900

Dal 21.05.2016 al 18.06.2016

In occasione del trentesimo anniversario di fondazione, il Rotary Club di Piacenza Farnese (2050° Distretto), in collaborazione con Biffi Arte, organizza l’esposizione 30 x 30 = ‘900. Trenta opere di artisti piacentini del Novecento per il trentennale del Rotary Farnese.

Curata da Alessandro Malinverni, dottore di ricerca in Storia dell’arte e conservatore del Museo Gazzola di Piacenza e della Pinacoteca Stuard di Parma, la mostra si sviluppa su quattro sezioni ed è incentrata sull’influenza – più o meno intensa e duratura – che tre importanti docenti dell’Istituto d’arte Gazzola di Piacenza (Francesco Ghittoni, Alfredo Soressi e Umberto Concerti) ebbero su alcuni dei loro numerosi allievi.

La prima sezione è dedicata a Luciano Ricchetti e Bruno Cassinari, allievi di Ghittoni; la seconda a Cinello, che ebbe come maestro Soressi; la terza a Gustavo Foppiani, Giancarlo Braghieri e Ludovico Mosconi, che si formarono sotto la guida di Concerti. Chiude la rassegna una sezione consacrata a Luigi Arrigoni, Sergio Belloni ed Ettore Bonfatti Sabbioni, che non frequentarono il Gazzola, e tuttavia ampliarono il ventaglio culturale dell’arte piacentina grazie alla formazione rispettivamente milanese, parigina e urbinate.

Ghittoni, Soressi e Concerti sono rappresentati da un’opera ciascuno, mentre gli altri nove artisti da tre capolavori, che permettono di percepire alcuni momenti della loro peculiare cifra stilistica. Giocata sul numero 3 e sui suoi multipli, l’esposizione offre varietà tematica (soggetti sacri, scene di genere, ritratti, fiori, paesaggi, vedute), tecnica (dipinti, disegni, incisioni) e culturale (dal figurativismo – più o meno legato alla tradizione – all’informale).

Rispetto alle precedenti esposizioni del Rotary Club di Piacenza Farnese, realizzate nel 1999, nel 2007 e nel 2012, questa privilegia un aspetto poco indagato dell’arte piacentina del Novecento: la relazione tra maestro e allievo, in particolare presso la scuola d’arte più antica della città. Tre sono i principi che hanno sostenuto le scelte del curatore: l’alta qualità delle opere, la loro appartenenza a soci del Rotary e la storicizzazione dei loro autori, ormai tutti scomparsi.

JEAN DE SAIVE

| ALESSANDRO FARNESE: UN GRANDE CONDOTTIERO

Dal 20.05.2016 al 31.07.2016

Straordinaria e inedita la mostra che si inaugura venerdì 20 Maggio alle ore 18, nella Sala delle Colonne della Galleria Biffi Arte. Per la prima volta in Italia, e direttamente da Londra, un’opera che segna il ritorno nelle terre dei ducati di Parma e Piacenza di Alessandro Farnese (1545 – 1592), esponente valoroso di una fra le più importanti dinastie che hanno fatto la storia d’Europa. Si tratta di una rara e preziosa miniatura a olio su rame con il ritratto del Farnese poco più che trentenne. Il dipinto, giuntoci entro una splendida cornice barocca di legno intagliato e dorato, fino al 2005 è stato custodito nella collezione di S.A.R. Principessa Maria Beatrice di Savoia. In questo piccolo gioiello (cm. 9,8 x cm. 7,3), giunto a noi dopo più di quattrocento anni in perfetto stato di conservazione, il poco più che trentenne Alessandro Farnese è raffigurato a mezzobusto senza il Toson d’Oro, onorificenza riconosciutagli nel 1585 da Filippo II di Spagna a seguito della presa della città di Anversa.

Il dipinto è stato riconosciuto come opera dell’artista Jean de Saive (Namur 1540 – 1611), da Riccardo Lattuada, Professore presso la Seconda Università degli Studi di Napoli, già capo del Reparto Dipinti Antichi di Christie’s Italia e membro del board degli Old Master Paintings di Christie’s International, oggi componente del Vetting Committee del TEFAF di Maastricht e della Biennale di Antiquariato di Palazzo Corsini a Firenze.

Il repertorio dei ritratti di Alessandro Farnese è attualmente molto esile poiché il condottiero italiano, impegnato nelle interminabili campagne militari nelle Fiandre, non ebbe molto tempo per gli otia della vita di corte. La miniatura che lo raffigura, per la prima volta in una esposizione pubblica, è al momento l’unica nota, e insieme ad un altro ritratto di Jean de Saive recentemente ritrovato e che rappresenta Alessandro Farnese all’età di 36 anni (firmato e datato 1581), è un documento di fondamentale importanza per lo studio dell’iconografia del Farnese.

Posti l’uno accanto all’altro i due dipinti colmano un vuoto nella sua iconografia in un periodo particolarmente importante nella vita del Condottiero: entrambi lo raffigurano nel vigore della prima maturità diversamente dagli altri rari ritratti esistenti – quasi tutti conservati nei maggiori musei del mondo – nei quali viene raffigurato fanciullo e adolescente (sedicenne) e poi quarantenne, dopo la conquista di Anversa e l’attribuzione del Toson d’Oro.

Il piccolo ritratto a cui la Galleria Biffi Arte dedica la mostra si aggiunge agli altri tre ritratti di Alessandro Farnese a figura intera in età diverse (collezione privata, Museo Stibbert di Firenze e Galleria Nazionale di Parma – Palazzo della Pilotta), dipinti da Jean de Saive nella sua qualità di pittore di Corte di Alessandro Farnese a Bruxelles.

Riccardo Lattuada ritiene altamente probabile che la miniatura e il dipinto del 1581, in collezione privata, siano stati eseguiti dal vivo a Namur, poiché  dalla documentazione disponibile si sa che in quell’anno Alessandro Farnese e Jean de Saive si trovavano entrambi in quella città. De Saive, figura artistica oggi dimenticata ma di consolidato prestigio ai suoi tempi, è documentato in città ancora nel 1584.

Attorno a questo importante ritrovamento, si genera la mostra: Alessandro Farnese: un grande Condottiero in miniatura. Il Duca di Parma e Piacenza ritratto da Jean de Saive,  a cui la Galleria Biffi Arte è fiera e onorata di dare sostegno e ospitalità, nel rispetto della sua consolidata mission di promozione culturale. L’esposizione della miniatura sarà infatti corredata da un ampio apparato critico relativo alle più recenti acquisizioni sull’immagine di Alessandro Farnese, alle rare opere d’arte legate alla sua figura e alla sua attività di committente.

Accompagna la mostra un catalogo critico in doppio testo, inglese e italiano, curato dal Prof. Lattuada, con un importante saggio monografico su Jean de Saive – un contributo che fino ad oggi mancava – insieme a uno studio iconografico dei rari ritratti esistenti di Alessandro Farnese eseguiti durante la vita del condottiero.

La mostra sarà inaugurata nella Sala delle Colonne della Galleria Biffi Arte venerdì 20 maggio con una conferenza del Professor Riccardo Lattuada su Jean de Saive e sulla straordinaria vicenda storica di Alessandro Farnese.

LINO MANNOCCI – LUKE ELWES

| LONDON SIGN

Dal 16.04.2016 al 18.05.2016

La mostra London Signs, in corso nell’Antico Nevaio della Galleria Biffi Arte dal 16 aprile al 15 Maggio, accoglie i lavori su carta di dodici artisti internazionali, accumunati non da uno stile o tecnica particolari, ma da affinità elettive condivise. Dialogando fra loro da tempo, questi artisti riconoscono le reciproche affinità e rispettano le differenze, e da questo assiduo processo di scambio hanno costituito una sorta di gruppo ufficioso la cui intesa è basata sull’amicizia piuttosto che su uno stile comune.

In mostra la loro ultima produzione su carta, territorio in cui, per eccellenza, l’atto creativo inizia ad assumere una qualche imperfetta forma esterna.

In mostra lavori di: Tony Bevan Christopher Le Brun Luke Elwes Timothy Hyman Andrzej Jackowski Merlin James Glenys Johnson Alex Lowery Lino Mannocci Thomas Newbolt Arturo Di Stefano Charlotte Verity.

ANDREA BOYER

| LA FOTOGRAFIA – I DISEGNI

Dal 16.04.2016 al 15.05.2016

Sono molteplici, i mondi di Andrea Boyer, nato scenografo, cresciuto fotografo e, dagli anni Ottanta, anche pittore finissimo e appassionato cultore delle antiche tecniche del disegno e dell’incisione. Un artista che appoggia uno sguardo forte e gentile sulle cose, che sembra sempre preso a spostarle mentalmente, per comporre spazi di risonanza estetica, poi mentale e infine, e sempre, profondamente emotiva. Con, come unica legge, quella indiscutibile della luce.

In mostra, un’importante scelta di fotografie, divise nelle principali famiglie tematiche care all’artista: gli Esterni, gli Interni (i Cantieri, interni di bellezza decaduta, impolverata dall’abbandono) e, accanto, una nuova ricerca sul tema delle Nicchie, in cui agli oggetti del quotidiano Boyer sostituisce un affascinante galleggiare di mani in dialogo con la luce.

Come scrive Maurizio Rebuzzini nella presentazione critica alla mostra, quelle di Andrea Boyer sono “fotografie d’arte, che evocano più di quanto mostrino, che coinvolgono più di quanto raffigurano, che scandiscono la cadenza di una rappresentazione colta e coinvolgente (…). Senza gesti forti, senza scippi o strappi, come sollecita il garbo fotografico dell’autore, ci impossessiamo di queste visioni per farle nostre, per lasciare andare le nostre menti là dove l’efficacia visiva di Andrea Boyer ci ha condotti”.

In mostra, anche una selezionata scelta di disegni su carta, spazio volatile incerto, su cui Boyer traccia segni esattissimi, come frammenti di un “discorso amoroso” con le cose, con le persone.

FRANCESCO BINFARE’

| MONDO SELFIE

Dal 16.04.2016 al 15.05.2016

Dal 16 Aprile al 15 Maggio, nel Salone d’Onore e nella Sala delle Colonne, la Galleria Biffi ospita la presenza preziosa e inedita di Francesco Binfaré. Artista-designer profondo e illuminato, Francesco Binfaré è stato, fra le altre attività, Direttore del Centro Cesare Cassina dal 1969 al 1975, Direttore Artistico per Cassina dal 1973 al 1990 e dal 1992 è progettista per Edra. Per la Galleria Biffi e in occasione del Salone del Mobile 2016 costruisce, con due istallazioni e una serie di disegni, un percorso che circumnaviga i grandi temi del nostro essere nel mondo: il naufragio, l’approdo, il ritorno. “Schizzi di pugno” e fonte analogica della sua ricerca, i disegni hanno accompagnato, chiosato e composto il fare progettuale di Binfaré dagli anni Sessanta a oggi. Segni veloci, aggrappati al pensiero, gli schizzi esprimono una immediatezza che si apparenta a quella dello  smartphone “piccolo contenitore miracoloso” di mondi, nel cuore del racconto di Binfaré ed elemento centrale di una nuova ritualità che consente a milioni di persone la medesima magia.

La mostra Mondo Selfie è realizzata in collaborazione con Edra.

ARCHIVIO CROCE

| INTERNI PIACENTINI

Dal 16.04.2016 al 15.05.2016

Nessun posto è bello come casa mia

(Noel Langley, “Il Mago di Oz”)

Dallo storico Archivio Croce di Piacenza, una selezione di interni di case piacentine degli anni Quaranta e Cinquanta: modi remoti di abitare eppure vivissimi nella memoria di molti di noi. Sono piccoli mondi di grande decoro, spazi in cui i minimi gesti (la bambola al centro del letto, la madonnina, per una devozione tutta privata) si fanno, fatalmente, gesti d’amore.

