I ARCHIVIO 2012 – 2011
ETTORE CONSOLAZIONE
| AUGURI IN GALLERIA
PADRE LEONE NANI – ROSFER & SHAOKUN
| POLVERE GIALLA
Unʻesposizione dedicata allʼarte cinese del periodo Han (206-220 d. C.) e Tang (618-907 d. C. ), entrambi i periodi furono per la cultura cinese, momenti di radicali trasformazioni. Il percorso espositivo presenta sculture in terra cotta, provenienti da collezioni private, (dame di corte, guerrieri, giocatrici di polo, cavalli…) che rappresentano i testimoni della civiltà cinese. Le giocatrici di polo, eleganti nella posizione, sono esempio di raffinata eleganza ed emancipazione. Tripodi e cavalli suppellettili ritrovati nelle tombe, che accrescono la curiosità sul passato della Cina, questo immenso paese, ancora per certi versi, da scoprire.
Nello spazio dellʼantico nevaio sarà presentata una selezione di immagini, appartenenti alla preziosa e poco conosciuta raccolta-reportage di padre Leone Nani missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere PIME – Centro di Cultura e Attivita’ Missionaria, in cui viene illustrato il contesto storico, gli usi e costumi, lasciandoci uno straordinario repertorio di immagini della Cina, di inizi Novecento.
Una sala sarà dedicata alla Cina del presente con il duo italo-cinese formato da Rosfer&Shaokun. Gli artisti presentano unʼinteressante serie di fotografie che meditano sul potere attraverso una riflessione sul contesto della Cina contemporanea. Gli scatti, subiscono un intervento incisorio e pittorico realizzato da Shaokun, secondo una tecnica originale da lei creata. Lʼartista è allo stesso tempo modella passiva davanti allʼobiettivo e attore del processo creativo, ma il suo viso tradisce smorfie che sottolineano il manifestarsi della propria individualità.
Inaugurazione: 15 dicembre 2012 ore 18.00
A cura di / Leda Calza / Elisa Molinari
Progetto espositivo / Carlo Scagnelli
Coordinamento e comunicazione / Lorenza Berzieri
PIETRO SPICA
| UN SOGNO IN GALLERIA
Presentazione dei 12 acquerelli originali utilizzati per illustrare la Favola Biffi : Un Sogno in Galleria Papà Biffi e le sue dieci figliole
Paolo Biffi, il pasticcere milanese che fu tra gli artefici del moderno panettone, aveva dieci figlie e tutte lo aiutavano nella sua attività. Chi in cucina, chi dietro al banco, chi con un sorriso. Appena una delle figlie lasciava il banco per andare a marito ne compariva un’altra, e poiché tutte si assomigliavano, spesso accadevano comici equivoci…
La storia che vede come protagonista il marchio Biffi inizia molto tempo fa: esattamente, nel 1852. In quei tempi Milano poteva vantare un’antica e gloriosa tradizione gastronomica. La maestria dei fornai meneghini, i famosi prestinée e uffelée, era rinomata, e Paolo Biffi era uno di loro.
Nel 1852 apre l’Offelleria Biffi in corso Magenta, che diventa rapidamente un punto di riferimento non solo per i milanesi, ma anche per i viaggiatori buongustai di tutt’Italia e dell’Impero Austro Ungarico. Prima specialità era naturalmente il Panettone, che spediva in tutto il mondo assieme alle altre sue specialità: Paolo Biffi poté vantarsi di averne prodotti addirittura 18.000 chili in un solo Natale.
Nel 1984 l’azienda alimentare Formec, fondata nel 1966 da Pietro Casella, acquista il marchio Paolo Biffi, di prestigiosa tradizione nella pasticceria di qualità, e lo unisce con successo a quella delle sue specialità gastronomiche, con le sue salse e i suoi sughi e condimenti di squisita bontà.
Grazie a Formec Biffi la raffinata produzione di dolci e specialità gastronomiche, fino a ieri patrimonio esclusivo di pochi, è oggi alla portata dei buongustai di ogni parte d’Italia e del mondo, permettendo ad una favola semplice ed antica di continuare forte e moderna, per la gioia di tutti.
KEVIN KLINE
| SOMEDAY YOU WILL BE A MEMORY
Kevin Kline è un fotografo autodidatta che lavora con la pellicola. Ogni sua immagine nasce nell’oculare della macchina fotografica: non vi è manipolazione successiva del fotogramma.
Nessuna scuola alle spalle, ma una grande ammirazione per alcuni grandi maestri della fotografia contemporanea: Diane Arbus, Richard Avedon, August Sander, Mike Disfarmer, e ancora William Eggleston, con la sua sensibilità per i soggetti marginali e per una natura colta nei suoi aspetti meno eclatanti, e Walker Evans, noto per il suo senso compositivo classico e intuitivo anche quando ciò che viene fotografato potrebbe essere considerato comune.
Kevin Kline è interessato a fotografare le persone comuni così come sono e dove si trovano. Non chiede loro di atteggiarsi né di mettersi in posa, perché crede nella dignità intrinseca all’arte del ritratto. New Orleans, dove Kline vive e lavora, è uno dei pochi luoghi in tutti gli Stati Uniti dove la gente non deve negare il proprio passato, dove convivono tradizioni, storie, architetture e culture, dove la tradizione abbraccia senza imbarazzo la contemporaneità.
Kline non è interessato a cogliere, attraverso le sue foto, quei particolari che fanno tanto vecchio stile, ma ci aiuta a trovare un collegamento con il passato inteso come la storia di ognuno di noi. Nei suoi scatti le persone sono còlte nell’attimo, ed di quell’attimo diventano protagoniste, con il loro fisico, le loro storie, la loro anima.
Mentre scorrono davanti ai miei occhi le sue fotografie mi viene in mente la confessione fatta dal grande designer ed architetto Ettore Sottsass nel suo libro Scritto di Notte: Io sono amico della gente incerta, perplessa, modesta, che cerca di capire e che è sempre nello stato di uno che non ha capito. Sono molto amico della gente che ha paura. L’impermanenza è legge universale e la vita è un enigma refrattario a qualunque volontà di potenza: soltanto alla fine del tragitto ci si accorge di come non fosse affatto chiara la ragione di tutto il nostro affanno.
Dedico queste parole a Kevin perché le ritengo un commento perfetto al suo lavoro che, come direttore di Biffi Arte ho voluto fosse presentato nella rassegna Eventi Speciali in occasione della grande mostra “ Nostalgia del presente” curata da Angela Madesani.
Carlo Scagnelli
Ritratti di persone, donne, uomini, bambini, ragazzi, bianchi,neri. Quelli di Kevin Kline sono racconti di un’ America con evidenti conflitti sociali e non solo: Street Photography.
I richiami ai grandi maestri della fotografia sono evidenti: Edward Weston, certo, ma anche Richard Avedon dei ritratti agli ultimi, ai diseredati e anche Diane Arbus. E’ come se Kline avesse filtrato le esperienze dei maestri per trovare un suo linguaggio personale. Il tutto con un bianco e nero che non è anacronistico, ma come una scelta linguistica precisa che pone in dialogo serrato passato e presente di un paese, gli Stati uniti, in tutta la sua eterogenea complessità.
Angela Madesani
GABRIELE BASILICO – FRANCESCA ES – INES FONTENLA – MAURO GHIGLIONE – J&PEG – ANTONIO MARCHETTI LAMERA – PAOLO PARMA – FIORENZO ROSSO – ALESSANDRO SAMBINI – GUIDO SARTORELLI – MARIATERESA SARTORI – ELISABETH SCHE
| NOSTALGIA DEL PRESENTE
che cosa non darei per la gioia
di stare al tuo fianco in Islanda
sotto il gran giorno immobile
e condividere l’adesso
come si condivide la musica
o il sapore di un frutto.
In quel preciso momento
l’uomo stava accanto a lei in Islanda.
I 14 artisti invitati a esporre in Nostalgia del presente analizzano tutti – ciascuno obbedendo alla propria sensibilità e agendo nella propria disciplina – il nostro tempo: alcuni di loro denunciano con le proprie opere questo senso di spaesamento, in altri è evidente il tentativo di rispondere, attraverso la loro ricerca, a quanto sentono accadere intorno a loro. La mostra viene così ad essere occasione per riflessioni di diversa e mai banale natura: senz’altro utili in questo momento storico particolare, di crisi forse ancora più etica che economica, in cui la voglia di tutti pare essere quella di vivere il presente, affrancati da un passato talvolta oneroso, nel tentativo di non affrontare un futuro che ha poco di roseo.
In mostra sono rappresentati vari linguaggi contemporanei, dalla pittura all’installazione, dalla fotografia al video, e vi prevalgono quelli che potremmo definire paesaggi di un tempo sospeso. Che si tratti delle invenzioni di Fiorenzo Rosso o dei grandi paesaggi romani di Gabriele Basilico, come di quelli di Elisabeth Scherffig, il tempo, in queste opere, è davvero sospeso. Né esso riprende a scorrere per i personaggi storici di J & Peg; se poi andiamo alle vedute urbane di Antonio Marchetti Lamera, la forma, almeno nella sua definizione corrente, non esiste più.
