I ARCHIVIO 2018 – 2017
EX LIBRIS
| SEGNI DI GUERRA



Dal 18.12.2018 al 10.02.2019
La mostra sarà presentata da Marzio Dall’Acqua e Vittorio Sgarbi
In mostra negli spazi dell’Antico Nevaio una eccezionale collezione di 150 ex libris su temi ispirati al primo conflitto mondiale: un corpus esemplare di piccola grafica in cui, fatto rarissimo, il tema del foglietto travalica e prescinde dalla identità del titolare, dai suoi interessi e dalle sue passioni per imporsi come tema totalizzante, leit-motiv della vita di quegli anni cruciali. Negli ex libris eseguiti dall’inizio della prima guerra mondiale fino agli anni Venti, la guerra è interpretata ed evocata con stili estremamente diversi, a seconda del succedersi degli accadimenti: nel 1914 il sentire comune della società civile era disinteressato a individuare le responsabilità che avevano condotto al conflitto, ma piuttosto interessato ai possibili vantaggi che i singoli stati avrebbero potuto ottenere al termine delle ostilità: “La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”: ecco il concetto espresso da von Clausenwitz nel suo “Vom Kriege” che rende perfettamente l’idea della guerra come semplice strumento politico, uno fra i tanti, e come percorso glorioso e di breve durata. Purtroppo non fu così, e infatti con il passare degli anni il fardello delle atrocità sperimentate si farà sempre più pesante: scompare ogni retorica, e l’unica ambizione rimasta è quella di arrivare il prima possibile alla fine dell’atroce conflitto. Nascono i gioielli letterari di Ungaretti e di Rebora mentre cadaveri e scheletri cominciano a popolare veri e propri piccoli capolavori della incisione, quali gli ex libris di Willi Geiger, Arthur Paunzen e Mathilde Ade. Dopo il 1928, a pace raggiunta, la memoria della guerra diventa una cicatrice profonda, che rimarrà nell’animo dei sopravvissuti per tutti gli anni Venti. A cura di Augusto Agosta Tota.
MARCO RIGAMONTI
| PRESEPI PADANI
Dal 16.12.2018 al 10.02.2019
Lungo le strade di campagna di alcune aree della Pianura Padana era viva l’usanza, nel periodo natalizio, di esporre il presepe davanti alla propria abitazione, nell’aia della fattoria, nel cortile dell’azienda agricola. Questa antica tradizione va però scomparendo ed i presepi, a volte bizzarri ma sempre molto rappresentativi, diventano sempre più rari e difficili da trovare. Si trovano spesso su strade secondarie con pochissime indicazioni per raggiungerli. Una volta trovati, mentre mi accingo a fotografarli, spesso mi perdo nel bellissimo paesaggio che li circonda lasciandomi conquistare dalla dolcezza di questo splendido territorio a cui appartengo ma che a volte sottovaluto nella sua bellezza. In questo lavoro ho voluto raccontare ciò che rimane di questa rappresentazione popolare (spesso un po’ kitsch) della spiritualità tipica del Natale che racchiude in sé il senso religioso e la devozione tipici delle persone umili e semplici.
VILMORE SCHENARDI
| PASSEGGIATE FRANCESI FRA ALTRE OPERE
Dal 15.12.2018 al 10.02.2019
E’ un universo di rituali enigmatici, quello del Maestro Armodio: mise en scene di manufatti che, se e quando non esistono, eppure riconosciamo, un mondo parallelo costruito con i segni di questo, e da cui le cose prendono a prestito il proprio sembiante per poi vivere di una vita altra, in attesa di un qualche misterioso accadimento. Ecco allora che lo sguardo si attarda sulla pelle delle cose e sui suoi infiniti accidenti e cerca indizi, mappe di quella geografia segreta che ci faccia strada, al cuore del segreto. Inutilmente, perché l’enigma rimane ed è sì spiazzante ma mai perturbante: è garbato stupore, con dentro il sorriso di un’ironia misuratissima. Artista da sempre in ascolto del segreto ultimo delle cose, Armodio è Maestro dalla tecnica prodigiosa e di colto e luminoso pensiero. Una pittura asciutta, rigorosa, di stupefacente meticolosità in cui il rilancio delicato del contorno raccoglie i volumi con attenzione amorosa, figlia della migliore tradizione dell’antico. Una mostra straordinaria con, fra le tante opere, su carta e su tavola, il corpus dedicato alle sue Passeggiate francesi: quindici tempere in cui il gusto per lo straniamento si fa forma viva nella metamorfosi di scarpe visionarie eppure ricche di estrosa poesia.
VICTOR AGIUS – AARON BEZZINA – TREVOR BORG – VINCE BRIFFA – RYAN FALZON – FRANCESCA MERCIECA – JOE SMITH – ANDREA ZERAFA
IN BETWEEN | MALTA: LO SGUARDO DELL’ARTE FRA DUE CONTINENTI
Dal 20.10.2018 al 09.12.2018
La mostra sarà inaugurate da S.E. Vanessa Frazier, Ambasciatrice di Malta presso la Repubblica Italiana La Galleria Biffi Arte è lieta di presentare In between. Malta: lo sguardo dell’arte fra due continenti. Protagonisti della mostra, otto fra i migliori artisti attivi nel panorama dell’arte contemporanea maltese e al centro della ricerca, il concetto di tempo inteso come parametro diffuso interiorizzato, esperito e comunicato attraverso prospettive differenti. Con la supervisione di Joe Philippe Abela, gli otto artisti esplorano la complessità implicita nel concetto di tempo, analizzandone gli aspetti simbolici con differenti strumenti espressivi. Il tempo è una costruzione dell’uomo, agevola l’arte di essere e si manifesta attraverso i cambiamenti, gli sviluppi e il ricorrere degli eventi. Può essere interiorizzato in modo differente, talvolta incondizionato e non intenzionale, e può avere un andamento lineare, ciclico o finito. E’ un meccanismo trainante che continuamente ci induce a mettere in discussione, a investigare, a cercare di comprendere, a riflettere e a creare. Intrinseco al concetto di tempo quello della atemporalità che rappresenta il tempo come una circostanza infinita, contrastata e sfidata da infinite unità e strumenti di misura. Ma In between. Malta: lo sguardo dell’arte vuole anche offrire l’opportunità di schiudere lo sguardo sullo stato dell’arte a Malta: territorio di rara complessità culturale, l’isola è punto speciale di incontro fra due differenti culture, quella europea e quella africana, ed è nel contempo portatrice di una propria assoluta unicità.