ADRIANO POMPA

| NON È SOLO COLPA DI NERONE SE ROMA BRUCIA

Dal 12.03.2016 al 10.04.2016
Dal 12 marzo al 10 aprile la Galleria Biffi Arte ospita Non è solo colpa di Nerone se Roma brucia, antologica dell’artista Adriano Pompa, curata dal critico Andrea Tinterri. Un percorso che raccoglie gli ultimi trent’anni di lavoro assiduo: scultura, pittura, disegno, incisione compongono un racconto che, nella sua eterogeneità, restituisce l’interesse dell’artista per il mondo antico, il mito, l’archeologia. Adriano Pompa raccoglie reperti come fosse un attento ricercatore, per poi trasformarli in elementi significanti di un romanzo fantastico. Resuscita antichi cavalieri dal volto censurato, in sella a improbabili cavalli; santi guerrieri in cerca di gloria a impugnare armi bianche; serpenti archetipici a segnalare la loro presenza al mondo. Un bestiario di figure che animano e trasfigurano il nostro ricordo della storia e del mito.

STEFANO REGAZZONI

| LE ATMOSFERE DEL COLORE

Dal 12.03.2016 al 10.04.2016
Dal 12 Marzo al 10 Aprile, gli spazi dell’Antico Nevaio accolgono 18 suggestivi scatti fotografici di Stefano Regazzoni. Regazzoni ha iniziato a interessarsi di fotografia nel 1987 approfondendone diversi aspetti: dal ritratto alla fotografia naturalistica, dalla macrofotografia alla fotografia sportiva e di architettura. Quest’ultimo ambito ha portato il fotografo alla progettazione di una soluzione molto sofisticata per il medio formato, realizzata e brevettata nel 2001 e oggetto di pubblicazioni sulla stampa specializzata. Lo sguardo fotografico di Stefano Regazzoni è dunque una felice combinazione di tecnica e poesia, di affetto verso il dato naturale e uso di strumenti tecnici sofisticati che Regazzoni maneggia con duttilità e sapienza. Da questa combinazione nascono immagini forti, magnetiche, che restituiscono tutta la densità di paesaggi naturali complessi ricercati nelle zone più remote e affascinanti del nostro pianeta: Europa, Africa, Asia, Oceania, Nord e Sudamerica, Artico. Importante, nell’attività di Regazzoni, anche la pubblicazione di libri fotografici: Deserti, del 2002, Egitto e Nuova Zelanda, entrambi pubblicati da Edicart nel 2004 e nel 2009 Artico Gelido Incanto, un libro fotografico di grande formato e altissima qualità, in cui fonde la sua esperienza di fotografo con approfondite ricerche sulle tecniche di stampa. Artico Gelido Incanto ha suscitato grande ammirazione nel settore e ha stimolato articoli di approfondimento sulla stampa specializzata.

ELENA MEZZADRA

| OPERA GRAFICA

Dal 12.03.2016 al 10.04.2016
E’ una musica di suoni esatti, quella che porta Elena Mezzadra a definire sulla carta un sostrato geometrico di scorrimenti emotivi: un fascio di traiettorie di pura poesia, con stratificazione di “cartilagini luminose” come le definisce Elena Pontiggia, che da sempre connotano il linguaggio di questa artista forte e solitaria. E a Elena Mezzadra, una fra le voci migliori di quella “generazione di mezzo” di artisti nati negli anni Trenta, la Galleria Biffi dedica a partire dal 12 marzo, lo spazio della Sala Biffi. In mostra, un percorso monografico che accoglie un piccolo ma smagliante corpus di 16 acqueforti e acquetinte, realizzate fra l’inizio degli anni Novanta e il 2010. Un lavoro sulla lastra lento e paziente che dice tutta la sensibilità di un’artista che riesce a tenere stretti saldamente insieme cuore e testa, perché, come lei stessa ama dire “Nulla è nell’intelletto che non sia stato prima nei sensi”.

MANUELA FIGLIA – FABIO GIOVANETTI

| L’INCANTO

Dal 13.02.2016 al 06.03.2016

Mostra fotografica di Manuela Figlia & Fabio Giovanetti, dedicata alla passione per la danza classica.

Manuela e Fabio vivono a Milano, sono sposati e hanno due figli.

Si occupano principalmente di fotografia di Moda Bimbo, ma amano dedicarsi a progetti diversi in cui i protagonisti siano sempre direttamente o indirettamente i bambini.

I loro progetti fotografici offrono una duplice visione – femminile e maschile – con uno sguardo particolarmente attento agli aspetti emotivi e interiori dei loro soggetti.

Le loro storie personali influenzano il loro stile e la loro crescita professionale. La loro visione è il risultato dell’unione tra l’amore per i bambini, l’eleganza e l’analisi introspettiva.

Durante l’inaugurazione della mostra ci saranno due interventi coreografici a cura di Choros, diretto da Marcella Azzali e Balletto Ducale diretto da Nadia Passerini alle ore 18.30 e alle ore 19.00

GIOVANNI CECCHINATO

| EVOLUTIO VISIO

Dal 06.02.2016 al 06.03.2016

D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.

Italo Calvino

Il lavoro di Giovanni Cecchinato ha un autorevole punto di partenza: sono i luoghi già percorsi da Gabriele Basilico nella campagna fotografica del 2001, tutta dedicata a Mestre, e rifotografati, in una sorta di reenactment, per osservare e registrare quali trasformazioni siano intervenute in uno stesso tessuto urbano, considerando i quindici anni trascorsi fra una campagna fotografica e l’altra.

Mestre, infatti, ha rappresentato un caso a suo modo esemplare, per indagare il carattere della città anonima, della città ovunque, di quella che Basilico definiva la città media. E non è affatto semplice cogliere questo aspetto così sfuggente, quella caratteristica in cui possa ancora essere riconosciuta, nella città media, questa città.

Il lavoro di Cecchinato comincia da qui, cioè dal ripercorrere lo sguardo e le particolari angolazioni urbane di un altro grande fotografo per cogliere la città nella sua medietà: una medietà intesa non come condizione statica, ma quale condizione urbana soggetta a mutamenti e trasformazioni, dunque più organismo che cristallo.

MARCO RAMASSO

| PRESENZE – LA PITTURA ANIMALIER

Dal 06.02.2016 al 06.03.2016
In mostra nell’Antico Nevaio della Galleria Biffi i più recenti lavori, olii e acrilici, di Marco Ramasso, pittore anche ma non solo animalier.

Ramasso, infatti, rovescia il tradizionale legame uomo-animale, tanto ancestrale quanto controverso e dà vita a un pantheon di animali che vivono nella profonda affermazione della propria identità: sono esseri dalla potenza straordinaria, non carne da caccia, ma esistenze intrise di intelligenza, di luce, di pensiero.

Sono i pacifici abitanti di uno spazio di paradiso ritrovato forse proprio grazie alla latenza dell’uomo, al quale chiedono, come racconta l’artista solo “di essere ascoltati”, nel rispetto della propria presenza. Da questo peculiare approccio alla natura, nasce la pittura di Marco Ramasso la cui ricerca può essere ricondotta a una sorta di realismo emozionale proprio perché tesa a restituire un’emozione, sfuggendo volontariamente all’effetto fotografico.

All’artista non interessa solo il contesto reale, ma anche e soprattutto la potenza, la presenza di quell’animale in quel determinato momento, la sua matericità, il suo essere nel mondo con forza e consapevolezza. Non cerca l’idillio, Marco Ramasso: sarebbe troppo facile. Persegue quel raro, irripetibile momento di incanto fatto di verità e di poesia, quell’attimo intriso di vita che la natura offre solo a chi sa veramente vedere e condividere con affetto e rispetto.

FRANCA FRANCHI

| RIFLESSIONI ZEN – I GIOIELLI HAIKU

Dal 15.12.2015 al 01.02.2016

I gioielli Haiku di Franca Franchi, in mostra la più recente collezione dei gioielli di Franca Franchi: collier, spille e anelli ispirati al pensiero Zen, in un gioco forte e luminoso di riflessi specchiati.

FRANCA FRANCHI è  un’artista piacentina, fondatrice del movimento Zen in Art – per un’estetica zen e crea “sculture da indossare” (gioielli) e “sculture da vivere” (opere con illuminazione/lampade e opere in cristallo orizzontale/tavoli) con una tecnica che prevede l’uso di materiali quali lo specchio, vetro, cristallo, acciaio e ferro, rigorosamente di recupero, e la loro ricomposizione in opere scultoree.

“Questi gioielli hanno una caratteristica in comune che si potrebbe accostare all’atmosfera che si sprigiona nell’ascoltare un Haiku. Si tratta dell’incontro tra la precisione esecutiva e l’ambiguità degli elementi che la compongono.”

GIANFRANCO ASVERI

| LO SGUARDO NASCOSTO

Dal 12.12.2015 al 01.02.2016

Talora quando ci si pone davanti allo specchio si ha la sensazione di vedere una persona diversa; d’altra parte incontrando uno sconosciuto per strada si può percepire in lui qualcosa che ci appartiene. Insomma, noi non siamo mai un’identità immutabile e gli altri possono variabilmente entrare in questa identità.

Sono le sorprese dell’immagine custodita nel nostro intimo e che lo sguardo filtra ogni volta senza bloccarla definitivamente. La nostra immagine si comporta come il tempo, come la mutevole emozione suscitata al suo cospetto.

Gli artisti che si siedono dinanzi al cavalletto per trasferire sulla tela una figura che hanno di fronte o che viene consegnata a loro da uno specchio o da un’idea, si trovano in ogni caso nella stessa situazione. Ciò avviene soprattutto quando il pennello non insegue una fisionomia per così dire oggettiva ma cerca di interpretare ciò che sta appena dietro quella maschera impressa dai lineamenti. Sotto tale profilo (profilo in tutti i sensi) si possono citare almeno due casi eclatanti che riguardano Alberto Giacometti e Francis Bacon.

Il primo scavava all’infinito i volti a colpi di pennello alla conquista di quella verità interiore che non gli veniva mai restituita in maniera adeguata dall’interpretazione puramente fisionomica; il secondo trasferiva nell’alterazione dell’effigie, se non addirittura nel suo stravolgimento, l’inquietudine esistenziale che lo tormentava e nello stesso tempo decretava i risultati del suo straordinario impegno creativo.

Gianfranco Asveri ha attraversato gli anni Ottanta affrontando da par suo il tema del ritratto ovvero lasciando che il gesto espressivo indagasse il viso del personaggio chiamato in causa di volta in volta alla ricerca costante di quel “quid” che nessuna fotografia o nessuna indagine iperrealista avrebbe potuto documentare con pari efficacia.

Ha intitolato questo suo lungo ciclo di opere “Lo sguardo nascosto” perché l’ovale è sistematicamente cancellato come se ci si trovasse al cospetto di una vecchia lavagna di scuola su cui rimangono impressi i passaggi dello straccio che ha portato via ogni residuo leggibile della storia scritta dai numeri o dalle lettere dell’alfabeto lasciandone solo una labile traccia o un’illusione di transito o il fantasma del gesto.

Raramente si salva un occhio, un accenno di naso o un ghigno che comunque non raccontano adeguatamente l’aspetto esteriore di tali “figure”. Un compito che non si è dato Asveri e che opportunamente non viene rispettato. A lui come ai due grandi autori citati premeva ben altro: lo sguardo, che talora compare, non è quello ricercato e pertanto non va tenuto nel conto: lo sguardo vero è quello trattenuto dall’anima, riservato all’inconscio e portato alla superficie in particolari occasioni.