Quelle di Mariateresa Sartori sono registrazioni grafiche dei diversi flussi umani: uomini, però, privi di una faccia, registrati nelle loro abitudini quotidiane. Le immagini di Francesca Es sono riflessioni di matrice esistenziale, cosa che si potrebbe dire anche delle installazioni di Mauro Ghiglione.
Di Lucia Veronesi è in mostra il recente, enigmatico video dedicato alla Finlandia. Partono invece dal tema architettonico di alcuni importanti musei italiani e internazionali, per giungere a un più ampio significato, le immagini fotografiche di Guido Sartorelli.
Le sculture di Carlo Vidoni sono una profonda quanto malinconica immersione nel tema della natura, dell’ecologia, così come il lavoro installativo dell’argentina Inés Fontenla, che è comunque analizzabile anche da una visuale geopolitica. Le opere video e fotografiche di Alessandro Sambini sono a tutti gli effetti narrazioni multiple in cui la riflessione sul nostro tempo è venata di una sottile ironia. Le immagini di Paolo Parma, infine, tutte dai toni molto scuri, sviscerano i dubbi esistenziali dell’uomo contemporaneo.
A cura di Angela Madesani
MATTEO MASSAGRANDE
| IL SILENZIO OPACO
L’Universita’ Cattolica di Piacenza e Biffi Arte realizzano un evento insieme nell’ambito dell’iniziativa “La notte del ricercatore” edizione 2012, in occasione del festival del diritto a Piacenza.
Il 27 settembre alle ore 18 sara’ presentato presso la galleria Biffi Arte il libro “IL SILENZIO OPACO”, un racconto di Paolo Crepet ispirato a 14 tavole, cm.30×30 tecnica mista, dell’artista Matteo Massagrande. In galleria verranno esposte le opere originali riprodotte nel libro e saranno presenti gli autori a raccontarci il loro incontro artistico.
Il progetto nasce da un’idea di Silvia Forni, gallerista di Bologna e amica di entrambi, che conoscendo il rapporto di stima che lega da tempo i due artisti ha pensato di farli incontrare, ognuno con la propria arte in un connubio di parole ed immagini.
Nasce così “Il silenzio opaco“, un racconto di Paolo Crepet che si è lasciato ispirare dalla pittura e dalle atmosfere di quattordici opere di Matteo Massagrande appositamente realizzate per questo progetto.
ALFREDO CASALI – LEONARDO CEMAK – JEAN MICHEL FOLON – MARIO GIACOMELLI
| SOGNO E CONFINE
Un maestro storico, un pittore, un fotografo e un disegnatore, protagonisti della ricerca estetica contemporanea, dialogano fra loro sul tema del sogno, dell’inconscio, della fantasia e delle visioni intime e misteriose che appartengono all’uomo e alle sue notti.
L’iconografia del sogno affonda le radici nella storia dell’arte antica, da Giotto a Dürer. Ma è in epoca romantica che il motivo del sogno diventa ricorrente nelle immagini degli artisti europei, a partire dal mondo tedesco (Böcklin in testa) per dilagare in ogni angolo del continente e segnare così la grande stagione romantica, fatta di inquietudini, paure e desideri inespressi.
La mostra intende allinearsi – nell’ottica longhiana delle catene ideali che allacciano la sensibilità degli artisti lungo secoli diversi – ai grandi esempi di arte fantastica, ma con sfumature che toccano retroscena esistenziali e visionari, letti da quattro interpreti della ricerca odierna che hanno aggiornato il senso per l’onirico piegandolo a nuove esperienze artistiche e a soluzioni che fluttuano dall’astrazione a certe suggestioni pop.
Accanto ai dipinti galleggianti nel blu notturno di Alfredo Casali, con le sue fiabe minime, ecco allora i paesaggi geometrici di un grande fotografo come Mario Giacomelli, che con Casali condivide il senso per l’equilibrio della composizione e un orizzonte in bilico fra realtà e immaginazione; avvicinati entrambi alle carte leggere di un maestro della visione lirica come Jean Michel Folon e di un pittore e disegnatore straordinario come Leonardo Cemak, creatore di universi narrativi, popolati di apparizioni inattese e storie invisibili.
Il tema del sogno sarà dunque leitmotiv di una indagine sulle visioni di questi autori a confronto che, mentre in alcuni casi – come per Cemak – si nutrono di citazioni letterarie, della grande poetica del bosco e della dimensione della favola, in altri – come per Casali – diventano pretesto per uno studio dello spazio nella composizione, dove il limite dello sguardo coincide e allude al senso eterno del confine.
Testo critico e curatela: Chiara Gatti
Allestimento: Arch. Carlo Scagnelli
Coordinamento: Lorenza Berzieri
JOAN SONCINI
| THE TURTLE LADY
Joan Soncini, Ph.D., Psicologa e professoressa alla New York University è nata Washington. Fotografa e documentarista per passione si occupa di foto della natura in particolare del mondo marino di cui cattura e sottrae con poesia ed abilità spettacolari attimi che sanno dare irripetibili emozioni.
Profondamente amante dell’Italia, sempre in viaggio, piena di energia con il marito Mario, italiano di Parma, condivide l’amore per il mare sia esso quello dei Caraibi, nel loro buen retiro di Virgin Gorda alle Isole Vergini Britanniche che il Mediterraneo, nel loro rifugio italiano di Portovenere.
Joan e’ abilissima iorno graditissima nel giocare con la fotografia ed il computer con il quale sperimenta il meraviglioso intreccio tra arte e tecnologia in un’unica evoluzione dell’immagine.ù
Nel novembre 2000 e cinque alla presentazione della sua prima personale italiana a Parma, Claudio Del Monte scrisse senza errori: “nelle foto di Joan Soncini la bellezza dei soggetti ed il personalissimo modo di interpretarli regalano più emozioni al cuore che immagini agli occhi”.
Numerose mostre e pubblicazioni hanno come protagonista Joan nel mondo, in Italia a: Parma, Lerici e Tellaro, La Spezia, i luoghi dove il suo obiettivo fotografico e’ di casa.
La sua pubblicazione più conosciuta, Virgin Gorda: An Intimate Portrait è una raccolta di fotografie ed interviste con la quale ha saputo catturare la magia e l’anima della splendida isola caraibica. Il grande successo editoriale ha fatto di questo libro l’imperdibile guida per i visitatori dell’isola.
Attualmente Joan Soncini sta lavorando ad un volume che celebra il 50º anniversario di uno tra i più esclusivi resort di Virgin Gorda: Little Dix Bay.
Il nomignolo di “the Turtle Lady” John Soncini se l’è guadagnato con le migliaia di riprese marine ed i fantastici reportage delle “sue” tartarughe marine. Le fotografie che presentiamo in questa mostra ospitata nella sala eventi speciali della Galleria Biffi Arte di Piacenza sono un omaggio a questa amica del mare, al suo carattere solare e generoso ed al suo grande amore per le tartarughe marine, creature simbolo della materia dell’arte.
Dopo aver ammirato il lavoro di Joan ho riletto la favola di Esopo che nel sesto secolo a.C., a proposito della tartaruga scriveva: La tartaruga disse a Zeus: “Voglio una casa tutta per me, in modo che possa entrare solo chi dico io!”.
Esopo non poteva immaginare che invece in quella casa ci sarebbe stato posto anche per…Joan!
SERGIO DANGELO
| CENTO COLLAGE PER TREDICI GIORNI – COLLEZIONE PRIVATA
Incollate rapidamente, senza un soggetto prestabilito, tanto in fretta da non trattenervi, da non avere la tentazione di correggere. Il primo collage verra’ da solo.
(Sergio Dangelo Feat André Breton)
I collage di Sergio Dangelo
Arturo Schwarz
Ho conosciuto Sergio oltre mezzo secolo fa, ricordo che nel 1954 dedicai al suo lavoro un poemetto in francese, En clé de ré-si-vœux. Avevo subito riconosciuto nel precocissimo Dangelo – aveva appena compiuto 22 anni, e da anni era attivo nei gruppi d’avanguardia – un poeta e un surrealista doc. Ho seguito con felice ammirazione il suo itinerario umano e artistico, esemplare per il suo essere refrattario alle mode e per la sua coerenza. In arte come nella vita la chiave per vivere, nel senso che Rimbaud attribuiva a questa parola, sta nel rifiuto del principio d’autorità. Così come il segreto della creatività sta nell’obbedire, invece, al principio del piacere. Allora l’opera è quella scintilla nell’aria che cerca la polveriera – il voyeur – per far esplodere in lui l’emozione sconvolgente che accompagna la scoperta che il sogno è realtà.