ANDREA MODICA
| RECENT WORKS
Dal 19.10.2018 al 09.12.2018
I soggetti fotografati da Andrea Modica, una delle più affermate ed interessanti fotografe del panorama americano degli ultimi anni, si collocano in un’atmosfera surreale, quasi al di fuori del flusso del tempo: non descrivono eventi o azioni particolari, ma vengono isolati in un tempo parallelo, come se l’autrice volesse avvolgerli di una nuova sacralità. I luoghi nelle immagini di Modica non sono descritti, ma sono avvolti in un’atmosfera misteriosa e a tratti inquietante, dove può accadere che il bianco di una stoffa di un cuscino o una tovaglia, diventi un fondale per un soggetto apparentemente banale, che l’artista riesce a trasformare nel protagonista di un racconto metafisico. Lo stesso tipo di mistero si coglie nelle immagini del lavoro più recente “January 1”, un progetto fotografico realizzato in occasione di un evento che si svolge da trecento anni nei quartieri della classe operaia di Philadelphia (città dove l’autrice vive e lavora): “the mummers” (i mimi), a differenza degli altri soggetti, sono ritratti in maniera seriale, collocati in scorci cittadini anonimi, dove il mistero sta non tanto nei luoghi senza tempo delle ambientazioni precedenti, bensì negli sguardi e negli atteggiamenti di persone comuni, vestite per un giorno con abiti goffi e improbabili, ben lontani dalla realtà quotidiana, come provenienti da un’epoca differente. Tutte le fotografie in mostra sono state scattate con banco ottico e stampate a contatto 20×25 con l’antica e preziosa tecnica del platino-palladio. Andrea Modica è nata a New York e vive a Philadelphia, dove lavora come fotografa e insegnante alla Drexel University of media arts and design. I suoi lavori fanno parte delle collezioni permanenti delle più prestigiose istituzioni e musei americani.
GIOVANNA GIACHETTI
| IL GIARDINO DI LATTA
Dal 19.10.2018 al 09.12.2018
A cura di Martina Corganti
In questa sua ultima personale, Il Giardino di latta, Giovanna Giachetti presenta un corpus di opere inedite, realizzate appositamente per l’occasione, assemblate in un’installazione complessa e suggestiva, che occupa l’intero spazio dell’Antico Nevaio della Galleria. Il visitatore si trova circondato da “laghi delle ninfee”, fiori alti sullo stelo, personaggi dall’aspetto esile e straordinario, un grande “mantello” dai molteplici intarsi, e diversi elementi a parete che trasformano l’ambiente in un luogo incantato e ambiguo, fiabesco ma non privo di inquietudine. Il Giardino di latta, un titolo che discretamente richiama sia i celebri giardini delle ninfee di Claude Monet sia le cadenze stridenti del capolavoro di Günter Grass, Il tamburo di latta, riflette la scelta effettuata dall’artista alcuni anni fa, da quando cioè latta o lamiera corredata da fili e altre componenti metalliche “povere” sono diventate l’unico materiale da lei utilizzato; un materiale duro e tagliente che però, adeguatamente battuto e trattato, si dimostra capace di insospettabili sensibilità tanto al segno e al colore quanto, più prevedibilmente, alla luce. Il risultato sono elementi plastici sempre privi di volume che, per la loro stessa natura, compromettono l’idea di scultura pur senza rinnegarne la valenza spaziale. In mostra è proposta una ventina di opere recenti: personaggi dalla raffinata fisionomia e in forma di stele, tantissimi fiori ed elementi circolari dal sapore talvolta quasi optical che letteralmente dilagano nella stanza e sulle pareti, operando uno straniante ribaltamento fra la dimensione verticale del quadro e quella orizzontale “tipica” di questo tipo di intervento; infine, completa l’insieme uno straordinario e teatrale mantello trasparente, tutto composto da fili ed elementi metallici vibranti alla luce, emblema di una regalità (o dignità) tanto antica e magniloquente quanto vuota e simulacrale. Intense ma rarefatte le memorie di un’Africa lontana e archetipica, che per l’artista resta un’imprescindibile riferimento poetico e culturale. La mostra è a cura di Martina Corgnati, storica dell’arte e curatrice, docente all’Accademia di Brera di Milano Giovanna Giachetti, italiana, è nata a La Chaux de Fonds (CH) e ha lungamente vissuto fra Lagos (Nigeria), il Botswana e l’Italia. Si è diplomata in scultura all’Accademia Albertina di Torino. La sua opera è stata presentata in decine di mostre personali e collettive in Italia e all’estero; l’ultima, al Castello di Lagnasco (CN) è accompagnata da un ricco catalogo edito da Skira. Vive e lavora fra Cuorgnè e Milano.