La “lavagna cancellata” di Asveri serve da guida per ritrovare le cifre e le frasi necessarie a ricomporre la verità, a rileggere il compito per cui si è stati interrogati. Si tratta di un passaggio importante per un artista come Gianfranco che da queste prove di escavazione interiore troverà motivazione e alimento per esplorare quello straordinario mondo della prima infanzia da tutti noi vissuto e sovente riposto nell’angolo più remoto e nostalgico dell’inconscio.

Da questi “ritratti” partirà un percorso a ritroso che lo condurrà a sondare il mistero dei nostri primi gesti, dei nostri primi pensieri che contenevano l’innata conoscenza smarrita dagli adulti e magicamente riconquistata dagli artisti toccati dalla grazia. Ne “Lo sguardo nascosto” si insinua questa premonizione; nel gesto scarno ed efficace ( che rifugge da ogni compiacimento rappresentativo ) risiede già l’anticipazione di un capitolo di sorprese da conquistare attraverso la paziente, continua ricerca del sé nascosto.

Le “figure”, deliberatamente non identificabili, annunciano in varia misura le macchie, i moduli formali, le intenzioni e le provocazioni strutturali che in seguito si scioglieranno e si trasformeranno in stupefacenti esplosioni timbriche e narrative. A costruire un divenire a ritroso che ci riconduce agli incanti della prima età dove la scoperta dell’immagine elargita dal cammino della matita su un foglio di carta equivale alla scoperta del mondo.

In questi “ritratti” Asveri sembra voler celare ancora una simile magia che sta per esplodere e si manifesterà come la liberazione incontenibile di creatività, di ritrovata innocenza, di condivisibile stupore. Possiamo già indovinare questo mondo nella “natura morta” che accompagna e chiude idealmente l’attuale sequenza per annunciare forse già il nuovo mondo: una labile fetta d’anguria si fa volto e luna per un paesaggio che invade il corpo nel disegno accennato di un sogno. Anche questo è un “ritratto”: è il ritratto di un Asveri in agguato, pronto a far esplodere un mondo interiore di gesti, di rimandi e di racconti da collegarsi a quella cultura contadina che gli appartiene e appartiene a tutti noi quando siamo capaci ancora di stupirci e di innamorarci di certe sorprese della natura e di quei comportamenti che ne sottolineano l’atemporalità o per lo meno la lontananza da certe reiterate manifestazioni dell’oggi scandite dalla esasperazione tecnologica. Non a caso Gianfranco Asveri conclude questa rassegna di opere degli anni Ottanta con una sorta di “post scriptum” che lega quella sua lontana stagione all’attuale popolata di figure e di storie che entrano ed escono dalle sue mani come abitanti di una casa che li contiene da sempre e li centellina con la preziosità del dono ricercato e assaporato da tutti coloro che entrano in felice sintonia con lui.

Dunque Asveri ha richiamato per l’occasione sulla scena quel Cicòn che sintetizza ogni personaggio dell’immaginario che ci interroga quando dobbiamo fare i conti con quella storia nutrita di leggenda in cui si riversava l’immaginario dei nostri padri e che ancora oggi riesce ad accendere la magia di certe notti immerse nel silenzio ormai dimenticato dei campi, dei boschi o riesce a scandire la lieve trafittura della pioggia sulle foglie o annuncia l’impalpabile velo della nebbia.

Il Cicòn di Gianfranco conserva simili atmosfere e le distribuisce a ventaglio come un prezioso seme nel terreno della nostra sensibilità per arricchirla di nuovi e antichi germogli, di nuovi e rinnovabili frutti. La storia di Cicòn si rivolge a un fantoccio che deve bruciare e consumarsi in un rito collettivo per poter quindi rinascere dalle proprie ceneri e donare nuova linfa vitale alla gente; questi “ritratti” di Asveri costituiscono dunque il prologo di un racconto da tramandare all’infinito per non perdere il senso delle proprie origini e di riflesso per non perdersi.

Tali caustiche od oniriche rappresentazioni conservano ed esibiscono, volenti o nolenti, l’essenza e l’impronta genetica di ciascuno di noi.

MARCO RIGAMONTI – ANNAMARIA BELLONI

| MAPPAMONDI – TOPOGRAFIE DI UN PAESAGGIO INTERIORE

Dal 12.12.2015 al 01.02.2016

 

A cosa serve una grande profondità di campo se non c’è un’adeguata profondità di sentimento?

Eugene Smith

Gli spazi profondi e silenziosi dell’Antico Nevaio della Galleria Biffi accolgono dal 12 Dicembre al 1 febbraio 2016, una selezione di lavori, recenti e più remoti, di Annamaria Belloni e Marco Rigamonti, artisti molto apprezzati nell’orizzonte della ricerca fotografica italiana.

Due percorsi autonomi ma, nel caso di questa mostra, apparentati dalla volontà di muovere dallo spazio fenomenico inteso come luogo che ci contiene, come “scena del nostro agire” e, fatalmente, del nostro sentire.

Sono lavori in cui, attraverso tragitti comunque individuali, sia Belloni che Rigamonti esplorano il proprio archetipo paesaggistico inteso come strumento che dà voce a una propria mappa interiore. Ed è, questa, una mappa che prende forma da una serie di incontri con istanti del reale, ognuno con la propria legge, ognuno con la propria voce. In Belloni, i luoghi di questo incontro possono anche essere i luoghi comuni che, fotografati, acquistano spessore, senso, capacità di rivelare.

Con essi, l’artista intreccia un dialogo affettuoso e intimo che li fa rinascere dalle loro origini umili trasformandoli in luoghi di rivelazione poetica. Ma se Belloni intrattiene con i suoi paesaggi una relazione di vicinanza, nel lavoro di Marco Rigamonti lo sguardo inverte la rotta e si fa lontano, aggrappandosi alla luce: Rigamonti agisce sulla luce e la manipola in rifrazioni che letteralmente trasformano la realtà attribuendole, a tratti, un “di più”, una qualità di extra-realtà.

Di qui l’affezione per la luminosità calcinata del paesaggio marino, in cui la tonalità dell’aria viene da un’esperienza tutta mentale. Verrebbe da dire metafisica, non fosse che il termine – abusato – potrebbe dare una connotazione troppo rigida a una poetica in realtà fluida, cangiante, mobile.

Dunque due diverse modalità di sguardo ma la medesima e comune conclusione: solo dalla continua oscillazione fra spazio interno e spazio esterno, e dal loro sottile trasmigrare l’uno nell’altro, può fiorire una autentica esperienza del mondo.

PIETRO REINA

| UNA STRAORDINARIA “VICENDA”

Dal 14.11.2015 al 06.12.2015

La mostra allestita alla Galleria Biffi Arte dal 14 Novembre al 6 Dicembre, rende conto, attraverso più di sessanta opere, fra bozzetti per scenografie teatrali, studi di interni, oli e disegni, del complesso universo poetico di Pietro Reina (Saronno 1905 – Milano 1954), artista che svolse un ruolo di grande rilievo all’interno della più raffinata cultura milanese e lombarda di primo Novecento.

Attivo dalla metà degli anni Trenta fino alla morte prematura, a quarantanove anni, Pietro Reina insegnò scenografia a Brera, Arte e Mestieri presso l’Umanitaria, fu apprezzatissimo scenografo della Scala e di altri teatri, collaborò con La Triennale di Milano e con il Ministero della Pubblica Istruzione per la redazione dei programmi dei corsi di Scenografia nelle Accademie di Belle Arti italiane.

La mostra valorizza soprattutto l’attività di scenografo o meglio di ”costruttore” di spazi poetici. Un corpus di opere in cui lo studio della geometria, la costruzione delle forme e dei volumi, l’illusione prospettica, la composizione scenografica diventano uno linguaggio espressivo e poetico a cui l’artista consegna il compito di trasmettere il contenuto del proprio mondo interiore. Si compone la figura di un artista intriso di profonda sapienza teorica, un pittore e uno scenografo mai sedotto da sperimentazioni gratuite ma, soprattutto nelle scenografie, in cristallino equilibrio fra gli spazi sospesi della coeva pittura metafisica e le nuove tendenze dell’architettura razionalista.

E straordinaria è la capacità di sintesi e di trasformazione che l’artista esprime: un universo di pareti, piani e sottili parallelepipedi si compongono in interni in cui le più geniali idee di Gropius, van der Rohe, Le Corbousier si fondono a ombre liriche e metafisiche, in un contesto di intuizioni fondamentali che, non a caso, confluiranno nell’importante attività teorica dell’artista (per Garzanti pubblicherà Leggi di Prospettiva Normale e con Ulrico Hoepli Disegno geometrico per le arti e mestieri. Stereometria fondamentale).

E, accanto, l’inesausta attività pittorica e grafica, affrontata con le tecniche più diverse, dalla tempera alla grafite, con un immaginario non privo di ironia che a tratti guarda al secondo Futurismo, a tratti al lirismo volumetrico degli anni Trenta.

SIMONE PRUDENTE

| L’INSOLITO DEI GESTI QUOTIDIANI

Dal 14.11.2015 al 06.12.2015

Vincitore del Premio Biffi, nell’ambito del Premio Cairo 2014, Simone Prudente costeggia con ironia e giocosità gli aspetti misterici della realtà, sviluppando una ricerca che va oltre il reale e che volutamente ne mette in discussione le leggi. Undici opere che spiazzano lo spettatore, e lo fanno in modo ragionato, condotte, come sono, con una scrittura colta, rigorosa, studiatissima.

L’intento è quello di intercettare e “far saltare” la superficialità culturale degli anni della globalizzazione, sempre meno idonei al tempo della riflessione.

Una collezione di riflessioni intime che riesce a raccontare valori elevati pur usando un linguaggio semplice, con immagini e parole primarie ed archetipe: un messaggio di criticità rivolto a una realtà un po’ troppo assuefatta al sacrificio del Bello.

MAURIZIO BOTTI

| LETTERE DA UN AMICO ANTICHISSIMO

Dal 14.11.2015 al 06.12.2015

La conoscenza di cui parlo non è quella intellettuale o scientifica cui siamo abituati nella nostra cultura basata sulla logica e sulla razionalità.

E’ piuttosto una conoscenza legata alle emozioni, al sentire e all’intuizione. Potrei definirla, con un linguaggio mutuato dalle tradizioni mistiche, una “conoscenza del cuore”.

Rappresentare quella scrittura su una tela o una carta, inserirla in un insieme formato da colori, materia, segni e tecniche varie, cercare un equilibrio formale, una compiutezza, è il modo che ho trovato per tentare di esprimere, con un discorso pittorico, i “messaggi” che mi giungevano da questa presenza interiore o, ciò che è lo stesso, i contenuti psichici che di volta in volta mi affioravano alla coscienza chiedendo di essere accolti e compresi.

E’ tutto racchiuso in queste riflessioni il senso del cimento di Maurizio Botti, il cui percorso artistico ha conosciuto momenti di pausa e di silenzio ma che con questo solo show nell’Antico Nevaio della Galleria Biffi, torna a esprimersi, e lo fa a gran voce.

Carte, tavole, tecniche miste su tela e su ferro, a definire una sorta di scrittura archeologica, sintassi di “alfabeti dimenticati” immaginati per dare forma a messaggi che una presenza antica gli invia. Messaggi da decodificare per annodare dei fili, per trasmettere una saggezza antica. Perché quello di Maurizio Botti non è un lavoro di rottura ma, al contrario, di ricucitura, un riannodare fili remoti per assicurare la continuità della conoscenza. Noi siamo quello che siamo grazie a un processo di trasformazione continuo che, per essere armonico, deve tenere conto del passato e questa scrittura è esattamente questo: metafora per camminare verso il futuro conservando un’anima antica.