Se vogliamo cogliere la valenza salvifica del lavoro di Sergio Dangelo dobbiamo tornare alla concezione di André Breton dell’automatismo psichico, nel quale egli riconosceva una tecnica che permettesse “di esprimere, sia verbalmente, sia per iscritto, sia in qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero… in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione e al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale”. Difatti, per il Surrealismo l’importante era di esternare un modello interiore con il maggior grado di autenticità possibile, condividendo il detto di Shakespeare: “Questo anzi tutto, con te stesso sii sincero, e deve seguirne, come la notte al giorno, che non potrai allora essere falso con nessuno”.
L’ammonimento, che Shakespeare fa pronunciare a Polonius, costituisce la struttura etica della ribellione surrealista. Non si creda, però, che l’interesse surrealista per l’autenticità espressiva avesse una motivazione di carattere estetico. Per i Surrealisti la brama di conoscere il proprio Sé era motivata dalla volontà di cambiare il mondo e la vita. Conoscere se stessi per cambiare il proprio Sé, cambiarlo per potere cambiare il mondo. E sempre Breton precisava: “‘Trasformare il mondo’ ha detto Marx, ‘cambiare la vita’ ha detto Rimbaud: per noi queste due parole d’ordine fanno tutt’uno”. Bisogna aggiungere che Dangelo condivide il pensiero di Kant per il quale la bellezza di un’opera non dipende dal contenuto di cui essa tratta, ma dipende dall’armonia che essa eccita nella nostra mente.
Il lavoro di Sergio Dangelo e’ tributario di queste premesse ideologiche, e se le sue invenzioni pittoriche, come i suoi assemblage e le sue sculture sprigionano una tale carica poetica è proprio perché egli è fedele a questi imperativi. Si vedano, ad esempio, i suoi collage ispirati dalla poetica Duchampiana. Come Duchamp, Dangelo riesce a trasformare un frammento della vita quotidiana in un opera d’arte coniugando questi elementi in modo sapiente quanto poetico. Ognuno dei suoi collage è un “poema in pittura”, nello stesso senso in cui si dice un “poema in prosa”.
Arturo Schwarz
Luglio 2012
Note:
Il titolo e’ un gioco di parole, letteralmente: “In chiave di re-si-voto” (le due note musicali sono un omofono di récit=racconto; voto è preso nel significato di desiderio – l’essenza stessa dell’uomo, come ricordava Spinoza). Più tardi, nel 1962, gli dedicai un capitolo (scritto a 4 mani, le altre due erano le sue) nel mio Arte Nucleare.
“Manifesto del Surrealismo” (1924), in Manifesti del Surrealismo, trad. it. Liliana Magrini, Einaudi, Torino 1966, p. 30
Shakespeare, Hamlet, atto 1, scena 3
“Discorso al Congresso degli scrittori” (1935) in Manifesti…, cit., p. 17
Testo critico: Arturo Schwarz
A cura di: Carlo Scagnelli
Coordinamento: Lorenza Berzieri
DE PELLEGRIN – DE SANTIS – DIOLI – HASEGAWA – OLIVIERI
| SILICIO / LE FORME NON PERMANGONO
Un percorso lungo l’opera di cinque artisti – DE PELLEGRIN/ DE SANTIS/ DIOLI/ HASEGAWA/ OLIVIERI – che conduce il visitatore a porsi molte domande sull’ambizione costruttiva dell’uomo. Il silicio è il secondo elemento più comune della crosta terrestre, ed è stato qui preso a simbolo dell’inesauribilità della materia cui l’uomo può attingere nella sua frenesia di azione ed edificazione. L’esibizione accomuna nel proprio percorso sia un’arte informale sia opere di figurazione, quasi a suggerire il dubbio che tale suddivisione abbia poca ragione d’essere, essendo ben più sostanziale, nell’uomo che fa, che fabbrica, che crea, una comune illusione di governare con le proprie mani e il proprio pensiero quell’incommensurabile quantità di materia che è il mondo.
Una mostra sicuramente connotata da una semplicità quasi religiosa dell’apparato e da un suggestivo superamento di categorie artistiche fin qui credute, se non veritiere, utili.
Testo critico: Jakob Shalmaneser
Allestimento: Arch. Carlo Scagnelli
Coordinamento: Lorenza Berzieri
ROMANO BERTUZZI – MAURIZIO BOTTONI – ANDREA BOYER – LORENZO CARDI – GIROLAMO CIULLA – MIRANDA GIBILISCO – GIOVANNI LACOGNATA – MIGUEL MACAYA – FLORENCIA MARTINEZ – MATTEO MASSAGRANDE – FRANCESCO MICHI
| L’UOMO SELVATICO O DELL’ELEGANZA DELL’ANIMALE
Galleria Stefano Forni di Bologna e Biffi Arte di Piacenza hanno costruito questo progetto in sinergia spinti dalla comune passione per l’arte, con l’intento di offrire ai loro visitatori una proposta artistica su più livelli espressivi ed espositivi.
Il risultato dal carattere innovativo ed inconsueto nel panorama del mercato dell’arte italiana, è un’esibizione in contemporanea, in due sedi e a più voci, ciascuna tesa a raffigurare, nel propriomedium artistico e secondo la propria tenacia d’osservazione,lo splendore dell’esistenza animale.
A Bologna nella galleria Stefano Forni, spazio con una storia consolidata ed una visione sempre attenta alla nuove ricerche espressive.
A Piacenza nella galleria Biffi Arte, una nuova realtà espositiva cherappresenta un impegno forte di valorizzazione culturale che lega ilmarchio Biffi al mondo dell’arte.
A cura di Silvia Forni.
Testo di Maurizio Stupiggia.
IGOR ESKINJA
| NON E’ EFFIMERO VIRTUALE
Igor Eškinja nelle sue fotografie restituisce una dimensione che e’ simbolo di un mondo illimitato e indefinito come la realta’ virtuale e anonima della rete. Le sue immagini sono costruite in studio con materiali diversi e poi riprodotte come se dovessero essere guardate da molteplici punti di vista e su supporti digitali di diverse misure; come se fossero concepite per una vetrina pubblicitaria del web da visualizzare sull’I-phone o sull’I-pad.
Ma poi Igor Eškinja sceglie un solo punto di vista da cui proiettarle e osservarle. All’epoca dell’invenzione del Rinascimento la prospettiva rappresentava un ideale architettonico, che doveva essere etico oltre che estetico. L’uomo era al centro dell’universo e in dialogo con la comunita’. Anche oggi l’essere umano sta ripensando se stesso in relazione a bisogni e spazi nuovi che tengano conto, però, della tradizione. Gli intellettuali, gli artisti sono protagonisti di questa silenziosa rivoluzione. Nello studio che Igor Eškinja aveva a Venezia, citta’ della sua formazione artistica, al centro di una stanza appesa al soffitto c’era una scatola con un buco per guardarci dentro: all’interno grazie a giochi ottici era riprodotto lo stesso spazio, ribaltato.
Le sue opere ad un primo sguardo sembrano innocue. Dietro la calma e la bellezza armoniosa con cui vengono concepite celano in realta’ un enigma e chiamano in causa chi osserva. Come nella costruzione di un puzzle ogni gesto di chi cerca di comporre l’immagine e’ un’azione che l’inventore dell’immagine stessa ha eseguito prima di lui, così nelle fotografie di Igor Eškinja chi guarda l’opera e’ come guidato dalle sollecitazioni visive e percettive che l’artista ha usato per catturare la sua attenzione. e’ il dialogo antico tra chi crea l’opera d’arte e chi la guarda.
E’ il rimando dell’arte a se stessa. Gli artisti sono profondi conoscitori di immagini usate e inventate dai loro predecessori: la loro maestria sta nell’assimilarle e farle proprie, per rinnovarle.
Igor Eškinja e’ un raffinato narratore di silenziosi racconti che costruisce sul filo sottile dell’equilibrio tra visibile e invisibile. Anzi, si potrebbe dire che per lui il mistero e l’enigma sono in ciò che si percepisce e che sta davanti ai nostri occhi.
Nella sua opera Cut-out archipelagus, 2011 ha raffigurato su un rotolo di carta fotografica la silhouette di una finestra che si apre non sulla parete dello spazio espositivo, ma lungo il pavimento. Un doppio gioco in negativo-positivo che gli deriva forse dalla tradizione dell’arte ottica in Croazia, il suo paese d’origine; una dimensione percettiva che non l’ha isolato dal contesto storico di violenza vissuto dal suo paese, ma che lui ha trasformato in chiave simbolica: la forma che viene percepita come una finestra e posta su un pavimento, diventa l’apertura di una botola, di un buco nero. e’ lo stesso procedimento che lo porta a pensare le sue opere nello spazio asettico e bianco di un museo e di una galleria che nel suo caso diventa come una proiezione della dimensione anonima in cui si trovano le immagini quando vengono “caricate” negli spazi virtuali della rete.
Il gioco percettivo s’e’ rafforzato durante il periodo a Venezia quando Igor Eškinja ha trasformato la visione dei palazzi riflessi nell’acqua in fantastiche architetture effimere fino a elaborare in quest’ultimo decennio un raffinato percorso di rimandi tra le sue stesse opere, che si svolgono come parte di uno stesso racconto ma che potrebbero far parte di un “indice” di memoria duchampiana o delle parti di un inventario alla Perec.