KIM SOMMERSCHIELD
| COME UN IRTO FIORE
Dal 08.09.2018 al 14.10.2018
Io fui sui monti come un irto fiore –e guardavo le rocce, gli alti scogli per i mari del vento – e cantavo fra me di una remota estate, che coi suoi amari rododendri m’avvampava nel sangue–
Antonia Pozzi, febbraio 1934
Nato in Inghilterra da famiglia di appassionati d’arte, Kim Sommerschield ha scelto, quale mezzo per il proprio operare artistico, l’acquarello: con questo strumento “implacabile” e fortemente votato all’astrazione, l’artista dà forma, pittorica e finanche poetica, alle proprie passioni, prima fra tutte quella per la montagna. Una montagna evocata non più come pura rappresentazione mimetica, ma come contenitore di un sentire profondo e meditativo. Nasce un corpus di opere, appositamente create per questa mostra, in cui sotto alla filigrana del colore emerge la voce struggente della poetessa Antonia Pozzi (1912-1938), da cui il progetto ha preso spunto, ricordandone l’anniversario della morte, per farsi meditazione su ciò che è spesso alla base del processo creativo: la solitudine. La mostra non vuol certo essere un percorso biografico-ideologico, ma piuttosto un progetto autoriflessivo il cui punto di partenza è proprio l’evocazione dei luoghi montani aspri e solitari in cui la poetessa cercava pace e ispirazione. Luoghi che nella traslitterazione di Sommerschield diventano “luoghi dell’anima”. Una mostra che è anche sul dipingere inteso come processo di affinamento e sintesi, inseguendo un ideale estetico fuggente eppure potente, che trova consonanza nelle parole della Pozzi, “asciutte e dure come sassi”. Ma la mostra accoglie, infine, anche un’altra istanza, certamente specifica ma di risonanza universale e trasversale alle epoche: è la tragedia di Antonia Pozzi intesa come drammatica lotta di una giovane donna contro una patriarchia aggressiva e le soffocanti convenzioni sociali.
ARMANDO FETTOLINI
| IMMERGERSI NEL CIELO
Dal 08.09.2018 al 14.10.2018
Ormai da qualche anno Armando Fettolini ha trovato il blu. E con il blu ha scelto di immergersi nel cielo. I suoi paesaggi, le sue Derive occasionali – già paesaggi dell’anima ma ancora ascrivibili a un genere pittorico figurativo – si sono mutati in campiture astratte, dove la materia gioca sempre un ruolo da protagonista, permeata, però, di un colore che ha finito con il predominare nella tavolozza dell’artista, il colore simbolico per eccellenza, grande protagonista dell’arte di tutti i tempi. Progressivamente i paesaggi di Fettolini hanno smarrito il confine tra terra e cielo, hanno perduto la linea dell’orizzonte, si sono fatti luoghi intangibili e infiniti, spazi in cui l’elemento paesistico è relegato ad alcuni cenni simbolici o si è nascosto in piccoli dettagli che schiacciano l’occhio alla produzione passata. Lo sguardo dell’artista è andato oltre l’orizzonte, si è perso tra Whistler e Rothko, annullando i confini di un genere pittorico senza cercarne altri, vagando liberamente in un gioco sottile e convincente di pennellate materiche, costruzioni geometriche e decostruzioni visive, senza darsi alcun limite se non il proprio istinto pittorico. Le campiture si sono fatte sempre più geometriche, fino alla destrutturazione della superficie pittorica in frammenti, in moduli composti e compositi, che donano all’opera un margine straordinario di libertà e possibilità di cambiamento. I paesaggi sono diventati cieli – o meglio, ipotesi di cielo – e spazi assoluti in cui perdersi con l’immaginazione. Sono opere fortemente immersive, avvolgenti e sospese, che paiono giocare con il vero, sfiorandolo per poi allontanarsene. Opere che raccontano una scelta: una scelta espressiva ma anche una scelta poetica, compiuta incamminandosi in un percorso che inizia, non a caso con l’immagine di una stella salente, una stella che simboleggia la volontà del cambiamento e del fare e non l’attesa passiva dell’avverarsi di un desiderio. La volontà e la scelta paiono, dunque, essere due parole cardine di questa nuova produzione, giunta dopo quarant’anni di ricerca coerente e personale, segnando di fatto una delle fasi più convincenti della produzione dell’artista.
CARLO BARUFFALDI
| IL PESO DEL MONDO, L’AMORE
Dal 07.09.2018 al 14.10.2018
Il peso del mondo è amore. Sotto il fardello di solitudine sotto il fardello dell’insoddisfazione il peso, il peso che portiamo è amore.
Allen Ginsberg (Newark, 3 giugno 1926 – New York, 5 aprile 1997)
Come Dorian Grey, Carlo Baruffaldi, nato a Correggioverde, in provincia di Mantova, nel 1934 ha saputo mantenere una specie di eterna giovinezza, dopo una vita errabonda che lo ha portato a girare il mondo dipingendo, sempre dispensando fantasia con la leggerezza di un incantatore elegante e sfuggente insieme, un narratore dell’eterna fiaba dell’amore, inseguito e perseguito con, come sottofondo, l’incanto della voce della moglie cantante lirica. E le sue opere sono poesia fatta colore, musica visiva: viaggio senza fine e senza ritorno tra pianeti che hanno l’iridescenza dei sogni. Baruffaldi si è mosso nello stesso modo, quasi veleggiando in solitaria, anche nell’accostarsi alla pittura, anche se ha frequentato Giorgio De Chirico, al punto da considerarlo se non il proprio maestro almeno un costante punto di riferimento, a Chagall e Mirò, conosciuti personalmente a Parigi. Così ha mantenuto l’inquietudine dello zingaro, sempre pronto a partire con un bagaglio minimo, disponibile all’avventura, al rischio, con un ottimismo di fondo tenace e testardo che gli fa superare il suo carattere umorale ed umbratile. le sconfitte in un andare oltre fatto di strade, scie, ponti, barche, vorticare di luci, pianeti e acque che colorano cieli in fantomatici colori, in vastità che darebbero un senso di smarrimento e vertigine, se non fosse che proprio qui, proprio ora improvvisamente la coppia, il maschio e la femmina, si congiungono e dandosi la mano procedono per la propria strada. E’ una specie di eterno sogno, di rinnovato rimpianto di una giovinezza e di primavere eternamente cicliche. Come ha scritto Allen Ginsberg, uno dei poeti più rappresentativi della Beat Generation:
“… ma noi il peso lo portiamo stancamente, e dobbiam trovar riposo tra le braccia dell’amore infine …”
Ed è quello che ha sempre fatto e fa Carlo Baruffaldi raccontando e scrivendo con i colori i suoi personali viaggi nel sentimento che sono abbandono confidente all’emozione, sono disponibilità a lasciarsi andare senza remore né garanzie, sono il diario continuamente riscritto tra il desiderio e la disponibilità a farsi incantare.