GIONATA XERRA

| “ECCE FABULA” THIRTEEN FRAMES

Dal 14.11.2015 al 13.12.2015

Il nuovo lavoro di Gionata Xerra è composto da tredici immagini tratte dalla proiezione del video mapping “Ecce Fabula” realizzato sul Palazzo del Governatore in Ottobre 2015 Piacenza.

Queste foto non sono, in realtà, frutto della trasposizione in supporto fotografico di alcuni frames del video, ma foto specificatamente scattate in Piazza Cavalli durante la proiezione.

Esiste però una corrispondenza, invisibile e per alcuni aspetti volutamente incompleta, tra gli scatti fotografici ei frames del video.

Gli scatti, come i frames nella loro casualità, registrano istanti spesso incompiuti, uscendo da una modalità documentale per divenire interpretazione. In ogni foto agisce così la volontà di fermare un preciso momento. Uscire dal racconto animatoper entrare nella sintesi dello scatto fotografico diventa la linea portante di questo progetto.

JOSE’ MOLINA

| DEL AMOR Y OTROS DEMONIOS

Dal 17.10.2015 al 08.11.2015

Eclettico, capace di una finitezza di segno dalla precisione chirurgica e di una fantasia onnivora e visionaria, l’artista spagnolo José Molina presenta da Biffi Arte una selezione di lavori appartenenti a collezioni passate e più recenti.Ci sono i Predatores (predatori), mostri dalle fauci animalesche, ibridi spaventosi, colpevoli, sì, ma anche vittime, incisi dal segno inesorabile di Molina che tuttavia non è mai totalmente privo di uno sguardo di pietà. Ci sono gli Olvidados (I Dimenticati), con la loro sconfitta scritta sui volti orribilmente deformati. E poi ci sono le serigrafie della serie Sentimentos, dove l’amore assume le forme più varie e dove l’abbraccio è passione ma qualche volta anche prigione.

AnimaDonna, infine, è il monumentale progetto che l’artista dedica al mondo femminile: un lavoro in bilico tra pittura, disegno, scultura e installazione che vede al centro di tutto la donna, non come oggetto da contemplare, ma piuttosto come forza primitiva ferocemente legata alla terra, all’istinto, al lato più autentico e animale dell’umanità. Il progetto intero – dal quale per la mostra sono state selezionate alcune opere – si compone di 150 pezzi in totale suddivisi in 18 capitoli che trattano temi che vanno dalla maternità al sesso, alla psiche, alla spiritualità. Disegnatore superlativo quando si tratta di lavorare a matita, se affronta l’olio Molina è capace di regalargli una luminosità e una nitidezza uniche. Ma fondamentali nella fruizione del suo lavoro sono anche le cornici, che fa realizzare appositamente da artigiani o costruisce da sé.

Tra visioni di suggestione neosurrealista e immagini oniriche, figlie di una conoscenza profonda dell’uomo e dei suoi demoni, la mostra ci accompagna – opera dopo opera – alla scoperta dei recessi più profondi dell’uomo. Dei nostri desideri più segreti e delle nostre paure più inconfessabili.

Sabato 7 novembre, alle ore 18.30, è previsto il recital “Esser natura: luci ed ombre” di Pamela Antonacci, liberamente ispirato alle opere di José Molina.

Poesie, racconti e parole fluttuanti per raccontare l’anima della mostra. Protagonisti dello spettacolo saranno gli stessi visitatori, invitati, nei giorni di visita alla mostra, a scrivere su dei post it le proprie suggestioni ed emozioni. Saranno proprio queste ultime ad essere elaborate per essere messe in scena.

LEDA CALZA – LUIGI SANSONE

| ARTE AFRICANA – MASCHERE E FETICCI

Dal 10.10.2015 al 08.11.2015
Da tempi antichi, in Africa la realizzazione di oggetti di culto, maschere, feticci, statue, statuette, amuleti in legno, terracotta o leghe di vari metalli, ha costituito una componente essenziale delle culture locali, dato il ruolo fondamentale della religione e della magia presso le popolazioni del vasto continente. Alcune etnie (Senufo, Fang, Baulè, Degon, Bambara) hanno raggiunto nei secoli un tale livello di raffinatezza nella creazione di questi “manufatti” che essi da alcuni decenni sono giustamente annoverati a pieno titolo come originalissime opere d’arte. Le maschere sono tra gli oggetti di culto più diffusi e meglio noti dell’arte africana: usate nelle danze propiziatorie per un abbondante raccolto o per favorire la caccia, spesso ricorrono anche nei culti funerari e nei riti di iniziazione. Le statue antropomorfe possono essere invece rappresentazione degli antenati, o possono essere oggetti di culto associati, per esempio, ai riti di fecondità: è il caso delle statue con la rappresentazione della donna con in braccio un bambino o nell’atto di sorreggere il seno. Presso alcune etnie, come gli Ashanti del Ghana, le donne portano addosso delle piccole statuette (“bambole della fertilità”) per scongiurare la sterilità, causa di disonore e emarginazione all’interno della comunità. Tutte queste affascinanti implicazioni si intrecciano nella mostra Arte africana: maschere e feticci, allestita alla Galleria Biffi Arte dal 10 ottobre all’8 novembre, a cura di Leda Calza e Luigi Sansone: maschere rituali, pezzi di statuaria, ma anche vere e proprie rarità, come per esempio i venti “pesi” Ashanti, piccole sculture zoomorfe in bronzo a fusione unica, utilizzate fino alla fine dell’Ottocento come moneta corrente, dunque di numero limitato e ricercatissimi. In mostra più di sessanta pezzi tutti provenienti da un’unica collezione privata, a documentare una immensa passione per il continente africano e per le sue complessità. Il catalogo della mostra si avvale di un saggio introduttivo di Luigi Sansone.

VINCENZO CABIATI

| EVITA I SOUVENIR ROTTI

Dal 10.10.2015 al 08.11.2015
Di origine savonese e figlio d’arte, Vincenzo Cabiati è artista eclettico che ama misurarsi con i materiali più diversi: ceramica, vetro, bronzo, cera, combinando immagini serigrafate, still frame di video e dettagli di fotografie. Attivissimo in solo e group show dalla metà degli anni Ottanta, ha sviluppato un linguaggio multiforme e suggestivo con il quale esplora, di preferenza, i territori più profondi della coscienza. E’ il caso di Evita i souvenir rotti, in mostra alla Galleria Biffi Arte dal 10 ottobre all’8 novembre: una installazione complessa ed enigmatica, gravitante attorno al bianco snowman. Muto, attonito, candido, calato in un paesaggio-sinopia egualmente raggelato, snowman costruisce un’atmosfera algida da cui emergono souvenir dello sguardo senza (o al di là della) coscienza.

OSWALDO BOT

| LA FLORA MECCANICA

Dal 17.09.2015 al 04.10.2015

Sappiate che a Piacenza non c’è che un artista: Bot. Il Futurismo, guidato da me e dal mio caro amico Bot, sempre ha trionfato e sempre trionferà.

Piacenza, 14 dicembre 1931 Filippo Tommaso Marinetti

La Galleria Biffi Arte di Piacenza si unisce a tutta la città per celebrare Oswaldo Bot, uno dei suoi figli più geniali, struggente e appassionato protagonista del Futurismo. E lo fa scegliendo, nell’ambito della multiforme produzione di questo artista, una delle espressioni più anarchiche e poetiche: dal 17 settembre al 5 ottobre, l’area Bookshop della galleria ospiterà infatti alcuni esemplari della Flora Meccanica Futurista, i fiori visionari progettati da Bot nel 1930, pubblicati nello stesso anno ma mai realizzati. Fino a quando, nel 1986, in occasione della storica mostra veneziana Futurismo e Futurismi, curata da Pontus Hulten, Gherado Frassa, artigiano, artista, collezionista, creatore di mode, “poeta” anarchico e geniale quanto Bot, ispirandosi direttamente ai bozzetti, li ha portati alla vita. E sono nati così i Fiori di Latta, vere e proprie sculture da sessanta centimetri a due metri di altezza, realizzate interamente in ferro laccato e dipinto a mano, fedeli riproduzioni dei disegni originali di Bot. Gherardo Frassa li ha realizzati con la collaborazione dei mastri ferrai della Valcamonica creando pezzi unici e pezzi numerati: fiori meccanici, fiori veloci, forti e gentili, che ripropongono tutta la forza visionaria di Bot e la sua modernità di linguaggio sempre e profondamente congiunta all’ironia.

RENATO BARILLI

| TUTTO DAL VERO

Dal 05.09.2015 al 04.10.2015

Barilli aveva sospeso una sua attività di pittore nel 1962, dandosi esclusivamente da quel momento a una carriera di docente universitario al DAMS di Bologna, con relativa pubblicazione di saggi di storia e critica d’arte, di letteratura e di estetica, ma poi, andato in pensione nel 2010, ha sentito il richiamo della vecchia passione e vi si è rituffato, ricominciando quasi da zero, dai tempi della sua adolescenza quando faceva un’arte in apparenza molto tradizionale dedicata alla figura umana, agli interni e ai paesaggi. L’unica differenza è che ora si avvale dell’approccio fotografico consentito dai cellulari, salvando così la coscienza di sostenitore, a suo tempo, della svolta del ’68, quando appunto si negava la possibilità di mantenere un avvicinamento pittorico alla realtà sostituendolo per intero con l’immagine fredda della pellicola fotochimica, allora usata quasi in esclusiva. Ora, il suo intento è di rispettare quel responso oggettivo, rivolto a fare presa su occasioni marginali, squarci di tessuto urbano, piccole nature morte, volti di amici, o di folla anonima sorpresa sui mezzi di trasporto. E’ quasi la pratica delle “epifanie”, cioè di brani in apparenza marginali ma carichi di un sapore esistenziale, di cui ci ha parlato il grande Joyce. Ovvero si tratta di ridare consistenza, anche materica, cromatica, perfino tattile, alle immagini altrimenti troppo stereotipate consentite dal mezzo tecnologico. Barilli si avvale di una pittura a tempera su fogli di carta Fabriano, tutti suppergiù con le stesse misure. Nato nel 1935, dal 1964.

Renato Barilli ha insegnato presso l’Università di Bologna di cui ora è professore emerito. Ha al suo attivo un gran numero di saggi pubblicati nei tre ambiti del suo interesse, critica d’arte, di letteratura e di estetica. Ha collaborato a quotidiani e riviste nazionali di prestigio, ma ora per esprimersi ha solo un suo blog cui invita chi eventualmente interessato: www.renatobarilli.it.

PAOLO CAPITELLI

| VIAGGIO NEL COLORE

Dal 05.09.2015 al 04.10.2015

Con molto piacere la Galleria Biffi Arte ospita Viaggio nel colore. La ‘nuova’ pittura di Paolo Capitelli, personale di Paolo Capitelli, valente pittore piacentino, originario di Farini d’Olmo. In esposizione, le ultime sue opere, acrilici di vario formato dai colori intensi e vivaci. Nelle sue tele Capitelli parte dalla realtà ma la trasfigura, la rilegge in senso magico e spesso fortemente interiorizzato giungendo all’Informale e, talora, all’Astrazione. Ma di questi due gloriosi movimenti è rimasta solo l’apparenza perché, a ben vedere, alla fine emerge solo la personalità del pittore. Capitelli infatti sente e vive la realtà esterna con slancio, trasporto ed emozione, quasi nascesse un sentimento “panico” cioè relativo al tutto circostante. Il pittore, sia che si ispiri alle sue amate colline sia che si idealizzi un notturno o una marina, mantiene identica tensione espressiva. Insuperabili i paesaggi e gli scorci di campagna dai colori tenui e pastellati, romantici oltre modo certi notturni al chiaro di luna e gli azzurri, espressivi del mare, del cielo e per estensione di tutto quanto ci circonda.