Il leitmotiv, però, e’ la visione: cosa ci aspettiamo di vedere e cosa vediamo veramente in quelle immagini.
E’ sempre la nostra immaginazione – di spettatori chiamati a essere suoi complici – a essere coinvolti perché l’opera possa essere completa. L’artista esprime bene questo meccanismo in Laboratory. Igor Eškinja ha estrapolato il particolare di quest’immagine che mostra figure dal busto in giù nel libro Instituiton Building edito dalla Whitechapel. Si tratta di una classe di ragazzi in visita a una mostra di Eva Hesse.
In realta’ il significato di quest’opera sta piuttosto in quanto non viene dichiarato. Questi corpi decapitati, privati della propria identita’, rimandano all’anonimato dei media di oggi, alla rete dietro cui si ci può nascondere, ma anche alla tragedia di una generazione che ha vissuto una guerra assurda. Lontano da un senso tragico dell’esistenza Eškinja maschera un’immagine violenta con una patina di bellezza, amplificandone il significato simbolico; mentre in Somewhere in East Europe va contro il luogo comune che la cultura e l’espressione artistica dell’est sia depressa e triste.
Igor Eškinja entra ed esce dalla realta’ e dalla storia dell’arte. Usa citazioni colte con ironia: Duchamp e la ruota di bicicletta diventano un motivo di divertimento intellettuale, ma i tappeti di polvere che ha esposto a Manifesta nel 2008, al Kunstmuseum di Vienna nel 2009 e ora a New York al Mad Museum, vanno oltre la citazione del grande vetro: composto dal pulviscolo della stanza in cui l’artista lo compone, il tappeto e’ effimero e reale allo stesso tempo, e’ allo stesso tempo traccia fisica e concettuale del luogo e della sua memoria. La versione esposta all’ingresso del Kunstmuseum era il simbolo provocatorio della transitorieta’, dell’illusione e della precarieta’: il luogo dov’e’ conservata l’arte di una nazione e la creazione in polvere adagiata su un foglio di carta che può essere spazzata via in qualsiasi momento. “L’occhio segue le vie che nell’opera gli sono state disposte”, scriveva Paul Klee nei suoi Pädagogisches Skizzenbuch.
Non sono gli elementi di ogni singola opera a determinare l’insieme della composizione o dell’immagine, ma viceversa. Nelle due fotografie intitolate Surface l’illusione della visione e’ molteplice: c’e’ l’inganno della pittura, quella del giardino artificiale di Monet, cui le fotografie s’ispirano, e quella della memoria. La polvere di cui e’ composta l’opera prima di essere fotografata viene da una fonderia in Croazia, e’ la memoria del luogo, ma anche degli uomini che nella fonderia hanno lavorato.
Le onde che si percepiscono nell’immagine e che mimano pennellate di colore sono strati di polvere stesi per terra, manipolati con le dita dell’artista fino a sembrare onde e poi fotografate da una speciale angolazione per rafforzare l’idea dell’acqua e del suo movimento. Il gesto pittorico finto, come il giardino di Monet.
Giocare con i significati e i contenuti, con la realta’ e la finzione. Real Imaginery Simbolic 2 e’ un trittico tradizionale: non sappiamo cosa c’e’ dentro questi cesti simili a quelli della spazzatura. Ciò che conta e’ l’immagine e come viene fruita. “Il contenuto e’ un colpo d’occhio su qualcosa, un incontro come in un lampo – sembra dirci l’artista con le parole di Willem De Kooning -. E’ minuscolo… e’ una minuscola cosa, il contenuto”.
Igor Eškinja concepisce queste opere perché vengano osservate dalla realta’ virtuale del web e vince la scommessa dell’immagine. e’ una realta’ che puoi solo percepire, ma non puoi modificare. e’ ancora una volta ciò che non si vede a svelare il segreto della forma, la sua proiezione nello spazio. Come nell’opera Made in:Side, 2007. e’ la proiezione simbolica di uno spazio ideale. Cosa ha più importanza: ciò che vedo tracciato con il nastro adesivo e poi fotografato sulla parete o ciò che e’ ricostruito artificialmente (forzatamente inclinato dall’obiettivo) sul pavimento? Non c’e’ una risposta. L’arte non ha mai preteso di darne.
Suggerire, giocare e rilanciare la posta. Il dibattito resta aperto come in Panel Discussion che Igor Eškinja ha realizzato nel 2010, la fotografia di tappeto azzurro srotolato su cui stanno alcune piccole sedie vuote, in attesa. Un invito ironico, più che una provocazione, un ulteriore interrogativo senza risposta, che riporta al centro del dibattito la questione sull’essenza dell’arte e sul potere simbolico ed evocativo delle immagini.
Testo di Rachele Ferrario
A cura di Federico Luger
MUSEO DELLA FOTOGRAFIA
| COSÌ SI VENDEVA
Foto storiche dal Museo per la Fotografia e la Comunicazione Visiva di Piacenza.
Inaugurazione Sabato 21 aprile dalle 18.00 alle 24.00-
Quando l’arte e il commercio si incontrano la città si tinge di blu.
BRUNO CASSINARI
| TRA COLORE E SEGNO
La Galleria Biffi Arte in collaborazione con il Rotary Piacenza Farnese, vuole ricordare e celebrare la figura dell’arista piacentino Bruno Cassinari, nel centenario della nascita (1912-2012) e nel ventennale della morte 1992, con un’ importante mostra allestita negli spazi della propria Galleria di via Chiapponi 39 a Piacenza.
L’esposizione, attraverso opere realizzate negli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta documenta e pone in evidenza il percorso maturato dall’artista a partire dalla pittura nata e sviluppatasi nel clima milanese di “Corrente” (nella cui bottega tiene la sua prima personale nel 1940) e del “Fronte nuovo delle Arti” (dalla cui compagine sara’ uno dei primi a staccarsi) per approdare a una produzione artistica piu’ attenta e vicina agli esiti espressivi delle avanguardie europee e soprattutto alle suggestioni del grande artista spagnolo Pablo Picasso nel secondo dopoguerra.
Sono tutte opere gia’ esposte in mostre di rilievo tenutesi in Gallerie nazionali e internazionali, oltre a cio e’ di evidente e grande interesse il fatto che alcune di esse abbiano costituito quel nucleo esposto nel 1950 nella mostra che Cassinari tenne presso il Castello Grimaldi di Antibes, sede del Museo voluto da Dor de la Souchere, successivamente denominato Musee Picasso.
Si tratta di oli su tela di grande ricchezza cromatica i cui soggetti – il porto di Antibes, le figure e le nature morte – sono come ricostruiti per sintesi di piani frontali frammentati e appaiono chiaramente come nati dalla frequentazione dell’artista di quei luoghi marini intrisi di quella “Joie de vivre” mediterranea (per altro titolo di un’importante tela picassiana conservata nel castello) colta e celebrata con grande consapevolezza: “La mia pittura non potra’ mai essere staccata dalla gioia e dalla presenza delle cose. Credo troppo nel colore del mare, davan: al quale lavoro per tan: mesi, credo troppo nello splendore delle foglie, nel calore dei volti umani, perche’ essi non vengano avanti, con prepotenza nel mio lavoro”.
Bruno Cassinari (1912-1992) nasce a Gropparello (Piacenza), frequenta la Scuola d’Arte Gazzola di Piacenza per diventare incisore in gioielleria, e gia’ in questo periodo comincia a dipingere e a scolpire, modella la madre, che tanto lo incoraggiava. Nel 1929 si trasferisce a Milano dove frequenta l’Umanitaria e l’Accademia di Brera diplomandosi nel 1938 con Aldo Carpi. partecipa a diverse collettive e tiene in seguito la sua prima personale a Milano alla Bottega degli artisti di Ernesto Treccani, presentato da Elio Vittorini. Protagonista di molte edizioni della Biennale di Venezia, sempre presentato da critici prestigiosi, spesso invitato alla manifepenta di Kassel, Cassinari e’ stato nel dopoguerra uno degli artisti italiani piu’ conosciuti all’estero, dove la sua opera ha sempre ricevuto l’apprezzamento dei maggiori critici ed artisti europei, fra cui Chagall, Paul Eluard e Picasso, che volle presentarne la mostra di Antibes.
Catalogo con testo di Luigi Sansone
Coordinamento: Leda Calza – Elisa Molinari
ANDREAS PERLICK
|LUX FECIT – PICCOLI MOMENTI DI BEATITUDINE
La Galleria Biffi Arte, sabato 10 marzo, ore 18.00, inaugura la personale del fotografo tedesco Andreas Perlick.
Senza dubbio la luce è la forza primaria che rende possibile la fotografia.
E’ riflessa dal mondo e percepita dai nostri occhi oppure dalla materia sensibile come la pellicola fotografica. Questo è stato da sempre insito nella definizione “disegnare con la luce”. Ma è risaputo che ogni medaglia possiede due lati: Semplicemente la luce ci può fornire informazioni importanti sul nostro mondo ma non riuscirà a darci immagini forti ed emozionanti.