ELEONORA MARZANI
| POSTCARDS TRILOGY
Dal 22.06.2018 al 08.07.2018
Ad ogni latitudine il vestito porta un dono. È per uno sguardo che ci prepariamo. Davanti allo specchio non decidiamo di metterci soltanto gli abiti che ci stanno meglio addosso, ma ci visualizziamo in un paesaggio immaginato e sociale in cui agiremo. È proprio in funzione di questo che scegliamo gli abiti e con essi lo ‘portiamo’ con noi nel mondo. Questo vale in maniera particolare per l’Italia, dove la relazione tra quel che si mette e ciò che si è non è mai casuale, anzi ha una chiara lettura identitaria. Postcards Trilogy è costituita in tutto da 42 brevi video-cartoline e dai testi che le accompagnano. In ogni postcard appare un solo protagonista che indossa un capo d’abbigliamento che gli appartiene, che ama molto ma non ha (quasi mai) l’occasione di mettere. Così vestito, è collocato in un paesaggio/scenografia scelto da me e rimane lì ad aspettare, senza far nulla, senza far finta che non ci sia un occhio che guarda, senza intrattenimenti o diversioni. I video successivamente montati sono accompagnati da libretti con i testi creati a partire da interviste fatte ai protagonisti dopo l’esperienza dell’attesa. Queste sono le regole del gioco. La performance è uno strumento usato qui nella sua accezione di ‘prestazione’: non c’è esibizione vera e propria ma piuttosto l’esperienza dell’essere visibili in maniera diversa dal quotidiano. Eleonora Marzani ELEONORA MARZANI, attrice, performer, formatrice e visual artist. È tra i vincitori del Premio Creatività 2017 – Progetto SPACE, promosso dal Comune di Ascoli Piceno, ed è membro del centro di ricerca artistica CHAIA/Università di Évora, Portogallo.
DARIO BALLANTINI
| DIPINTI, SCULTURE E VIDEO
Dal 08.06.2018 al 08.07.2018
In mostra alla Galleria Biffi Arte un cospicuo corpus di opere pittoriche che, accanto a video e sculture, costruiscono il percorso artistico di Dario Ballantini (Livorno, 1964). E’ un linguaggio certamente figlio dell’approfondita assimilazione delle prime avanguardie artistiche, espressionismo e cubofuturismo in modo particolare, ma pronto a riconfigurarsi in un gesto violento eppure controllatissimo, impaginato in campiture esatte di colore fermentante. Ed è il volto come “maschera” (non a caso al centro della vita professionale altra di Ballantini), il territorio di elezione di questo lavoro, in cui il colore è portatore di un’energia che fa della tela un vero e proprio campo di forze. In dialogo con le opere pittoriche, una selezione di pezzi prodotti dal migliore design italiano, per gentile concessione di Pialorsi Arredamenti, a evocare i contorni di un paesaggio domestico in cui le forme pure degli arredi temperano i colori “furiosi” di Ballantini, in un dialogo felice di voci contrapposte. Consulenza artistica di Gianmaria Tosca In collaborazione con Michele Votto per ARTeCORNICE Con la partecipazione di PIALORSI Arredamenti e Kadō Flower Design.
GRUPPO IDEAIMMAGINE
| SCIENZA E CARITA’
Dal 05.05.2018 al 03.06.2018
Non è stato un viaggio privo di sorprese quello affrontato dai fotografi del Gruppo ideaimmagine alla ricerca di una rilettura iconografica sul tema dell’edizione 2018 del Festival dell’Omeopatia, “Scienza e Carità”. Interrogativi profondi hanno però fatto emergere percorsi e ritrovamenti per nulla scontati, le cui immagini hanno permesso agli autori di tracciare una mappa nuova, che sposta i confini oltre il momento di esperienza del reale. Forse mai come in questa edizione, la fotografia (Scienza?) si è rivelata come uno degli strumenti più attuali per indagare con coscienza (Carità?) il nostro tempo, perché il progresso non sta nel trovare delle risposte, ma farsi sempre nuove domande.
MARIA TERESA INVERNIZZI
| STANDART CLIPS
Dal 05.05.2018 al 03.06.2018
In mostra gli ultimi lavori della scultrice Maiti (Maria Teresa Invernizzi): una serie di sculture “da parete” che, con una linearità ora filiforme e ora leggermente più corposa, testimoniano la mediazione visiva con la terza dimensione tramite spessori che paiono tratti grafici, e si offrono all’armonia del fluire delle linee. Dal tondino di ferro alle fascette per materiale elettrico, si concretizza un percorso artistico raffinato e originale: il mostrarsi di primo acchito come rappresentazione criptica, viene decodificato attraverso il riconoscimento di soggetti propri di una sfera di conoscenza affettiva. Incontriamo così tuffatori perduti nel nulla di un elemento da scoprire, ai quali si affiancano le anatomie umane tronche che sanno di reperto, vene e arterie a incrociarsi nell’essenza della scorrevolezza delle forme, fino alle anatomie equine, teste e non solo, tracciate come fossero schizzi veloci, eppure corpose di sostanza forte.