Nelle composizioni di Capitelli non c’è lo spazio ma il sentimento dello spazio, non c’è il tempo ma il senso del fluire del tempo, non c’è la natura ma la quintessenza della natura. Nelle ultimissime tele poi il tocco diventa più nervoso, la materia più intricata e contorta, l’idea e il concetto si nascondono quasi nell’inviluppo cromatico. Forse aumentano ansie e preoccupazioni, forse il pittore fatica a seguire una realtà sempre più complessa e contraddittoria, forse Capitelli riflette il ribollire della tecnica e il maggior sommovimento sociale, forse…

ANDREA SALVETTI

| STANZE DI METALLI ORGANICI

Dal 05.09.2015 al 04.10.2015

Metto radici nella terra come un albero, con i piedi piantati sottosuolo, fermo, guardo l’orizzonte e respiro piano. Come un castagno di qualunque selva che dei frutti si scuote al vento, perde le foglie al primo freddo e ne fa di nuove al primo sole, che sta lì semplicemente quasi immobile, sto fermo anch’io e ne invidio la fotosintesi (Andrea Salvetti).

In mostra alla Galleria Biffi Arte, alcuni pezzi storici della più che ventennale ricerca di Andrea Salvetti: un repertorio di oggetti-opera che documentano il complesso intreccio di lavoro di testa e di mani (mani pensanti, come le ha definite Giampiero Mughini) che connota il suo fare.

Pioniere dell’autoproduzione, scultore-designer dalle sorprendenti invenzioni stilistiche, Andrea Salvetti si muove in uno spazio interdisciplinare fra scultura, design, architettura, performance, con uno sguardo plurale che lo porta a comprendere la complessità della materia cogliendone nel contempo il respiro poetico. Moderno Efesto, Salvetti doma i materiali più riottosi (il ferro, l’alluminio, l’acciaio, il bronzo) addomesticandoli e sposandoli a forme prese a prestito dalla natura, formidabile contenitore da cui sempre e comunque partire. Perché ciò che la natura ha fatto, lo ha fatto per bene e per sempre. Ma è gentile, questo corpo a corpo, agito per estrarre forme e significati che, alla fine del cammino di ricerca, sono di bellezza, nella struggente consapevolezza che nella semplicità delle forme della natura a volte c’è una perfezione che l’artificio dell’uomo non sa ripetere.

Un percorso complesso e coraggioso, quello di Salvetti, che lo ha portato in questi anni a realizzare numerosi progetti autoprodotti in collaborazione con gallerie di arte e design in Italia e all’estero (Dilmos, Nilufar, Moss, solo per citarne alcune). Ha partecipato alla 48ma Biennale d’Arte di Venezia, esposto al Focke Museum Bremen, alla Triennale di Milano e ha allestito mostre personali e istallazioni in eventi collettivi in molte sedi internazionali (Design Miami Basel, PAD Paris , Artefiera , ArtCurial e Sotheby’s). E’ del 2007 la monografia Terra Terra, pubblicata per Electa.

MARILENA PANELLI

| IL LATO BELLO DEL RIFIUTO

Dal 03.07.2015 al 02.08.2015
Sono frammenti della domesticità più quotidiana, quelli che Marilena Panelli raccoglie, moderna Estia, e ricompone in carte artistiche di delicata grazia: tè, polveri di cioccolato, cipolle di Tropea, cuori di carciofi, semi, noccioli, granaglie, legumi, gusci, tutto è trasformato in pigmento, impastato in carte di recupero e legato con antica cera d’api per rinascere decoro, farsi fregio. In mostra, una sorprendente selezione di queste carte, frutto dell’inesauribile (e tutta femminile) forza trasformante di Marilena Panelli.

ARTESFERA

| IL CIBO DI PC

Dal 19.06.2015 al 02.08.2015

L’associazione culturale ArteSfera presenta alla Galleria Biffi Arte una serie di opere a tema enogastronomico realizzate da artisti piacentini. Le opere, sia plastiche che pittoriche e fotografiche, offrono un percorso nella tradizione locale attraverso la rappresentazione di alcune ricette più caratteristiche.

L’esposizione vuole valorizzare il forte rapporto fra cultura ed enogastronomia, tipico del territorio piacentino, ed è accompagnata dal catalogo-ricetta, vero e proprio strumento di promozione della città e della provincia di Piacenza prima, durante e dopo Expo 2015.

Artesfera è un’associazione culturale senza fini di lucro che vuole promuovere l’interesse per l’arte, favorendo iniziative di aiuto e di sostegno alle donne, ai giovani e a tutti coloro che operano in ambito artistico e che condividono le finalità dell’associazione stessa. Dal 2004 le socie di ArteSfera hanno promosso e organizzato numerose mostre ed eventi d’arte in importanti sedi cittadine, fra le quali Palazzo Gotico, Palazzo Farnese, a Piacenza ma anche all’estero, in particolare all’Ambasciata Italiana a Strasburgo.

MUST – HEART

| CIBOH!?

Dal 11.06.2015 al 02.08.2015

In collaborazione con MUST, Museo del territorio di Vimercate e heart – PULSAZIONI CULTURALI, Vimercate, la Galleria Biffi Arte espone CiBoh!?, vera e propria ricognizione delle possibili risposte dell’arte al tema dell’alimentazione.

Il rapporto tra cibo e arti visive ha lunghe radici, che giungono fino all’antichità delle pitture parietali egizie. Elemento rituale, simbolo religioso, monito sulla caducità della vita terrena, racconto quotidiano, veicolo di denuncia sociale, ironica riflessione sull’identità contemporanea… l’iconografia del cibo ha cambiato più volte volto, mutando intenzioni e significato ma continuando ad abitare la storia dell’arte con un ruolo da protagonista.

In aria di EXPO parlare di cibo può essere scontato, a tratti persino pericoloso. Il tema è certamente sulla bocca di tutti, direi quasi inflazionato, e rischia, senza dubbio, di perdere il suo reale significato, privilegiando il culto della buona cucina e il suo immaginario da super chef televisivi o da ristoranti stellati a discapito dei molti altri importanti motivi di riflessione che esso sa suggerire.

Questa mostra è una piccola goccia in un argomento sterminato: una visione personale, e quindi parziale e soggettiva, su un soggetto iconografico straordinario, dalle infinite possibilità espressive. Gli artisti che ne sono interpreti – tra loro molto diversi per storia, personalità e linguaggio – hanno un ruolo preciso: raccontare l’identità del cibo da diverse prospettive, aprendo ciascuno una piccola-grande riflessione su cosa significa per l’umanità l’alimentazione e la sua ritualità. Ora con ironia, ora con linguaggio evocativo, ora con ascendenze spirituali, ora con una grammatica terrena, perfino dissacrante, i lavori esposti hanno il compito (arduo) di tracciare un percorso nei mondi del cibo: da quello quotidiano, concreto e tangibile a quello simbolico, trascendente e mistico; e, sebbene protagonista indiscusso sia l’alimento per eccellenza, il pane, non sono affatto esclusi dall’indagine i cibi del contemporaneo, anche quelli della produzione industriale. Un gioco in fondo molto serio, che ci ricorda il ruolo fondamentale del cibo nella nostra società, nella nostra identità, nella nostra vita.

Vik Muniz,  Martin Parr, Ugo Nespolo,  Lorenzo Pacini,  Andrea Cereda,  Armando Fettolini, Simone Casetta,  Silvia Levenson,  Fabio Eracle Dartizio,  Giorgio Donders, Michele Munno,  Silvia Cibaldi, Armanda Verdirame, Pierantonio Verga,  Andrea Ferrari Bordogna,  Roberto Fumagalli, Laura Santini.

PIETRO LEEMANN – DAVIDE OLDANI – CLAUDIO SADLER

| KITCHEN ART

Dal 11.06.2015 al 02.08.2015

Emiliano Arcelloni, Emilio Barbieri, Alfredo Barone,  Graziano Besenzi, Antonio Borruso, Alberto Buratti, Roy Caceres, Mauro Cavalet, Enrico e Roberto Cerea, Claudio Ceriotti, Stefano Cerveni, Stefano Cilia, Luca Collami, Giovanni Luca Di Pirro, Donat oEpiscopo, Pierfranco Ferrara, Andrea Fusco, Giovanni Gandino, Enrico Gerli, Fabrizio Girasoli,  Valentina Goltara, Paolo Gramaglia, Giuseppe Iannotti, Luca Landi, Pietro Leemann, Igor Macchia, Franco Madama, Cinzia Mancini; Maria Teresa Marcotti; Antonio Montalto, Davide Oldani; Paolo Pettenuzzo; Roberto Petza; Manuela Porta; Nicola Portinari; Michele Potenza; Daniele Repetti; Chiara Rizzi; Matteo Rizzo; Claudio Sadler; Mariangela Susigan; Gianni Tarabini; Fabrizio Tesse; Marcello Trentini, Daniele Usai; Valentina Varini; Samuele Zani; Patrizia Zurra;

Nata a gennaio del 2014 come pagina Facebook di RG, storica azienda specializzata nella commercializzazione di attrezzature per chef e barman, Kitchen Art si trasforma nella mostra che aprirà alla Galleria Biffi Arte giovedì 11 giugno: lanciando un vero e proprio call for entry, la pagina ha raccolto le fotografie delle migliori creazioni culinarie di chef famosi ed emergenti, provenienti da tutt’Italia. Pietro Leemann, Davide Oldani, Claudio Sadler, solo per citarne alcuni, hanno inviato le loro mise en place più creative che, selezionate, stampate e trattate come vere e proprie opere d’arte, offrono un percorso completo nella rappresentazione delle tradizioni alimentari regionali.

Ma la mostra, che naturalmente intercetta le tematiche di Expo 2015, si propone anche come ricerca indiziaria, dal momento che presenta non solo fotografie, piatti, ingredienti e tecniche di cucina, ma offre anche una serie di simboli e presenze antropologiche indicative di alcune nuove tendenze nel linguaggio del cibo e della preparazione dei piatti. Il tempo e lo spazio del cibo sono cambiati e la messa in scena del piatto è diventata luogo sinestetico per eccellenza in cui tutti i nostri sensi sono implicati, non solo quelli legati più tradizionalmente al cibo.

Ma il preparare e mettere in scena un piatto deve anche essere espressione di un sapere replicabile, senza segreti: la cucina è un sistema democratico, al quale tutti, conoscendo le regole, dovrebbero essere in grado di accedere. Il catalogo presenta il repertorio completo dei piatti fotografati ed esposti in mostra, e il riferimento allo chef autore. Il testo offre un contributo di Aldo Colonetti, curatore del progetto, e di Alberto Capatti storico della cultura alimentare ed emerito Rettore dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo.

ALDO COLONETTI

| DESIGNED TO BE USED (AND RE-USED)

Dal 11.06.2015 al 01.07.2015

Due aziende italiane per eccellenza che danno qualità al quotidiano:

Fratelli Guzzini

Fratelli Guzzini, azienda storica nata nel 1912, ha collaborato con i più importanti designer internazionali, facendo interpretare tutte le fasi e tutti gli strumenti legati al rito alimentare, privilegiando il proprio materiale tradizionale: le materie plastiche. Presente nei maggiori mercati internazionali, è stata protagonista del progetto Food Design Guzzini, al quale hanno partecipato più di 300 architetti e designer provenienti da tutto il mondo. Qui abbiamo alcuni esempi di prodotti, riconoscibili rispetto alle specifiche funzioni ma anche ambasciatori del Made in Italy.