Il secondo elemento che contrasta la luce e ne definisce la qualità dell’ azione è l’ombra, la fidata amica dei fotografi cultori del Bianco & Nero.
Col suo lavoro fotografico Andreas Perlick esplora questa dicotomia di luce ed ombra al fine di scoprire tesori visivi nel mondo attorno a noi. Concentrandosi su momenti molto speciali nei quali luce e ombra permettono piccoli sguardi nel magico che spesso si nasconde nelle cose del mondo, ci permette di entrare in un ambito di bellezza e meditazione. Questo è il mondo alternativo attorno a noi che Minor White potrebbe aver avuto in mente quando scriveva “non si dovrebbero fotografare le cose per quello che sono ma per ciò che rappresentano d’ altro”. Il “focus” di questo lavoro non sta nella veduta stupefacente di destinazioni esotiche: tanto nella natura quanto nei contesti urbani l’ambizione di Perlick mira sempre ai dettagli, ai piccoli spazi.
Ma, pur mostrando solo piccole sezioni del mondo, queste tendono ad avere il carattere di dettagli che danno l’idea del tutto all’ occhio sensibile di chi guarda la piccola, intima immagine fotografica. In molti casi si ha l’idea che la ragione principale dell’ immagine non sia quella parte di mondo ritratta, ma che lo scopo insito sia di attivare significati individuali, idee, memorie, persino sentimenti in chi guarda.
Agiscono come finestre sul proprio mondo interiore, perciò traducendosi in significati marcatamente diversi tra i vari individui.L’intenzione è ulteriormente supportata dalla divisione del suo lavoro per serie.
Il focus su di un tema mediante un certo numero di stampe fa scoprire tratti caratteristici e significati reconditi che la singola immagine difficilmente rivelerebbe.
Queste idee sono molto concisamente riassunte nel titolo programmatico del lavoro di Andreas Perlick “Chiaroscuro- piccoli momenti di beatitudine”.
Qui un video di Andreas Perlic.
Coordinamento: Leda Calza – Elisa Molinari
SALVATORE SCARPITTA
| SAL IS RACER
La Galleria Biffi Arte sabato 21 gennaio alle ore 18.00 inaugura l’esposizione Sal is Racer, dedicata all’artista Salvatore Scarpitta e a un particolare aspetto della sua vita e produzione artistica: la passione per le auto da corsa, che gli venne da ragazzo quando agli inizi degli anni Trenta prese ad assistere alle corse d’auto presso il circuito Legion Ascot Speedway, a Los Angeles; l’incontro con i piloti, i meccanici e la frequentazione dell’ambiente sono stati di fondamentale importanza nella vita e nell’arte di Scarpitta. Verra’ presentata una selezione di opere: dipinti, disegni, fotografie e video tra cui Sal is Racer, uno psicodramma in cui lo stesso Scarpitta recita, tra fantasia e realta’ , la parte di un uomo che immagina di essere prima un artista, poi un pilota di auto da corsa e infine si estranea completamente dalla realta’ del mondo. In questa importante mostra sara’ esposta, per la prima volta in Italia, anche Sal Ardun Special, un’auto da corsa realizzata dall’artista nel 1983 modificando la versione precedente del 1964. Salvatore Scarpitta (23 marzo 1919 – 10 aprile 2007) e’ nato a New York e cresciuto a Los Angeles. Nel 1936 si traferisce in Italia dove si diploma all’Accademia di Belle Arti di Roma, nel 1940. Milita nell’esercito e nella Marina degli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale come “Monuments Man”, cercando, conservando e catalogando le opere d’arte trafugate dai nazisti. Dopo la guerra, Scarpitta e’ rimasto a Roma dove conosce il gallerista di New York Leo Castelli con cui stringe un rapporto di lavoro e di amicizia che prosegue e si consolida nel tempo, nel 1959 l’artista si trasferisce definitivamente a New York dove tiene una mostra personale proprio alla Galleria di Leo Castelli. A partire dal 1964 realizza le Automobili da corsa: macchine interamente progettate e costruite dall’artista, agglomerando materiali eterogenei, ma riproducendo i modelli delle auto del passato e dotandole in alcuni casi di un vero e proprio motore funzionante. Dedicata alle automobili da corsa e’ la mostra personale da Leo Castelli nel 1965 dove Scarpitta espone il suo primo esemplare, Rajo Jack Special. Nell’estate del 1985 Scrpitta realizza nel suo studio-garage di Baltimora, nel Maryland, uno dei sogni di gioventu’:la costruzione di una macchina da corsa (dirt track racer), capace di competere sulle piste in terra battuta del Maryland e della Pennsylvania con i maggiori campioni del momento. Nel 1993 partecipa alla Biennale di Venezia con una sala personale in cui oltre all’auto da corsa Racing Car espone una serie di opere dell’ultimo ventennio.
Catalogo con testo di Luigi Sansone
Coordinamento: Leda Calza – Elisa Molinari
EMAUNELE LUZZATI
| PRESEPIO
La Galleria Biffi Arte, in collaborazione con il Museo Internazionale Luzzati di Genova e il Teatro Gioco Vita di Piacenza, inaugura il periodo natalizio, sabato 26 novembre ore 18.00, con l’esposizione dell’opera di Emanule Luzzati dedicata al tema del presepe. La mostra sara’ l’occasione, anche quest’anno, per apprezzare l’interpretazione artistica di un tema, quello del presepe e della sacra famiglia, carico di simbologia e tradizione.
Nella sezione Fotografia e Video della galleria saranno visibili opere che testimoniano il lungo rapporto di Luzzati con Teatro Gioco Vita: bozzetti delle sagome e disegni realizzati per alcuni spettacoli di teatro d’ombre, insieme a manifesti e locandine disegnati per le rassegne teatrali e le stagioni organizzate sul territorio dal Teatro diretto da Diego Maj. Materiali che raccontano un sodalizio artistico unico nel suo genere, avviato nel 1978 e proseguito negli anni con la creazione di nove spettacoli e numerosi altri momenti di collaborazione.
Sarà presente un ricco bookshop con materiale audiovisivo, libri, stampe, manifesti e teatrini.
GIULIANO DELLA CASA
| L’ASINO D’ORO
La Galleria Biffi Arte sabato 19 novembre alle ore 18 inaugura la mostra personale di Giuliano Della Casa dal titolo L’asino d’oro. Verra’ presentata una selezione di opere dell’artista dagli anni ’90 ad oggi: tele, acquerelli, libri, ceramiche.
Giuliano Della Casa nasce a Modena nel 1942. Pittore, ceramista, curatore di libri preziosi, ha studiato tra Modena (la scuola d ‘arte A. Venturi) Bologna (l’Accademia di Belle Arti) e Monaco (l’Accademia di Monaco di Baviera), ma decisivo per la sua formazione e’stato l’incontro con Adriano Spatola (1965) e il rapporto tra pittura e poesia, che rimarra’ una costante nel suo lavoro nel trentennio successivo. Collabora con numerosi scrittori e poeti, per i quali realizza illustrazioni e copertine: per Einaudi, Bollati Boringhieri, Feltrinelli, Rizzoli ecc… (collabora costantemente ad “Il Verri” di Luciano Anceschi). L’attivita’ espositiva inizia nel 1966 in Italia, Europa, Stati uniti, Canada. Sta realizzando presso la bottega Gatti di Faenza una serie di ceramiche che saranno esposte a Torino nel 2013. Vive a Modena e Los Angeles (CA).
Catalogo cin testto di Paul Vangelisti
Coordinamento: Leda Calza – Elisa Molinari
WILLIAM XERRA – ALESSANDRO NIDI – GIANLUCA ZUIN
| DIPINGERE?
La Galleria Biffi Arte sabato 15 ottobre alle ore 18 inaugura la mostra antologica di William Xerra dal titolo Dipingere?.Verra’ presentata una selezione di opere dell’artista dagli anni sessanta ad oggi: tele, disegni, fotografie, video, installazioni, libri-oggetto.