GIUSEPPE MASCARINI
| DIVAGARE NEL SOGNO
Dal 04.05.2018 al 03.06.2018
Giuseppe Mascarini nasce diciannove anni dopo Giovanni Segantini e soltanto nove dopo Giuseppe Pellizza da Volpedo e il suo linguaggio figurativo viene dall’Ottocento lombardo, in quanto, come sottolinea il futurista Carlo Carrà, la sua pittura è autenticamente lombarda e ottimamente inquadrata in un disegno sobrio ed equilibrato. Dopo l’ultima esposizione personale tenutasi alla Permanente di Milano nel 1942, dopo oltre settantasei anni dunque, alla Galleria Biffi Arte si potranno ammirare da vicino una selezione di circa trenta opere che evidenziano l’affascinante parabola artistica di Giuseppe Mascarini che si è soffermato, “sovranamente appartato da ogni specie di cenacolo”, a dipingere superbe vedute paesaggistiche, rifugiandosi in Engadina tra i luoghi cari a Segantini, ma anche raffinatissimi ritratti della vita intima famigliare e della borghesia milanese. La pittura di Mascarini, che è stata oggetto di una sistematica catalogazione confluita nel volume pubblicato da Skira e curato da Antonio D’Amico con contributi di alcuni tra i massimi studiosi dell’arte lombarda tra cui Annie-Paule Quinsac, è strettamente ancorata all’intramontabile cultura figurativa tardo-ottocentesca, dalla quale il pittore milanese non si separerà lungo tutta la sua esperienza artistica, fervida di suggestioni antiche ma reinterpretate con originalità e freschezza. Su questa scia della sicura aderenza al dato reale, Mascarini rimane fedele a se stesso e ferma nel tempo le sue immagini con la consapevolezza, come egli stesso dichiara, che “la vita è movimento ed io invece sto fermo e dipingo”. Il suo atteggiamento è quello di chi ha esercitato per tutta la vita la bella pittura, vivendo con sereno distacco i nuovi fermenti del Novecento, senza lasciarsi influenzare dal futurismo o dalle avanguardie che acclamano la destrutturazione della forma, rimanendo nel chiuso del suo studio a dipingere gli affetti e gli sguardi della quotidianità a lui più prossima. Il suo linguaggio pittorico, come afferma Antonio D’Amico, “è leggiadro, decantato sui rivoli del reale, attento com’è al valore della vita e degli affetti famigliari che lo proteggono persino negli anni del secondo conflitto mondiale, immerso com’è nella sua torre d’avorio, fatta dalla gioia della nascita di una figlia e dalla presenza di una giovanissima seconda moglie. Questa serenità lo accompagnerà fino alla morte, generando opere, oggi nascoste in numerose collezioni, in cui i travagli del mondo moderno non trovano posto”. I suoi scenari infatti, sono delicati e placidi, come i ghiacciai che dipinge salendo nel silenzio dell’alta montagna, la pennellata che incornicia i volti è decantata con armonia, dimostrando che ad appagarlo è la bellezza che emana dalle piccole cose, fermando sulla tela il tempo e lo spazio. Laddove si accosta al simbolismo, come nella dolcissima e delicata Campanella, una tela databile intorno al 1924, Mascarini non manca di raccontare la semplicità dell’umano esistere e l’innocenza che solo gli animi gentili hanno la possibilità di cogliere e vivere. Nella sua arte, scrive Annie-Paule Quinsac, “preferì affidarsi al proprio intuito d’artista che, riletti e assimilati scapigliatura e divisionismo, lo portò a un equilibrato uso del chiaroscuro e a una pittura sciolta e ariosa, dove la pennellata non è fonte di espressione ma sorregge le forme in una sintonia di volumi e toni, in cui domina la sicurezza del tratto”. In mostra, si avrà la possibilità di ammirare la pittura di un artista, vissuto tra due secoli, che ha saputo mantenere lo sguardo vigile sul reale, concedendosi il raro lusso di “divagare nel sogno”. In mostra anche numerosi prestiti provenienti da istituzioni pubbliche. Nell’ambito della mostra, due importanti conferenze dedicate alla tradizione pittorica lombardo-piemontese fra fine Ottocento e inizio Novecento: Venerdì 18 maggio ore 18 La ritrattistica fra fine Ottocento e inizio Novecento: i benefattori dell’Istituto dei Ciechi di Milano Conferenza di Melissa Tondi, Responsabile dei beni culturali dell’Istituto dei Ciechi di Milano Mercoledì 30 maggio ore 18 Il disagio di fronte alle avanguardie. Giacomo Balla, Vittore Grubicy de Dragon e quattro pittori della tradizione nell’ambito lombardo-piemontese della prima metà del Novecento: Giuseppe Mascarini, Carlo Fornara, Ambrogio Alciati e Clemente Pugliese Levi Conferenza di Annie-Paule Quinsac.
YUKI AOKI – ALESSIO BARCHITTA – DANIELE FABIANI – DOMENICO LIGUIGLI – VALERIA MANFREDDA – JULIAN SORDI
| OFF BRERA
Dal 24.03.2018 al 29.04.2018
Galleria Biffi Arte | Piacenza Antico Nevaio Dal 24 Marzo al 29 Aprile 2018 Inaugurazione | Sabato 24 Marzo ore 17.00 Off Brera, è uno sguardo sul futuro dei ragazzi dopo gli anni dell’Accademia. Artisti, giovani alla ricerca di una strada, di un linguaggio espressivo proprio, che può essere tra quelli esplorati durante gli anni di studio, ma anche del tutto diverso. Per alcuni il percorso appare semplice, lineare, già definito da un talento evidente, per altri invece la strada appare nuova all’improvviso. Alcuni esplorano di continuo tracciati inediti, altri cercano di unire talento e stabilità, indagando le possibilità dell’insegnamento o quelle nell’ambito del design. In comune tutti hanno la spinta costante alla ricerca. Perché questa, di là di ogni specifico percorso, è la peculiarità, l’impronta che lascia l’Accademia: l’urgenza a guardare sempre avanti, a incamminarsi per vie diverse di espressione, sperimentando tra linguaggi e materiali. Senza porre limiti nel percorso creativo. E questa è la differenza, lo stigma dell’Accademia di Brera, il segno che più di ogni altro fa la differenza tra Accademia e percorsi di studi diversi. I sei artisti presenti in questo group show (Yuki Aoki, Alessio Barchitta, Daniele Fabiani, Domenico Liguigli, Valeria Manfredda e Julian Soardi) applicano alle proprie radici l’irrinunciabile spinta alla sperimentazione, e danno voce creativa a quel