TVS

Dal “crudo al cotto”, ovvero il passaggio fondamentale dalla “natura alla cultura”, come scrive il grande antropologo francese Claude Lèvis-Strauss. TVS, azienda leader nella produzione di pentole, da sempre dialoga con i designer. Qui abbiamo due esempi: Terra di Matteo Thun, e Maestrale di Alberto Meda, a dimostrazione che anche un oggetto, sempre rimasto uguale dalla notte dei tempi, può essere interpretato da grandi progettisti, a condizione che ne sia rispettata la funzione fondamentale: cuocere nel segno della cultura alimentare.

ADRIANO PEROTTI – CAMILLA BIELLA – FRANCESCO COVATI – FRANCO MERLI – GAETANO DAMASI – GIOVANNI CALORI – MARCO RIGAMONTI – MARISA VIA – PATRIZIO MAIAVACCA – SAMANTHA VENEZIANI

| CAMERE CON CIBO

Dal 07.05.2015 al 07.06.2015

Mostra fotografica del Gruppo Fotografico Ideaimmagine:

Adriano Perotti, Camilla Biella, Francesco Covati, Franco Merli, Gaetano Damasi, Giovanni Calori, Marco Rigamonti, Marisa Via, Patrizio Maiavacca, Samantha Veneziani

Puntualmente, come ci hanno piacevolmente abituato in occasione di Omeofest, il festival internazionale dell’omeopatia, gli autori del Gruppo Fotografico Ideaimmagine tornano a offrirci la loro personalissima interpretazione fotografica a tema. E se questa edizione non poteva che essere sul cibo, mai come quest’anno i fotografi di Ideaimmagine hanno esplorato una grande varietà di situazioni e tecniche, con la consueta bravura e inventiva, lasciando al pubblico tanti interessanti motivi per ritornare e soffermarsi, con tempo meditato, sulle loro invitanti immagini.

In bilico tra passato e presente è la ricerca intrapresa da Adriano Perotti, che ci regala un portfolio dal titolo 1965-2015, variazioni sul cibo, un excursus fotografico sul mutare delle abitudini alimentari degli ultimi cinquant’anni. Suggestive immagini sinestetiche racchiudono, in cinque intensi scatti, i momenti della giornata dedicati al cibo, confrontando i gesti del quotidiano disatteso dalla frenesia odierna del consumo.

Per Camilla Biella, che ha documentato il processo di trasformazione del pomodoro in salsa, tutto appare come una sequenza celebrativa carica di crescente pathos, dove un rosso ematico impregna un candido telo. Il titolo è chiaramente evocativo: Deposizione, riferito a quel telo-sudario che si plasma sugli oggetti, caricandosi di densi significati sacrali sui frutti della terra nati per nutrirci.

Con Francesco Covati si apre uno sguardo ai risvolti alchemici del rapporto cibo e corpo: la sua interessantissima raccolta intitolata Signatura Rerorum, coniuga immagini tanto essenziali quanto recondite. Tutto è legato alla simbologia della segnatura studiata da Paracelso, secondo la quale esisterebbe un legame benefico tra i cibi naturali e le parti del nostro corpo a essi somiglianti. Il fotografo affida alla luce la forza trasmutatrice di questa filosofia, interpretandone magistralmente i significati.

Sono invece le geometriche composizioni di potagerie che hanno attirato lo sguardo del bravo Franco Merli, che nel suo lavoro ci propone autentiche astrazioni caleidoscopiche, deliziosamente giocate su forme e colori che non ci aspetteremmo da semplici verdure, troppo spesso viste prettamente nelle loro utilitaristiche funzioni alimentari.

Con Cucina di casa, Gaetano Damasi è volutamente rimasto chiuso (al sicuro?) tra le pareti domestiche delle nostre cucine, con immagini in bianco e nero che raccontano di visioni intimiste, fatte di piccoli attimi e gesti abituali della quotidianità domestica, intenti a preparare alimenti rigorosamente fatti in casa, come la pizza nella teglia o il caffè con la moka.

Nelle fotografie di Giovanni Calori la lotta è impari. E non potrebbe essere altrimenti, visto che i soldatini protagonisti di 1:72 sono effettivamente settantadue volte più piccoli delle situazioni che si trovano ad affrontare. Poco importano le sorti delle incruente battaglie: le scene incombono sospese nel tempo e, con disarmante ironia, strappano a chi le osserva un sorriso (e forse più di una riflessione) sul conflittuale rapporto tra noi e il cibo.

Dacci oggi.. di Marco Rigamonti racconta attraverso i visi, gli sguardi e i gesti dei protagonisti, le storie di chi è costretto a ricorrere alla Mensa della Fraternità di via San Vincenzo, mostrando come dietro a queste tristi esperienze di vita si possa comunque trovare dignità e personalità nonostante la necessità di fare affidamento sull’amore del prossimo per ricevere il pane quotidiano.

Marisa Via si è confrontata con la compulsività di chi fotografa ciò che sta per mangiare, postandone in tempo reale le foto sui social network. Questa moda, dal nome evocativo di Food Porn (come il titolo di questa serie fotografica), altro non è che l’ultima desacralizzazione del rapporto tra corpo e cibo, entrambi divenuti spettacolo da esibire prima che nutrimento conviviale e spirituale alimento dell‘anima.

Come in una proustiana ricerche, Patrizio Maiavacca fotografa scene di vita domestica, dove gli anziani genitori del fotografo vivono circondati dai propri oggetti, tra cui Il Libretto Rosso delle Ricette, che dà il titolo alle immagini. Il risultato è un reportage sentimentale velato di melancolia, a tratti stemperato da amara dolcezza, ossimoro sul tempo lento della memoria, che oggi ha lasciato il posto a piatti pronti e cibi già preparati.

Nei dittici di Samantha Veneziani, che hanno come intrigante titolo Mangio dunque sono, bisogna leggere di là dei dichiarati stereotipi e l’ironia garbata delle sue curate fotografie per cogliere la vera riflessione profonda cui la fotografa ci guida: autenticità e identità sono somiglianze casuali? Parlano soltanto di una scelta alimentare o anche di un vero e proprio stile di vita? La questione è aperta.

www.omeofest.eu

www.ideaimmagine.tk

facebook.com/gruppoideaimmagine

ROSALIA RABINOVICH

| STELLA ROSSA

Dal 29.04.2015 al 07.06.2015
La Galleria Biffi presenta, per la prima volta in Italia, l’opera di Rosalia Rabinovich (Kiev, 1895 – Mosca, 1988), una delle più originali e meno conosciute interpreti della propaganda sovietica. In una raccolta inedita di 90 disegni, realizzati dal 1930 al 1938, la Rabinovich racconta i miti, i simboli e i protagonisti dell’era staliniana. Rosalia Rabinovich, nata in una famiglia di artisti, lavora negli anni tra la fine dell’epoca più rivoluzionaria delle avanguardie, e l’annuncio e il pieno sviluppo del Realismo sovietico. La pittrice testimonia il passaggio tra le due epoche e fonde con originalità entrambi i linguaggi, riunendo nei colori primari della sua opera, il rosso, il nero e l’oro, il dinamismo costruttivista e la propaganda di Stalin. E’ un’epoca in costruzione, e Stroim! (costruiamo) è la parola d’ordine che riecheggia tra ciminiere, treni in corsa, ingranaggi, torri del Cremlino, gru, scavatrici, bandiere e naturalmente stelle rosse. Nel progetto di creazione di questo mondo dal “radioso avvenire” tutti sono coinvolti: i padri della patria, da Lenin a Stalin, le giovani leve, dai pionieri ai ragazzi del Komsomol, e gli eroi, dagli operai alle kolchoziane, dagli aviatori alle nuove donne sovietiche. In una scenografia grandiosa, in un’esaltazione eroica della geometria, le ciminiere salgono al cielo, Lenin indica la via, gli aerei e i dirigibili volano da un capo all’altro dell’Unione Sovietica, Stalin annuncia i piani quinquennali, i pionieri suonano i tamburi, i paracadutisti si lanciano coraggiosi, i trattori e le scavatrici conquistano nuove terre, e le locomotive, simbolo della civiltà delle macchine, uniscono in poche ore Mosca e Leningrado. A cantare quest’epopea di muscoli e ingranaggi è una donna minuta, timida, sorella di Isaac Rabinovich, uno dei più importanti scenografi del Bolshoi. Insieme studiano a Kiev negli atelier di Alexander Murashko e di Alexandra Exter. Insieme arrivano a Mosca sull’onda della Rivoluzione. E a Mosca Rosalia si iscrive alla classe di pittura di Robert Falk nella prestigiosa scuola del Vhutemas. Sotto l’ala del fratello, che la protegge ma le fa ombra, la Rabinovich realizza una serie di disegni per tessuti, manifesti di propaganda, pubblicità per i magazzini GUM, e ancora bozzetti per diplomi ed onorificenze di partito. Nel 1933 entra come insegnante nella “Casa centrale dell’educazione artistica per i bambini”. Nel 1937 le opere dei suoi allievi sono esposte all’Expo di Parigi e poi nel 1939 alla World’s Fair di New York. Dopo la guerra, nel 1948, partecipa alla costruzione del Palazzo dei Soviet. Dagli anni ’50 insegna nell’atelier di pittura per bambini presso la “Casa dell’Architettura di Mosca”. Dopo la morte di Stalin, si dedica a temi più sentimentali e intimisti. Scompare il rosso ed emerge una tavolozza di colori tenui e delicati. Nei suoi novantatré anni di vita, Rosuchka, come veniva chiamata in famiglia, ha visto la fine della dinastia degli zar, la rivoluzione bolscevica, la nascita dell’Unione Sovietica, la morte di Lenin, l’ascesa di Stalin, gli anni del Terrore, le purghe, le deportazioni – uno dei suoi fratelli, Naum, ingegnere, verrà deportato a Norilsk – quindi la guerra, l’evacuazione in Turkmenistan, il ritorno a Mosca, la morte di Stalin, il primo disgelo, la stagnazione brezneviana e l’arrivo di Gorbaciov. Alla fine dello Stalinismo, il materiale di propaganda viene nascosto da Rosalia Rabinovich nella sua abitazione, presso la komunalka al n.17 di Ulitsa Staraya, a Mosca, dove l’artista ha vissuto dal 1929 al giorno della sua scomparsa, il 4 febbraio 1988. Soltanto dopo la sua morte, i disegni degli anni ’30, affidati a un nipote, sono tornati fortunosamente alla luce.

FRANCESCO FERRARI

| I GRANDI REGISTRI DEL ‘900

Dal 29.04.2015 al 07.06.2015

Francesco Ferrari possiede un immaginario fortemente influenzato dal cinema e dal fumetto e la sua produzione artistica presenta un’immediatezza di tratto che molto lo avvicina alla cartellonistica. La mostra propone una serie di ritratti dei grandi maestri del cinema mondiale, riconoscibili anche attraverso gli attori e le scenografie che ne hanno caratterizzato i film più famosi Un modo per far conoscere al pubblico i volti, le espressioni, l’abbigliamento, gli atteggiamenti tipici di registi dei quali spesso si conosce solo il nome, offrendo a chi guarda, come in un gioco, piccoli indizi legati ai loro film. Francesco Ferrari non è nuovo a esperimenti di questo genere: oltre ai grandi registi del Novecento, negli ultimi anni ha realizzato una serie dedicata ai grandi pittori e scultori del ventesimo secolo e, in occasione delle celebrazioni per il Ventennale dell’Ordine degli Architetti di Piacenza, una serie sui grandi architetti del passato.