In occasione di questa importante personale saranno pubblicati da Biffi Arte due cataloghi: uno relativo alle opere grafiche e pittoriche, con un testo di Marcel Alocco; l’altro dedicato alla poesia visiva, alla performance e alla selezione video-fotografica con un testo di Angela Madesani.Tutta l’opera di William Xerra e’ rivolta tra il segno poetico e quello pittorico, anche quando, negli anni settanta, tra happening, performance e video, concepisce una serie di opere strettamente “concettuali”. Nel 1967 approda alla poesia visiva, grazie alla frequentazione di poeti ed intellettuali del Gruppo 63. Dal 1972 il “VIVE” accompagnera’ , a fasi alterne, tutta l’opera dell’artista. Altro motivo conduttore dell’opera di Xerra sara’ poi il frammento, in grado di significare i percorsi e le memorie dell’esperienza quotidiana. Un altro elemento caratterizza lo stile dell’artista: il telaio interinale, adottato nel 1975, che evidenzia i limiti provvisori entro i quali e’ realizzata l’opera e che, grazie alla sua provvisorieta’ , agisce sul frammento velando e svelando, coprendo parti di superficie e rivelando l’importanza dell’assenza. Degli inizi degli anni settanta sono: la “Verifica del miracolo” con Pierre Restany, le “Buste riflettenti”, i “libri-oggetto”, l’intervento su lapidi dismesse – con specchio che sostituisce l’immagine del defunto – e i “Poemi flipper” eseguiti con il poeta Corrado Costa. Quando agli inizi degli anni ottanta Xerra ripensa alla pittura tutte queste esperienze tornano nel quadro, inteso come luogo di raccolta incessante di azioni, citazioni, appunti.Nel maggio 2002 l’artista presenta, alla Fondazione Mudima di Milano, il manifesto IO MENTO, letto da Pierre Restany e poi discusso, nel mese di settembre, in un convegno nazionale presso l’Auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano, al quale partecipano Andrea Borsari, Andrea Bortolon, Antonio Calbi, Giorgio Celli, Giulio Ciavoliello, Gillo Dorfles, Eugenio Gazzola, Loredana Parmesani, Pier Aldo Rovatti, Aldo Tagliaferri. Il concetto dell’IO MENTO, per Xerra, in questi ultimi anni diventa dominante. Lo stesso artista afferma: “Da molti anni ho la necessità di prendere distanza dall’opera per una posizione fortemente autocritica. Entrare nel suo mistero ed affermare, per paradosso, la sua legittimazione ad esistere. Con IO MENTO sono consapevole della mia messa a nudo nella dimensione dell’essere e dell’agire. Gillo Dorfles, nel testo per il Convegno Nazionale, scrive: “…guardare in faccia l’epoca che attraversiamo: fatta di falsita’ e falsificazioni sociali, politiche, religiose; eppure carica di fermenti che forse domani potranno contribuire alla realizzazione di opere non piu’ menzognere; di opere che corrispondano – come quelle di Xerra – a una loro autonoma verita’. “
MAURO PATRINI
| NATO OGGI
UGO LOCATELLI
| ISTANTI FRAZIONI
La mostra e’ una sintesi antologica sulla ricerca artistica di Ugo Locatelli attraverso opere e progetti realizzati con diversi mezzi dal 1962 a oggi: dalle immagini fotografiche vintage degli anni ’60 a quelle piu’ recenti, dalle installazioni a interventi in spazi pubblici, dalle mostre portatili alle mappe e ai libri, dalla scrittura al disegno, dai light box alle videoproiezioni.
Sul titolo della mostra l’autore commenta: “Un istante continuo accosta due parole che apparentemente esprimono concetti opposti: nella vita quotidiana il tempo, diviso in istanti-frazioni per esigenze pratiche, non coglie il continuo fluire della vita; il flusso e’ il tempo della coscienza, che scorre continuamente intrecciato all’istante precedente e a quello successivo. Inoltre richiama il termine istantanea, il cui tempo di posa e’ si’ molto breve ma, nel mio lavoro, e’ come un frame del film che continua da quando ho iniziato a fotografare”.
Ugo Locatelli esplora dal 1962 l’immagine come intreccio di segni e possibilita’ di produrre una sospensione di senso, di riaprire ogni situazione visiva che si presenti come definitiva. Una ricognizione nella quale il linguaggio fotografico non viene utilizzato per certificare l’esistenza di un elemento concreto, ma come metodo operativo per osservare e intensificare il visibile, e come strumento di riflessione dello sguardo (guardare il proprio guardare). Un’arte ‘generativa’ che promuove il contatto con il ‘reale’ oltre l’apparenza delle cose. Dal 1965 al 1972 una serie di mostre in Italia e all’estero segnalano le modalita’ d’uso del linguaggio visivo, e alcune risonanze con il metodo di scrittura di Raymond Roussel, il pensiero di Marcel Duchamp, le indagini sulla realta’ di Yves Klein, Rene’ Magritte e Piero Manzoni. Sono inoltre significativi i progetti realizzati con l’artista francese Ben Vautier del movimento Fluxus (Festival internazionale Non-Art, nel 1969) e con lo scrittore Sebastiano Vassalli (Teatro Uno – Il Mazzo. Il gioco del teatro del Mondo, esposto alla Biennale di Venezia del 1972 nella sezione “Il libro come luogo di ricerca”). Dal 1972 Locatelli intensifica la riflessione e lo studio sul significato di opera d’arte nel mondo contemporaneo e sull’interazione fra i saperi. Dal 1997 sviluppa il concetto “Areale”, verso un’ecologia dello sguardo e del pensiero. L’autore definisce areale un intreccio continuo fra mondo esterno e mondo interiore; lo spazio sottile, ma infinitamente grande, fra realta’ e letture della realta’ . Un campo sfumato fra reale e irreale, o diversamente reale, nel quale l’apparenza e’ la superficie di un giacimento da esplorare. Un percorso mai finito o finale, popolato di cose che ci sono e si vedono, di cose che ci sono ma non si vedono, di cose che si vedono ma non ci sono (www.areale.it). Una pratica artistica che promuove la consapevolezza dello sguardo attraverso slittamenti di prospettiva e che mette continuamente in dubbio l’esclusivita’ dell’autore: ogni immagine, singola o multipla, non e’ un’opera – finestra chiusa in se stessa, ma uno schermo che si apre a possibilita’ di nuovi significati, perche’ “lo sguardo ha innumerevoli punti di vista”. Il percorso espositivo si snoda a ritroso in cinque sale della Galleria Biffi Arte, con una selezione di opere dal 2011 al 1962: light box, video, stampe fine art e vintage, originali multipli, oggetti. La sintesi antologica e’ guidata da schede informative e integrata con documenti visibili per la prima volta in una raccolta organica: schemi progettuali, manoscritti, glossari, pubblicazioni, tesi di laurea svolte sia sulla ricerca attuale dell’autore che sul suo lavoro nel decennio 1962 – 1972.
VALERIO SPAGNOLI – MARCO PIERSANTI
| DOPPIA PERSONALE
Amore e sofferenza. Due facce di una stessa medaglia che gli esseri umani continuano a ruotarsi tra le dita guardando l’una, l’altra o abbracciandole entrambe con un unico sguardo. «L’amore e’ la risposta» (Woody Allen) e l’uomo, per sua natura, e’ alla continua ricerca dell’amore e delle risposte che puo’ dare. Guardare negli occhi questi appassionati cercatori e fermane i pensieri e il sentire e’ il fulcro della riflessione artistica di Marco Piersanti che, tanto per restare in tema, si e’ innamorato di questo osservare l’animo umano che intrappola in scatti fotografici rielaborati in photoshop con un certosino lavoro di fotoritocco pixel per pixel. Il bagaglio di pittore che Piersanti si porta sulle spalle trova sublimazione nella fotografia che non viene abbandonata alla casualita’ dello scatto, ma per cui viene usato un approccio pittorico di intervento sull’immagine vestita di una dimensione diversa dalla originale. Capire questo modo di lavorare significa guardare al background dell’artista dagli approcci alla pittura fino al suo affrancamento da una forma espressiva non piu’ aderente al suo sentire. Il percorso verso la pittura all’immagine fotografica, in Piersanti, nasce dall’anelito dell’artista a una forma di espressione il piu’ confacente possibile al suo pensiero. Cedendo il passo a una pittura piu’ dinamica, il figurativo delle prime opere e’ stato via via contaminato dalla fotografia, prima con sporadici inserti sulla tela a completamento – e fors’anche a rottura – dell’immagine principale, poi divenendo essa stessa, la fotografia, la protagonista. (testo di Roberta Suzzani)
FRANCESCA MANETTA
| INCIPIT
DAVIDE CORONA
| IL MONDO RACCOLTO
Il mondo raccolto la nuova, importante personale di Davide Corona che, pur giovanissimo, ha gia’ saputo raccogliere attorno al suo percorso un consenso significativo sia di critica che di pubblico. Le 32 opere in mostra coprono quattro anni di lavoro e sono la dimostrazione di un’idea di arte ben radicata: la grande qualita’ di segno pittorico dialoga con la calibrata composizione della scena, in un intento di realismo che non si ferma pero’ a un mero esito mimetico, ma procede oltre, con la volonta’ di individuare il senso intimo delle cose. Per questo motivo e’ giusto interpretare Il mondo raccolto non come una collezione di singoli dipinti, ma come un unico discorso coeso. Davide Corona si ritrae in compagnia dei libri che piu’ ama, e cosi’ scopriamo il suo rapporto con artisti come Puvis de Chavannes o Hopper, poeti come Keats o Whitman, romanzieri come Salinger o Kerouac. Perche’ fa questo? Per dimostrarci come occorra sempre scavare nell’identita’ intellettuale e psicologica di chi ci sta di fronte, che la superficie delle cose va superata se si vuole arrivare a una qualche forma di conoscenza. Con questi suoi dipinti dunque Davide Corona si lascia conoscere da noi e ci invita a fare lo stesso nella vita di tutti i giorni.