sentire profondo che si portano dentro e che segna l’inizio della loro storia. Yuki Aoki appartiene a una cultura in cui la carta ha un significato quasi sacro: kami, in giapponese, significa carta, ma anche “Dio, divinità che si esprime nella natura”. Ecco allora che lavorare la carta, per un giapponese, significa ricercare un rapporto spirituale, profondo, personale con l’ambiente e con la natura. Alessio Barchitta la sua Sicilia l’ha stampata dentro e nei suoi strappi al silicone ha trovato forma, modo e materiale per raccontarne le architetture e le tracce. Per Daniele Fabiani, la valle lombarda, in cui è cresciuto, è la lente attraverso la quale guardare il mondo. E ovunque se ne rintracciano i segni: nei tratti, scorci di volti che si immergono nei laghi, o nei materiali, i legni che non può impedirsi di flettere e rivestire di colore – non colore: è il bianco velato che percorre tutta la sua ricerca. Domenico Liguigli, vola e spazia tra linguaggi e materia, cerca segni con cui marcare la sua storia, consapevole che solo il tratto creativo resta, esplora a tutto tondo, cerca la luce in uno spaccato di marmo che prima brucia, o nei dipinti a olio dove un punto bianco fende il nero assoluto. Ma la sua installazione può essere, ed è stata, anche solo UN punto, un segnale di luce. La sua. Per Valeria Manfredda l’arte è luce, un percorso che deve lasciare tracce, con fibra ottica, o nei riflessi e nei bagliori dell’acciaio e del rame, elementi che forgia perché moltiplichino i bagliori del sole. E infine il mare, luogo imprescindibile della sua storia personale, entra nel lavoro di Julian Soardi, in forma di ghiaccio. La sua è una riflessione sul rapporto fra mente e percezione visiva: una ricerca in cui, come dice l’artista stesso “L’incorporeo che si presenta ai nostri occhi ha le sembianze di una presenza immateriale”. Perché siamo all’apice della smaterializzazione dell’individuo e la materia non lascia più traccia. E’ importante dar vita ad iniziative di questa natura, nella convinzione di intraprendere un processo virtuoso, utile al pubblico dell’Arte, che vede affermarsi nuove presenze, con la possibilità di un collezionismo più avvicinabile; alle Istituzioni che hanno ulteriori momenti di verifica del proprio lavoro; alle Gallerie che hanno modo di intercettare nuove personalità, e infine ai giovani autori che possono valutare dal vivo l’effettiva efficacia della propria operatività. Renato Galbusera già docente di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera.
ANTONELLA SIGNAROLDI
| YA-HUA ALLA FINESTRA
Dal 24.03.2018 al 29.04.2018
Galleria Biffi Arte | Piacenza Sala Biffi Dal 24 Marzo al 29 Aprile 2018 Inaugurazione | Sabato 24 Marzo ore 17.00 In mostra 24 lavori frutto della inesausta volontà sperimentatrice dell’artista piacentina Antonella Signaroldi. Scostandosi dalla consuetudine con le tecniche incisorie più tradizionali, a lungo praticate, con questi lavori Signaroldi affronta modalità nuove, e sfrutta la sapiente familiarità con il torchio per approdare a esiti sorprendenti. E sono i figli più randagi della natura, i protagonisti di queste carte: erbe infestanti, baccelli solitari, girasoli spolpati del loro sole, rose sfinite, radici denudate: Signaroldi lavora fiori, erbe spettinate e indocili, e li riarmonizza con gesti sicuri. Nasce un erbario di frammenti che celebrano l’impermanenza di essere, di esserci, ma che nel respiro finale del torchio, si fanno impronta definitiva che la carta restituisce con indicibile grazia. Ed ecco che, alla fin fine, è forse improficuo e superfluo interrogarsi sulla esatta appartenenza tecnica di questi lavori: sono, a tutti gli effetti, impressioni, tracciati di pochi segni risonanti, in cui la eco di forma e colore si fa sinopia, carica di tenerezza.
BARBARA SILLARI
| L’ACQUA E LA BATTAGLIA DELL’EVANESCENZA
Dal 24.03.2018 al 29.04.2018
Galleria Biffi Arte | Piacenza Sala delle Colonne, Salone d’Onore, Sale del Paradiso Dal 24 Marzo al 29 Aprile 2018 Inaugurazione | Sabato 24 Marzo ore 17.00 La retrospettiva presentata alla Galleria Biffi Arte L’Acqua e la battaglia dell’evanescenza ricostruisce la produzione pittorica di Barbara Sillari in un arco cronologico quasi ventennale, dal 1990 al 2018: un percorso complesso, di scontro e di scelta tra tenebre e luce, di cui la mostra ripercorre le varie tappe. A cominciare dalla serie dell’Eroe e i guerrieri, del 2001, in cui le tele si trasformano in veri campi di battaglia alla conquista dell’auto-consapevolezza, e dove la realtà si scontra con le forze dell’inconscio. Con la serie Trasposizione notturna il percorso metamorfico dell’artista si abbandona libero e fiducioso a una modalità simbolica: nasce una ricerca introspettiva che porta Barbara Sillari a una visione più meditativa e contemplativa dell’infinito, verso un linguaggio astratto e volutamente universale. Con i lavori dell’ultimo periodo, Aqua, origine della vita e Ondine (2007-2018) l’artista riflette sul concetto di “evanescenza”: il colore blu con tutte le sue complesse implicazioni di ricerca diviene, insieme al mare, luogo di contemplazione e punto di partenza per sperimentare sui colori più enigmatici. Un percorso che conferma la volontà, da parte dell’artista, di porre il proprio lavoro in continuità con la migliore tradizione dell’arte mediterranea, sia moderna che contemporanea. Barbara Sillari nasce a Modena nel 1963, vive a Monte-Carlo e dipinge da più di trentacinque anni, dividendosi fra Roquebrune-Cap-Martin e le colline modenesi. Subito dopo gli studi, in Italia e in Francia, è stata selezionata dal Centro Studi Antonio Ligabue di Parma con il quale ha collaborato per molti con mostre prestigiose. Ha avuto il privilegio di rappresentare il Principato di Monaco alla 50ma Biennale di Venezia (2003) ed è stata selezionata ufficialmente dal Governo Principesco per partecipare all’Esposizione Universale di Shangai (2010) e di Milano (2015) presso il Padiglione Ufficiale di Monaco con la personale Acqua, origine della vita.