Francesco Ferrari pittore e scultore, vive e lavora a Piacenza. Dopo aver frequentato l’Istituto d’Arte “F. Gazzola” a Piacenza, si diploma all’Istituto d’Arte “P. Toschi” a Parma, e frequenta il corso di scultura del Prof. Marino Marini all’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano. Oltre alle mostre personali, ha partecipato a numerose collettive e molte sue opere sono esposte presso le sedi di diverse società, fra le quali la Paver (Piacenza), la Cargill Italia (Milano). Altre opere sono presenti a Casa Illica a Castell’Arquato (PC) e negli uffici della Galleria d’Arte Moderna “Ricci Oddi” a Piacenza.

MIRTA CARROLI

| LO SPLENDORE DEL FRAMMENTO

Dal 29.04.2015 al 07.06.2015

Dal 29 aprile al 7 giugno l’Area Bookshop della nostra Galleria accoglierà una bella collezione di gioielli realizzati da Mirta Carroli. Scultrice di origine ferrarese, dal 1990 coltiva l’arte dell’oreficeria, creando gioielli dalle forme pure, con metalli preziosi sposati a frammenti di maioliche faentine di casa, risalenti al sedicesimo secolo. Ridisegnata in geometrie nuove, la maiolica antica smarrisce il suo essere stata strumento del quotidiano ma di quella remota identità conserva il fascino, e diventa frammento splendente, impreziosito da pietre dure, coralli, perle, cristalli. In tempi di grande smemoratezza, i gioielli di Mirta Carroli sono un vero e proprio “antidoto contro la dimenticanza”.

ANDREA BOYER – GIANLUCA CHIODI – CHRISTIAN CREMONA – GIULIA RONCUCCI – FIORENZO ROSSO

| CAMERA PICTA

Dal 28.03.2015 al 26.04.2015

Apre sabato 28 marzo a Piacenza, da Biffi Arte Camera Picta, un’originale riflessione sulla fotografia pittorica contemporanea, attraverso il lavoro di cinque artisti, che per la prima volta sono posti a confronto: Andrea Boyer, Gianluca Chiodi, Christian Cremona, Giulia Roncucci, Fiorenzo Rosso.

Cinque ricerche profondamente diverse tra loro, che trovano un punto di riferimento nel rapporto con la pittura. Sono cinque artisti appartenenti a diverse generazioni che hanno con il linguaggio fotografico un rapporto personale ed autonomo, ma che sono qui riuniti in virtù di un interesse e di una scelta comune. Viene spontaneo fare un riferimento al Pittorialismo fotografico, un movimento che si colloca alla fine del XIX secolo, i cui massimi protagonisti sono Alfred Stieglitz ed Edward Steichen. I Pittorialisti hanno tentato di elevare, attraverso un sapiente utilizzo della tecnica, la fotografia al livello della pittura. Qui, ovviamente, la finalità è diversa. Sono passati più di cento anni e la fotografia viene riconosciuta come un’arte a tutti gli effetti.

Di Gianluca Chiodi (1966) sono in mostra lavori dalla serie Opere al nero (2003-2010) realizzata con encausto e fotografia su tela, in cui il riferimento è a certa drammatica pittura barocca, in particolare al Caravaggio. Un chiaro rimando alla pittura del grande maestro lombardo, in particolare alla sua Medusa, è anche nel lavoro del giovane Christian Cremona (1985).

Di sapore metafisico sono le nature morte di Andrea Boyer (1956), in cui gli oggetti sono ripresi analiticamente. Protagonisti della sua ricerca sono il tempo e la luce, naturale, che definisce i soggetti ritratti in modo analitico e penetrante. Nei lavori di Giulia Roncucci (1982) è evidente una radice pittorica, in particolare un riferimento a de Chirico, che non è mai citazione, ma è l’esito di uno studio approfondito che non si limita a un riferimento di natura estetica.

Il rapporto con la pittura sia da un punto di vista tecnico che speculativo è importante per Fiorenzo Rosso (1955), che da oltre trent’anni sperimenta in tal senso. Nel suo lavoro la pittura è riferimento iconografico, poetico, ma anche linguistico. La sua è una profonda riflessione sul senso dell’espressione artistica, che si pone come una sorta di collegamento, tra passato e presente senza soluzione di continuità.

La mostra è accompagnata da un quaderno con un testo della curatrice della mostra, la storica dell’arte Angela Madesani.

JEAN DUBUFFET

| LITOGRAFIE, LIBRI D’ARTISTA, DISCHI E MANIFESTI 1944-1966

Dal 21.03.2015 al 26.04.2015

La Galleria “Biffi Arte” di Piacenza ha il piacere di presentare un evento straordinario, inedito per l’Italia. Per la prima volta nel nostro paese una mostra interamente dedicata alla ricca produzione grafica e ai libri d’artista di Jean Dubuffet (Le Havre 1901 – Parigi 1985), l’inventore del concetto di art brut, uno dei principali esponenti della pittura informale e profondo indagatore della materia. Il percorso espositivo, curato da Michele Tavola, passa in rassegna in modo esauriente e, per alcuni aspetti, assolutamente completo, la produzione litografica del periodo “materiologico”, dal 1944, ovvero quando Dubuffet viene ufficialmente salutato come pittore, al 1963, quando si chiude un ciclo. Tutte le opere esposte provengono da una collezione privata lombarda che, per quanto concerne la grafica di Dubuffet, in Italia non trova eguali nemmeno nelle più importanti raccolte museali.  Dubuffet è stato l’artista che, nel XX secolo, ha affrontato la tecnica litografica in maniera più innovativa e sperimentale, raggiungendo esiti imprevedibili. Il suo interesse per l’illustrazione libraria è paragonabile solo a quello di Picasso, Chagall, Miró e Rouault.

L’esposizione si apre con due fondamentali capolavori, due libri realizzati tra il 1944 e il 1945: Matière et Mémoire, composto da trentaquattro litografie, e Les Murs, che comprende quindici fogli. Seguono altri importanti libri d’artista quali Elégies, Ler dla campane e La Métromanie. Dal 1953 al 1958 si sviluppa il periodo degli Assemblages d’empreintes, tra cui spiccano nel percorso espositivo splendidi e rari fogli quali Le chat furieux, Le braconnier, Les défricheurs, Feuillages à l’oiseau e Jeux et travaux. Tra il 1958 e il 1962 eseguì la fondamentale serie dei Phénomènes, che rappresenta la più approfondita e impressionante ricerca di Dubuffet nell’ambito dell’informale. A partire dal 1962, rielaborò e riutilizzò le trame astratte e le textures dei Phénomènes per comporre gli straordinari Reports d’assemblages, tra i quali si possono ammirare capolavori come Le guerrier, Personnage au costume rouge, Le noctambule e L’homme au chapeau. Agli stessi anni risalgono imprescindibili libri d’artista, tra cui ricordiamo almeno Le Mirivis des Naturgies e La lunette farcie.

La retrospettiva promossa dalla Galleria “Biffi Arte” di Piacenza raccoglie buona parte dei libri da lui illustrati, importanti litografie tirate in un numero limitato di esemplari, rarissime prove di colore e prove di stampa che svelano il complesso processo creativo elaborato dall’artista. Inoltre, si potrà ammirare una sezione documentaria con manifesti originali e con i sorprendenti dischi da lui incisi.

SILVANA LEONARDI

| IL GRANDE GIOCO

Dal 21.03.2015 al 26.04.2015

Silvana Leonardi ha creato un contesto complesso, una densa costruzione di insiemi di immagini, che tutte insieme costituiscono un vero e proprio evento nella forma della installazione, cui l’artista crede profondamente dandone però una versione molto personale.(…) La Leonardi ha messo a punto, in anni di lavoro capillare e molto appassionato, una tecnica che le consente di disgregare l’immagine, sia pur entro i limiti della riconoscibilità, mantenendone, però, tutta la forza e l’evidenza della verità o del ricordo. Ma i due termini, verità e ricordo, non sono qui contrapposti come capita sovente in altre esperienze creative; sono, al contrario, reciprocamente integrate così che quando l’artista lavora sul piano dell’evocazione niente si perde della sua presenza nel concreto del reale. Un reale, verrebbe da dire, tenuto a bada. Così scrive Claudio Strinati a proposito dell’installazione Il Grande Gioco, già presentata a Monaco di Baviera presso la Drissien Galerie.

Il Grande Gioco chiede di potere essere guardato e interpretato non in un unico, ma in più modi. E’ stato disposto così, ma come nel gioco cui si ispira avrebbe potuto avvenire anche in tanti altri modi, variando all’infinito la disposizione degli elementi che lo costituiscono.

Le figure dipinte sulle sei facce di ognuno dei 20 cubi in legno, come una sola moltitudine di soggetti individualmente multipli, creano una scultura modificabile ispirata sia alla dottrina induista della puodarsità, sia alla teoria del caso e del gioco nella cultura occidentale – da Eraclito a Schopenhauer, da de Saussure alla Kristeva, sia all’opera di quegli autori che da Mozart fino a Cortàzar, attraversando Mallarmé e le avanguardie, hanno a vario titolo e con diversi esiti “giocato” con l’hasard.

Che siano figure marginali o bambini vittime di ingiustizie, come Iqbal Masih, o icone della pubblicità o premi Nobel o scrittori (Joseph Rotblat, Muhammad Yunus, Mohamed ElBaradei, Nadine Gordimer, Julio Cortàzar, Arundhati Roy, Murakami Haruki, Suketu Mehta) , o donne impegnate a restituire dignità, diritti e speranza alle donne (Malalay Joya, Aung San Suu Kyi, Shirin Ebadi, Rigoberta Menchù, Shinto Hellar, Wangari Maathai, Niki Karimi), ogni segno, ogni colore, ogni trama dei volti dei protagonisti di queste favole metropolitane diventa racconto essendo pittura. Si tratta quindi di un’opera pittorica articolata e costruita nello spazio che, oltre a distinguersi per la coerenza e la purezza del codice linguistico ed espressivo, per l’originalità dell’impianto, per la flagranza delle immagini e dei loro movimenti nello spazio, infonde significato, unità e coesione interna alle molteplici sequenze e relazioni con cui, continuamente, si costruisce e decostruisce. Ogni faccia di ognuno dei cubi può leggersi sia come immagine in sé conclusa e risolta, come una piccola opera, di per sé godibile nella sua complessità e nel suo essere opera picta, sia come elemento di un insieme che nell’intersecarsi e diversificarsi di segni, e quindi di significati e di molteplici piani di lettura, trova la sua più profonda ragion d’essere e la sua finalità.