ORESTE CALATRONI
| SWEET CALORIES
Punto di partenza della ricerca fotografica di Calatroni e’ la funzione degli alimenti, una sfida al superamento dell’accezione comune del pane quotidiano, del quale ci basta conoscere il prezzo, la provenienza, la scadenza, senza mai porci un interrogativo sull’essenza. Un’educazione visiva all’alimentazione e’ la sfida di un medico con la passione della fotografia: raffigurare in modo nuovo gli alimenti per suggerire a tutti noi – consumatori senza occhi, con una fame arretrata di fretta senza sapore – i miracoli contenuti in cio’ che diamo per scontato, il privilegio di un’alimentazione consapevole. La tabella per l’alimentazione corretta si anima e ne nasce un concerto: primi piani o particolari di ortaggi, frutti, alimenti vari, utensili per la cucina. Di piu’: un solo fagiolo canta in un cesto che ne contiene molteplici e, avvicinando l’obiettivo, se ne scopriranno le peculiari venature, le sfumature di colore, l’orgoglio della forma. Non solo frutti, non banalmente ortaggi, ma ”strati” di vitalita’ pulsante, processi visibili nei colori, a testimoniare il miracolo della natura miracolosa e crudele. La cipollita’ della cipolla descritta nella poesia di Wislawa Szymborska trova nella fotografia di Oreste la sua migliore rappresentazione visiva; ci chiede di accorgerci del cuore cavernoso del peperone, rappresentando visivamente la sua essenza di partum della terra, pensando alla declinazione del verbo latino pario, generare. La fotografia di Oreste suggerisce una via all’essenza, contrapponendo allo spettro della morte che sembra invadere tutte le forme dell’arte contemporanea, l’idea che la felicita’ sia a portata di sguardo e che non si da’ perfezione senza fragilita’ .
Testo critico di Georgia Corbo.
STEFANIA BONATELLI
| LIEVE SECCHEZZA OCULARE
LORENZO PEPE
| SCULTURE 1967 – 1983
FORMEC BIFFI
| TRACCE DI UNITA’
Perche’ “Tracce di Unita'” … la Genesi…
Durante il Risorgimento enorme importanza ebbero giornali quotidiani, manifesti, volantini. Ogni scritto non fa che appellarsi al popolo con l’intento di condividere gli ideali nazionali. Ma il popolo delle aree piu’ depresse della penisola e’ per la maggior parte analfabeta ed ha bisogno di intermediari per leggere questi proclami. E’ di questi contadini della bassa, coinvolti nei tumulti contro la loro volonta’, che si occupano, le manifestazioni in programma dal 16 Marzo al 14 Maggio 2011, dal titolo: “Tracce di Unita’ . Storia, Arte, Cultura e Tradizioni tra il PO e Lodi 1861 – 2011”. Carlo Pisacane, patriota e rivoluzionario partenopeo del Risorgimento, nel 1851 ne: “La guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49” ribadiva l’idea della necessita’ di una vasta partecipazione contadina al progetto unitario e che si dovesse «far comprendere ai contadini che e’ loro interesse cambiare la vanga col fucile» ma questo non sarebbe mai avvenuto poiche’ «non vale parlare di Repubblica se il popolo sovrano muore di fame». Per questo i curatori hanno scelto come emblema di “Tracce di Unita'” l’opera “Muggito”, mirabile grafite su carta dell’artista piacentino Romano Bertuzzi. La “Scottona”, unica protagonista di un proscenio tricolore, rappresenta il mondo contadino della bassa lodigiana e bene illustra il pensiero espresso dallo storiografo veneziano Mario Isnenghi racchiuso nelle seguenti parole… «”Liberta’ ! Indipendenza!”, reclamano entusiasti gli insorti e i volontari delle varie correnti risorgimentali. “Polenta! Polenta!”, ribattono cocciuti e sordi i contadini».
Formec Biffi è oggi, il punto di riferimento per il territorio e l’economia locale, sia Lombarda che Emiliana. Formec Biffi con il proprio stabilimento di San Rocco al Porto (LO) e’ tecnologicamente all’avanguardia nel suo settore ed opera con 23 linee di produzione. L’alta automazione e la flessibilita’ costituiscono il fattore essenziale del successo dell’azienda che, insieme alla qualita’ e la ricerca, ne fanno un’eccellenza nel solco della tradizione gastronomica italiana.
CARLOTTA BERTELLI – MASSIMO DE GENNARO – FRANCESCA DELLA TOFFOLA – ALEX MEZZENGA – ANDREA RAZZOLI
| QUELLI DI FONTANA
I FOTOGRAFI IN MOSTRA (testi di Luigi Erba)
Carlotta Bertelli. Il tema della realta’ , dell’ artificiale, della verita’ e del falso sono territori fotografici e artistici, ogi indagati e testimoniati nel lavoro di Carlotta Bertelli. “Niente e’ come sembra” come diceva il Buddha e nel suo lavoro i giochi si mescolano, verita’ e menzogna, illusioni ed inganni, nascondimenti e rivelazioni, generando eleganti equivoci e cammuffamenti. Ovviamente non tutti gli enigmi si sciolgono o si evidenziano perche’ sarebbe come smascherare la creativita’ artistica e questo non e’ giusto. Il lavoro della Bertelli emerge proprio in questo contesto attraverso una realizzazione ironica in cui il presupposto e’ un circolo di confusione che fa riflettere anche sulla nostra ambigua percezione quotidiana.
Massimo De Gennaro ricorda cio’ che disse Valery che la pelle e’ la sua profondita’ , come una corteccia. E in queste cortecce? Queste epidermidi, forme di antichi ulivi, dicono proprio … sud. Tre lettere mai tanto profonde, mai tanto comprensive di un tutto. Il suo linguaggio fatto di ombre, luci, materia, ovviamente rimanda al tempo, ma anche alla storia ancestrale di una fotografia che scava come un aratro e accarezza come una mano. Quelle forme ricordano ovviamente la fatica, il lavoro, un rapporto uomo ambiente mai idilliaco … un saper aspettare, quasi un guscio della terra che si dischiuda. E il pensiero mi porta anche alle civilta’ passate che avevano nella natura il loro finito- infinito, mai uguale, mai prevedibile e alle loro intelligenze che producevano manufatti zoomorfi, antropomorfi, perche’ ogni cosa era simbiosi con cio’ che vedevano, sentivano e toccavano. Queste piante sono un totus.
Francesca della Toffola con Pelle a pelle presenta uno dei suoi lavori piu’ emblematici per spettro linguistico di significanti e significati. L’accostamento, l’impostazione a dittici comprensiva di parte o tutto dei due fotogrammi non e’ una divisione ma una fusione; un legare a creare un’immagine unica, complessa e per questo relativa. La scansione non solo grafica, the black line, come l’ha chiamata in una recente pubblicazione, segna si’ il tempo, ma anche la contemporaneita’ visiva di un complesso che mette in gioco proprio le categorie della ripresa. L’artista si fotografa in una performance, o meglio inserisce il suo corpo nell’ambiente di una villa veneta a due passi da casa. E’ un gioco finzione-ricreazione decisamente basato sull’esperienza, su una rilettura di ambienti che filtrati dalla sua memoria seguono le tracce del tempo, in uno spazio pubblico che ora diviene iconografia privata, interiore, sempre molto leggera, equilibrata.
Alex Mezzenga. Anche qui siamo di fronte ad una reinvenzione attraverso la tipologia di ripresa, della post produzione, l’utilizzo dei piani e del colore. Focus on Beirut e’ di per se’ un titolo emblematico: e’ uno sguardo attraverso, un’accentuazione circoscritta. La vicenda, il dramma non e’ tradizionalmente raccontato, solo sfiorato con la focalizzazione dei volti con una reinvenzione dei piani tradizionali. Rimane un racconto che suggerisce una presenza-evanescenza, un’umanita’ coinvolta in un divenire quasi provvisorio dove tutto solo apparentemente traspare. Ma le espressioni sono li’. Rimane il pensiero di chi osserva, di chi e’ fotografato. Il colore e’ testimonianza di un ambiente, scolpito dall’ombra e dalla storia. Un mondo in divenire, provvisorio, quasi impalpabile, ma reale. Mezzenga sposta con questo lavoro la narrazione tradizionale del reportage; non vuole angosciare, ma attraverso una visione diversa, far pensare.