GIORGIO TENTOLINI – MICHAEL GAMBINO
| ILLUSIONI E NARRAZIONI
Dal 24.02.2018 al 18.03.2018
Gioca di sponda tra illusioni ottiche, finzioni, suggestioni e storie narrate la mostra in programma dal 24 febbraio al 18 marzo alla Galleria Biffi Arte di Piacenza. Organizzato in collaborazione con Colossi Arte Contemporanea di Brescia, il progetto mette a confronto e in dialogo due artisti dell’ultima generazione, entrambi caratterizzati da un immaginario multiforme, da un uso libero e inedito dei materiali e dalla capacità di muoversi in equilibrio tra una figurazione pulita e un concettuale intelligente e sofisticato. Giorgio Tentolini presenta una serie di figure femminili che pur collocandosi nell’iconografia più tradizionale – quella del ritratto e del nudo – spiazzano per la scelta di un materiale duro, inaspettato: una serie di stratificazioni di rete metallica ritagliata dall’artista in modo da ricostruire l’effetto del chiaroscuro fotografico. Stratificare materiali, ritagliarli, scomporre l’immagine per poi ricomporla come in un incantesimo, muoversi in un mondo ibrido tra bidimensionalità e scultura è stata la modalità dell’artista fin dall’inizio, quando faceva comparire personaggi fantasmatici tra strati di tulle o li creava da sovrapposizioni di nastro adesivo. Ma oggi, con la rete metallica, Tentolini ha fatto un ulteriore passo avanti. Le sue grandi Jeune filles, infatti, se viste da lontano ci osservano ammiccanti e sensuali, integre nella loro fisicità, una volta che lo spettatore si avvicina, incuriosito dalla consistenza ruvida del materiale, magicamente si dissolvono, si smaterializzano in un intrico di nodi metallici, in una versione riveduta e corretta dell’Optical Art e dell’Arte Cinetica. E ancora nuove letture offre il lavoro quando si scopre che a queste Jeune filles contemporanee Tentolini affianca le teste della statuaria classica, che ai loro corpi sensuali avvicina quelli di Veneri antiche, piene e materne, dandoci la misura di una bellezza che cambia e dell’inesorabile scorrere del tempo. Anche Michael Gambino si muove tra la bidimensionalità dell’opera a parete – questo sono, a tutti gli effetti, le sue installazioni – e la tridimensionalità della scultura, costituita qui di elementi recuperati (e l’objet trouvé in questo caso è il libro) e sciami di farfalle. Non le farfalle di Hirst, però, memento mori violentemente strappato alla vita in nome dell’arte, ma finzioni, illusioni di sciami: le farfalle, infatti, sono create dall’artista, ritagliando pazientemente la carta secondo i colori della natura. Sono queste creature leggere, dall’aspetto perennemente vibrante, a uscire come storie narrate dalle pagine dei libri che lui incastona al centro di composizioni eleganti, pulitissime, giocate su sinfonie di colori accesi. E sono sempre loro a sostanziare le grandi planimetrie, realizzate con uno sguardo alla gioia cromatica di Boetti e un altro alla precisione scientifica (Gambino viene da studi in scienze e biologia) che lo spinge a costruire ogni nazione proprio con le farfalle che lì, in quei luoghi, hanno il loro habitat. E – ancora – sono le farfalle protagoniste dei ritratti di profilo, spesso installazioni site-specific, che invadono gli spazi espositivi in un trionfo di ali palpitanti, in un brusio sommesso di colori e di luce. Simboli dell’effimero, precarie e fuggevoli, ma capaci di rinascere in forme nuove, di rivivere, e dunque – anche – simboli della metamorfosi e dell’eternità, le farfalle sono, per Gambino, l’idea stessa della bellezza. Una bellezza che racconta il mondo (sì, proprio il pianeta) e lo redime, che trasfigura la parola in poesia, che sostanzia le persone che amiamo. Una bellezza salvifica che può disperdersi in un istante, nel volo improvviso dello sciame, ma che in virtù dell’arte prima o poi tornerà a posarsi.