ADELE-C

| SIGN COLLECTION

Dal 21.03.2015 al 26.04.2015
Dal 21 marzo Adele-C arricchisce la Galleria Biffi Arte con pezzi della Sign Collection, la rassegna/serie che raccoglie il lavoro di autori contemporanei chiamati da Adele Cassina a sviluppare il potenziale espressivo dei materiali e degli oggetti per proporre esemplari in limited edition. Un ritorno alle origini quindi: Adele-C nasceva nel 2006 proprio per stringere collaborazioni con artisti per creare pezzi unici contaminati dalla passione visionaria e dal savoir faire tipico del design italiano, ambiente in cui Adele Cassina era cresciuta. Da lì, un lungo percorso che ha portato ad affiancare al lavoro degli artisti, la progettualità di eccellenti designer che hanno dato vita alla Design collection (per una produzione seriale). Un appuntamento importante (fino al 26 aprile), primo di una serie che seguirà nel corso dell’anno (il prossimo a Milano durante la Design Week) per portare piccoli capolavori – siano essi della collezione Sign o Design – rifiniti da abili artigiani nelle gallerie più prestigiose in tutta Italia. Un omaggio dovuto, atto di riconoscenza agli artisti che per Adele-C hanno dato forma ad oggetti di raro equilibrio e bellezza. Per questo primo rendez-vous, un ospite d’eccezione: la Galleria Biffi Arte di Piacenza. Una scelta non casuale, un connubio inevitabile: Biffi Arte è stata creata nel 2009 dal Presidente di Formec Biffi, azienda del settore agroalimentare che da sempre rivolge particolare attenzione al mondo dell’arte, e che considera l’arte un valore da difendere. Proprio come fa Adele-C con la sua produzione. I pezzi che troveranno ambientazione presso la Galleria Biffi sono lo scrittoio Victor che scaturisce dalla ricerca dell’artista Mario Airò, orientata ad aprire gli spazi mentali che oggetti e luoghi generano quotidianamente e i vasi ‘Janet e Jackson’ di Miltos Manetas che raccontano una storia degli anni ’40, di pittori e della New York di Peggy Guggenheim. VICTOR Victor nasce dalla ricerca dell’artista Mario Airò, orientata ad aprire gli spazi mentali che oggetti e luoghi generano quotidianamente. Dopo diverse opere create intorno allo “studiolo” dell’umanista come scrigno di cultura e sogni, Airò realizza questa scrivania. Victor racchiude in sé la memoria dell’infanzia e del banco di scuola, il richiamo alla concentrazione, e la capacità di astrazione e dialogo con le proprie passioni. Al centro del tavolo si materializza una piccola magia: una sorta di ologramma che vuol dare fiducia a intuizione e incanto. JANET e JACKSON I vasi Janet e Jackson sono l’occasione per raccontare una storia degli anni ’40, di pittori e della New York di Peggy Guggenheim. Punto di partenza è il dripping, tecnica pittorica storicamente collegata a Jackson Pollock, che in realtà ha origini più ampie, riconducibili al circuito di artisti europei appartenenti alle avanguardie storiche. Tra di loro, Janet Sobel ha la biografia meno nota e l’opera stilisticamente più vicina al maestro americano. Iniziò la sua carriera artistica nel 1937, e già nei primissimi anni ’40 componeva i suoi quadri astratti ricoprendo la tela con il colore sgocciolato dall’alto. Per lei gli anni ’40 furono anni di maggiore visibilità, grazie ad alcune mostre in cui espose le sue tele più note – Music e Milk Way – riconducibili al più tardi al 1944 e al 1945 e già piena espressione del suo stile. Di lei si accorse la Guggenheim, che nel suo gran giro di artisti, collezioni, gallerie e mostre, ne espose l’opera nel 1944 presso la sua galleria Art of This Century. Il critico Clement Greenberg scrisse del suo lavoro nel 1946 come primo caso di all-over painting, che influenzò in maniera specifica Jackson Pollock, al quale successivamente – 1947 – venne attribuita la paternità del dripping, tecnica che si basa appunto sullo sgocciolamento del colore dall’alto sulla tela. Lo scarto di qualche anno stabilisce oneri e onori, restituisce alla storia la giusta cronologia, e descrive le due estremità di un mondo che incredibilmente sembra collegare le biografie più note con le esperienze apparentemente marginali della storia. L’artista greco Miltos Manetas ha concettualmente allargato i confini di proprietà della tecnica del dripping traducendola in un’applicazione web sul sito www.jacksonpollock.org. Nell’epoca di internet, il lavoro di Manetas fa riflettere sulla cultura come risorsa aperta, che incrocia continuamente ambiti commerciali e nicchie di ricerca e che identifica l’arte come espressione della potenziale connettività tra persone, idee, stili e intuizioni.

ROBERTO FANARI

| ALTRI PAESAGGI

Dal 21.02.2015 al 15.03.2015

Apre sabato 21 febbraio a Piacenza, da Biffi Arte il nuovo capitolo della ricerca artistica di Roberto Fanari.

Reduce da un importante ciclo di mostre che lo hanno visto partecipe, a partire dalla prestigiosa Basilea per culminare con l’elegante e cosmopolita arte fiera Realism di Amsterdam, Fanari ha anche recentemente avuto il riconoscimento di una personale alla Deleen Art di Rotterdam.

Il titolo Altri Paesaggi, indica l’ampliamento dell’inesausto percorso di sperimentazione linguistica e tecnica intrapreso da Roberto Fanari, percorso che lo ha portato a esplorare le tecniche artistiche le più diverse, dalla scultura alla pittura, dalla fotografia alla tridimensionalità  visiva.

Dalla ceramica al marmo, passando per il bronzo e l’alluminio, la finalità dell’artista è sempre quella di esperire nuovi percorsi percettivi, che coinvolgano lo spettatore in un’esperienza partecipativa.

Le dinamiche di percezione, di partecipazione sensoriale che scuotono lo spettatore dalla passività visiva, sono veicolate in questo caso da un’intensa ricerca estetica incentrata su un genere pittorico secolare.

Il paesaggio, un genere che ha sedimentato nel corso dei secoli le evoluzioni del gusto, della percezione e delle modalità di rappresentazione, ma anche di memoria e identità, diviene il laboratorio di sperimentazione per Fanari.

Il percorso di sperimentazione è anche sostenuto da una vis etica che rappresenta una lotta contro la pioggia d’immagini con cui la società dei mass media ci sommerge ogni giorno.

Anche in questa mostra, le opere traggono spunto da immagini prelevate dall’immenso repertorio offerto dalla storia dell’arte, fonti iconografiche note che non mirano a stupire ma diventano strumenti perfetti di ricerca percettiva, depurati dalla loro originalità.

Incisioni che attraverso i secoli hanno offerto una visione ideale del paesaggio, un processo artificiale di costruzione della bellezza composto attraverso la selezione e ricombinazione di elementi naturali d’eccezione.

Ed è proprio attraverso questo percorso accurato – spesso maniacale – di selezione, prelievo e ricombinazione che Fanari costruisce la sua calcolata balistica visiva, per produrre immagini cariche di senso, veri e propri dispositivi visuali che costringono lo spettatore a costruirsi il proprio soggettivo percorso di riflessione e percezione.

Un percorso che è anche un processo di depurazione dalla pervasione iconica dei mass media, costituita da immagini destituite di fondamento semantico e percettivo.

Questo progressivo processo di decantazione degli elementi decorativi e spettacolari, raggiunge in questo nuovo “episodio” un traguardo degno di nota, suggellato da una coraggiosa esplorazione delle declinazioni del bianco, simbolo e motore dell’annullamento della visione

Annullamento solo superficiale, perché è solo perdendo contatto con la omni-visione, con il cinemascope e la realtà aumentata per tornare a una visione che è ricerca di senso e di una geografia percettiva originale, che si restituisce allo sguardo la sua vera funzione.

Fanari continua con la sua opera ad alimentare questo sguardo innocente e originale, mai gratuito ma alla fine estremamente gratificante.

MAURIZIO CAVALLONI

| DISEGNI DI LUCE

Dal 21.02.2015 al 15.03.2015
La Galleria Biffi Arte di Piacenza ha il piacere di presentare di SEGNI di LUCE, trenta stampe fotografiche che colgono il momento di maggior felicità nella ricerca informale del fotografo Maurizio Cavalloni. Un artista sotto al cui sguardo la materia dell’esistenza si fa altro.

In molti hanno scritto di lui e, fra le tante, due testimonianze d’eccellenza:

Fu con il “segno “del maestro fotografo Gianni Croce che Maurizio Cavalloni allora, suo ragazzo di bottega, assorbì la tecnica e lo spirito. Queste sue immagini scandiscono il “non finito” come fermento transitorio. Forma e colore si rincorrono in una susseguirsi di fuochi di luce. Immagini che inquadrano spunti della natura unita al mondo dei sensi tra visibile e invisibile.

William Xerra

“Si licet parva componere magnis”, potrà rivelarsi di estremo interesse dilatare le vibrazioni cromatiche che la materia nasconde e isolarle in nuclei armonici. L’agglomerato naturale ha il vantaggio delle “cose “messe a insieme dal caso, senza l’arbitrio dell’uomo.

Allievo di Bertucci e di Callegari al Gazzola, educato all’arte fotografica da Gianni Croce, Maurizio Cavalloni con sensibilità di pittore, va oltre l’orizzonte dell’obiettivo, con l’occhio fervido della curiosità e della fantasia.

Queste fotografie, ottenute con la sollecitazione del gioco, con la sottile soddisfazione del piacere, di un piacere che dà piacere, sono degne di competere con i migliori risultati dell’informale.

Ferdinando Arisi

Maurizio Cavalloni è stato negli anni Sessanta, per un quinquennio allievo dell’Istituto Gazzola di Piacenza con maestri come Bertucci e Callegari e durante l’estate frequentava lo studio fotografico che Gianni Croce aveva fondato nel 1921. Ancora oggi, Maurizio Cavalloni riconosce in Gianni Croce il suo maestro, che lo iniziò all’arte della fotografia, assumendolo poi nel 1970 e cedendogli nel 1976 lo studio fotografico con il suo patrimonio di immagini che attraversano metà del XX secolo. Negli anni ottanta aveva associato allo studio il sensibile fotografo Franco Pantaleoni, prematuramente scomparso,  sviluppando non solo la fotografia commerciale e di cronaca, ma anche – sull’insegnamento di Croce – il gusto per l’interpretazione dell’immagine. Negli anni ha aggiunto al corposo fondo storico Croce e a quello personale, numerosi archivi fotografici che nel 2007 gli hanno permesso di creare l’associazione “Museo per la Fotografia e la Comunicazione Visiva di Piacenza’’, allo scopo di raccogliere, catalogare e salvaguardare l’ingente patrimonio di immagini della città di Piacenza e della sua provincia impedendone la dispersione e permettendone l’uso alla collettività. Oggi, conduce ancora lo Studio Croce, e con le sue numerose pubblicazioni è tra i protagonista della vita culturale di Piacenza, riconosciuto custode della sua memoria fotografica.

JOE COLOSIMO

| MINOU IL FILO AMICO

Dal 14.02.2015 al 15.03.2015

La capacità di Joe Colosimo di dare espressione con pochissimi e misurati tratti al piccolo Minou che, secondo lo stato d’animo dell’artista, diventa improvvisamente allegro, triste, pensieroso è sbalorditivo. Il personaggio di Joe ricorda vagamente “La Linea”, creata dal grande fumettista Osvaldo Cavandoli. Ma se La Linea era molto ironica, dispettosa e talvolta prepotente, Minou inveceè un personaggio che fa della dolcezza la sua arma vincente.

La mostra è arricchita da un laboratorio didattico realizzato in collaborazione con il Teatro Gioco Vita, che sarà aperto alle classi delle scuole dell’infanzia e primarie durante la settimana. Le famiglie, invece, potranno partecipare ogni domenica dalle ore 15.

RICCARDO SVERZELLATI

| CROP ART

Dal 14.02.2015 al 15.03.2015

Galleria Biffi Arte arricchisce l’offerta espositiva ospitando nel proprio Bookshop alcune creazioni di Riccardo Sverzellati: architetto di formazione, Sverzellati ha messo la sua sapienza dei materiali al servizio del design del gioiello, e ha creato In-Perfetti, una originale variazione della fede di nozze e di fidanzamento. I due anelli vengono forgiati uniti in modo da formare il simbolo dell’infinito, ma nell’atto del matrimonio vengono “spezzati” per consentire agli sposi di indossarli. Poiché casuale, la rottura rende ogni anello unico e il simbolo dell’infinito (evocazione della scelta coraggiosa di tutta una vita passata insieme) può essere ricomposto esclusivamente riaccostando le due metà gemelle, che saranno le uniche a combaciare perfettamente.

Accanto a In-Perfetti, Boccaccio: l’orologio a parete che si trasforma in un viso, sorriso e smorfia contemporaneamente: felice invenzione che dice l’espressione del tempo.

In-perfetti e Boccaccio saranno disponibili in anteprima presso il bookshop di Biffi Arte a partire dal 14 febbraio.