Andrea Razzoli. E se le scarpe potessero parlare, raccontare forse scriverebbero una storia. Se potessero fotografare anche. Quelle di Razzoli sono infatti immagini in cui il punto di vista fotografico e’ assoluto … ad altezza di punto di scarpa, appunto. La citta’ viene cosi’ raccontata in modo insolito al di la’ di quella retorica dei luoghi a cui siamo troppo assuefatti. Attraverso l’uso totale del grandangolare e del colore parlano quelle superfici-materie, ma anche oggetti che fanno parte di un arredo urbano, vengono decontestualizzati e stanno in bilico tra realta’ e sogno una volta tanto non in modo angosciante. Griglie, tombini, superfici plastiche calpestabili hanno una loro struttura e assumono qui una identita’ espressiva quasi pensante, attraverso texture, forme, segni. Sullo sfondo la citta’ , gli edifici intravisti come diverse ed evanescenti presenze
VINCENZO CABIATI – ARMIN LINKE – MICHELE LOMBARDELLI – AMEDEO MARTEGANI – LUIGI PRESICCE
| CORPOCINQUE
Dopo l’esposizione alla Biffi Arte, la collaborazione dei cinque artisti proseguira’ con nuove forme, alla galleria Folini Arte Contemporanea di Chiasso (CH).
GIANLUCA GROPPI
| L’ULTIMA MUTAZIONE
«Si compone di immagini in bianco e nero ironicamente noir “L’ultima mutazione” di Gianluca Groppi, che raggruppa e riflette sulla produzione fotografica dell’autore negli ultimi dieci anni. Dopo gli scatti dark e inquietanti di “I”, Groppi continua a proporre una serie di personaggi straniati e stranianti, ma questa volta con un’ironia dovuta principalmente ad una maggiore maturita’ artistica e personale. Gianluca Groppi diventa regista delle sue storie, brevi racconti in cui le immagini sono collegate da coup de theatre piu’ o meno immediati. L’autore ricrea i set e fa recitare i protagonisti, che non sono semplici modelli ma veri e propri attori alle prese con vicende tragicomiche. I numerosi dittici rappresentano il formato perfetto per la narrazione di queste short stories. In “Imprinting” Groppi realizza il ritratto di una famiglia in cui i genitori indossano maschere di animali, mentre nella seconda foto la maschera e’ solamente sul viso della bambina, che riceve in questo modo la sua eredita’ genetica. La “Signorina Concassetti” e’ seduta su un como’ con i piedi nei cassetti, che diventano nella seconda immagine le sue estremita’ inferiori. “Ceci n’est pas une pipe” e’ un omaggio a Magritte, dove il soggetto dell’opera e’ un esibizionista che aprendosi l’impermeabile mostra l’insegna “Ceci n’est pas un exhibitioniste”. L’autore utilizza anche la performance, documentata sempre fotograficamente. In “Hypocrisy” nel primo autoscatto e’ presente una lunga barba, che scompare nel secondo grazie ad un intervento di rasoio, che lascia sul volto il titolo dell’opera. Groppi analizza la vita reale per approdare ad una visione surreale dell’esistenza, fatta di humor nero, in cui i personaggi risultano estremamente fragili e ambigui. Il non sense pervade l’intera produzione delle “mutazioni”, che si fanno di volta in volta critiche verso la societa’ che mette la famiglia davanti a tutto, o verso la religione, rifiutata completamente nel polittico “L’ultima cena”». (testo di Elisa Bozzi)
GILLO DORFLES
| MISTERIOSE PRESENZE
Sabato 22 gennaio 2011, alle ore 18:00, inaugura presso la Galleria Biffi Arte di Piacenza la personale di Gillo Dorfles “Misteriose Presenze”. La mostra documenta, con circa 80 opere tra pitture, disegni, sculture e grafiche l’attività pittorica di Gillo Dorfles, dagli esordi metafisici-surreali alla sua adesione al Movimento Arte Concreta nel decennio 1948-1958, fino alle sue recenti originalissime composizioni pervase da una sottile ironia come in Il giocoliere, 2006, Il fustigatore, 2007, Personaggio invaso dai triangoli, 2008, Metamorfosi, 2009, per arrivare alle ultime composizioni inedite datate 2010. L’opera pittorica e grafica di Dorfles tutta pervasa da una rara capacità di coinvolgere lo spettatore nel piacere di cercare e ritrovare in essa quel misterioso mondo interiore che e’ in ciascuno di noi. Nota biografica Gillo Dorfles (Trieste 1910) critico d’arte, estetologo, artista. Si e’ laureato a Roma in medicina e specializzato a Pavia in psichiatria. Gli esordi in pittura di Gillo Dorfles risalgono intorno al 1935 quando realizza una serie di dipinti eseguiti con la tecnica della tempera grassa all’uovo in cui e’ fortemente presente una spiritualita’ diffusa che anima paesaggi misteriosi, con vitali indefinibili presenze che aleggiano in composizioni simboliche e surreali come in Paesaggio con volto umano, 1934, 2 forme glaciali, 1935, Paesaggio iperboreo, 1935, Larve azzurre, 1937, dove forze, tensioni, entita’ vengono rivelate dalla sua sensibilita’ come elementi fondamentali di un mondo sottostante alla realta’ tangibile. Elementi questi che sono un preludio dello sviluppo delle varie forme espressive poi sviluppate da Dorfles nei decenni successivi. Nel 1948 con Munari, Soldati, e Monnet e’ tra i fondatori del Movimento Arte Concreta, un movimento d’avanguardia che reagisce polemicamente tanto ai dogmi della figurazione tanto a quelli dell’astrazione postcubista. Dorfles nell’ambito del movimento oltre che come artista esercita il ruolo di critico e teorico. I “concretisti italiani” si battevano per l’assoluta liberta’ e indipendenza dell’arte da qualunque ideologia e quindi si misero in polemica contro ogni condizionamento esteriore all’arte soprattutto con la pittura neorealista e la corrente Novecento, vittima delle strumentalizzazioni politiche. La trasposizione interiore di una realta’ esterna percepita e vissuta con artistico interesse porta Dorfles alla creazione di varie composizioni negli anni Quaranta e Cinquanta, complesse nel segno e stimolanti nell’accostamento dei colori. Si vedano a questo proposito le opere Guanto e spirale, 1940, Composizione con creste e cerchi, 1949, Composizione VII, 1949. Nel corso degli anni Cinquanta l’attivita’ pittorica di Dorfles si fa sempre piu’ libera e creativa, come egli stesso dichiara nel 1957, e “trae la sua ragion d’essere, come¨ ovvio, da un’intima necessita’ di manifestare, attraverso un mezzo espressivo…congeniale, le immagini che affiorano alla mente, in altre parole di visualizzare le piu’ urgenti espressioni consce e inconsce che mi si affaccino. Per questa ragione la mia pittura e’ sempre stata orientata secondo un modulo grafico-plastico lontano da ogni razionalita’ e da ogni costruttivismo”. Conclusa l’esperienza del MAC nel 1958, Dorfles da’ avvio ad una brillante carriera accademica quale docente di Estetica all’Universita’ Statale di Milano, Trieste e Cagliari. Agli inizi degli anni ’80 Dorfles riprende a disegnare e dipingere creando inediti personaggi, organismi anomali, indefinibili, nati da contaminazioni tra mondo umano, animale e vegetale, fluttuanti e dinamici in un perenne processo di evoluzione: una pittura libera, carica di immagini fantastiche, dove l’immagine torna nell’opera, non piu’ dalla natura esteriore ma piuttosto da quella interiore dell’artista, assumendo gli infiniti aspetti e la poesia che le relazioni delle forme suggerite dalla fantasia possono determinare.
ARIANNA ARCARA
| PO/THE RIVER
CESURALAB e’ un collettivo fotografico che propone progetti (foto, video e arte) online. Nel suo nome, derivato dal paese dove inizialmente era situato lo studio di Alex Majoli, direttore artistico del gruppo, e dove il collettivo stesso ha preso forma, e’ racchiuso il concept del gruppo: la volonta’ di eseguire un “taglio netto” con la staticita’ dell’attuale mondo fotografico. Inizialmente accomunati unicamente dal proposito di vivere di fotografia, e’ stata una naturale conseguenza per i suoi membri unire le forze e veicolarle in un unica direzione: la creazione di un collettivo indipendente capace di lavorare a progetti fotografici senza compromessi commerciali. CESURALAB ha la peculiarita’ di essere un gruppo in cui molte delle persone che lo compongono, oltre alla fotografia, condividono anche gran parte della loro esistenza, sottoponendosi cosi’ a un confronto quotidiano che costituisce per loro uno stimolo continuo alla crescita. Gli spazi e le attrezzature dello studio in cui il collettivo lavora permettono inoltre di essere autosufficienti dal punto di vista produttivo, cosi’ da poter seguire l’intero iter progettuale e di realizzazione dei lavori sia individuali che di gruppo. CESURALAB e’ dunque un’entita’ autonoma, che cerca di rimanere fuori dal sistema, che vuole fare la differenza. Non e’ un’organizzazione giornalistica ne’ artistica, e i suoi componenti non si sentono collocati in una specifica categoria, proprio a causa della diversita’ di stile e contenuti dei progetti. Oltre che in rete e sul mercato editoriale il gruppo presenta e diffonde i propri progetti tramite mostre, nell’ambito di festival, utilizzando differenti forme espressive come slideshow o tramite pubblicazioni autoprodotte. Last but not least, CESURALAB ospita nel suo spazio diversi workshop e masterclass, all’interno di un progetto “educational” che occupa una posizione di rilievo tra gli obiettivi del collettivo.