TIZIANA CERA ROSCO
| LA CREATURA ININTERROTTA
Dal 24.02.2018 al 18.03.2018
Con La Creatura Ininterrotta, titolo della nuova mostra di Tiziana Cera Rosco, l’artista espone una serie di lavori, dalla performance alla scultura, passando per la fotografia e l’installazione, che mostrano un filo conduttore sottostante la sua ultima produzione, Holocene. Cresciuta nel parco nazionale d’Abruzzo, rintracciamo in lei una matrice sacra e naturale, una sorta di genesi mai esauribile. La performance Patientia, presentata negli scatti di Yari J.Montemagno, e che è una lentissima preghiera deformante, è nata e si è conclusa proprio nel bosco del lago di Barrea, in cui risiedono le sue origini, un bosco di salici argentati sommersi per la maggior parte dell’anno, i cui tronchi sembrano zampe e la cui caduta stabilisce la nascita di un nuovo tronco. Ed è proprio questa forma di rigenerazione continua che troviamo anche all’interno del lavoro dell’artista. Dai materiali scelti (il gesso usato negli ultimi calchi è lo stesso gesso usato nelle performance e ugualmente si può dire per l’uso delle radici e della canapa) ai temi affrontati. Il nucleo centrale della produzione dell’artista è il corpo, da cui potremmo rintracciare una sorta di biografia rituale, tenuto conto che Cera Rosco usa il proprio come matrice per ogni opera. Ma con l’ultima produzione si compie una sintesi più compiuta, in cui i luoghi suggeriscono l’anima del lavoro. Se prima era stato il suo luogo di nascita a far emergere l’espressione di una profonda ritualità, nei nuovi lavori troviamo il primordiale di un altro luogo: l’Islanda. Infatti il ciclo delle sculture Holocene nasce dopo un lungo viaggio nell’isola più primitiva del nord Europa, l’Islanda, che sintetizza con i suoi ghiacci e i suoi fuochi, una sorta di genesi mai estinguibile. I corpi che ci vengono presentati paiono reperti, resti rinvenuti da un passato remotissimo, che hanno subito metamorfosi non si comprende se durante la loro vita o in seguito ad essa. Si rimane così nell’ambiguità del capire se sono forme che ci hanno preceduto o resti di noi, per come ci ritroveranno nel futuro, primitivi come siamo. I materiali usati sono il gesso, la canapa, il bitume a cui si uniscono reperti animali e vegetali. Sembrano corpi che declinano una preghiera, l’emersione di quanto ha resistito al tempo ed è per questo divenuto eterno a se stesso, il rintracciamento di qualcosa di sacro a cui l’artista non smette di lavorare. Ogni frammento di corpo porta come titolo un frammento di versi di Cera Rosco. Ricordiamo “il mio fondo inumano sarà manifesto”, “vedremo il nostro linguaggio scoperchiarsi”, “sono l’animale a cui non ho più bisogno di credere” “my hearth is not here”: sembrano suggerirci ciò che la poesia ci impedisce di dimenticare, ossia l’enigma che riguarda la vita per quel che è e che non recuperiamo mai in forma narrativa ma solo per illuminazioni. Ed è cosi che l’artista affida al suo autoritratto “il mio ultimo giorno in me” l’immagine della mostra: un bacino spezzato dalla cui dolcezza viene rilasciata un’ernia inguinale. Cera Rosco ha sempre lavorato esclusivamente con l’immagine del proprio corpo e con la propria figura, usandola cosi tanto, dagli autoscatti, ai calchi sempre originali (data la sua ossessione per l’opera non riproducibile), da far “scomparire” la sua figura, superandola in un universale. L’installazione Anthurium – che è il nome di un fiore, il primo che l’artista ha usato nella sua produzione fotografica- richiama il tema del perdono, e insieme a quello della deposizione, è l’altra dominante della produzione dell’artista: 490 piccoli corpi che richiamano la frase del vangelo “quante volte bisognerà perdonare? 70 volte 7”, una riflessione sulla sufficienza o meno del perdono e sull’essere fatti a immagine e somiglianza di Chi.
GIUSEPPE LORENZON
| PAESAGGI PADANI
Dal 24.02.2018 al 18.03.2018
Venticinque scatti, frutto dello sguardo esperto del fotografo Giuseppe Lorenzon, portano in mostra tutta la dolcezza del paesaggio padano: le sue colline, i suoi colori nella mutevolezza delle stagioni, l’operosità dei suoi abitanti. Nasce un repertorio che racconta la specificità di luoghi con cui l’autore stabilisce un rapporto di appartenenza profondo, antico. Un senso di appartenenza che risuona in ciascuno di noi.
PAOLO LUXARDO
| LE GEOMETRIE DELLA PERCEZIONE
Dal 20.01.2018 al 18.02.2018
Le geometrie della percezione si sviluppa attorno a sedici scatti scelti dal lavoro recente di Paolo Luxardo, fotografo ligure, classe 1962. Un percorso attraverso opere che da un’impronta minimalista evolvono verso visioni surreali e metafisiche, approdando a soluzioni sorprendentemente affini all’indagine pittorica. Recentemente selezionato per partecipare alla ventiduesima Esposizione d’Arte Contemporanea di Avignone Entre terre et ciel e alla prima Triennale della Fotografia Italiana di Palazzo Ca’ Zenobio a Venezia, Paolo Luxardo usa con grande libertà l’obiettivo fotografico, aprendolo a uno sguardo sempre pronto a “inventare” nuovi percorsi, nuove visioni.
GIUSEPPE BARONI – MARINA DODI – LUIGI CAMPAGNOLI – GIUSEPPE CODA ZABETTA – VIRIA DEL VECCHIO – BARBARA ERCINI – GIANPAOLO FERRARI – ALBERTA FRANZINI – EMANUELE FRITTOLI – ANTONIA RAO MAR – VITTORIANA MASCHERONI – ANTONELLA SIGNAROLDI
| TERRA – NUOVI DIALOGHI 3
Dal 20.01.2018 al 18.02.2018
Per il terzo anno consecutivo il gruppo Arte e Nuovi Dialoghi affronta il piacere “coraggioso” di esprimere l’arte attraverso un cammino nuovo, senza teoremi o schemi configurati: ne scaturisce un labirinto di espressioni scavate nell’anima di ogni artista. Il racconto di questi artisti parte infatti dal desiderio di unire il pensiero a un dialogo artistico fatto di riscoperta della creatività, un vocabolario dove la materia incontra e sublima la suggestione e l’emozione, dove ogni forma si sottopone alla visione individuale. Sentire il bisogno di esprimere con spatole, colori e materia, esplorare il proprio animo nell’esistere attraverso il dilatare del tempo con un linguaggio espressivo, lascia emergere il rapporto con la natura, il silenzio, l’eternità: un unicum con i segni universali e indistruttibili della materia. L’artista attraversa l’immaginario, e il suo viaggio costruisce un’emozione ora scultorea, ora cromatica, ora tattile, spesso enigmatica. In mostra istallazioni, opere informali materiche a tecnica mista di:
GIUSEPPE BARONI, MARINA DODI, LUIGI CAMPAGNOLI, GIUSEPPE CODA ZABETTA, VIRIA DEL VECCHIO, BARBARA ERCINI, GIANPAOLO FERRARI, ALBERTA FRANZINI, EMANUELE FRITTOLI, ANTONIA RAO MAR, VITTORIANA MASCHERONI, ANTONELLA SIGNAROLDI.
EDOARDO DI MAURO
| QUI ED ALLORA
Dal 20.01.2018 al 18.02.2018
Il gruppo selezionato da Edoardo Di Mauro, e proposto come seconda tornata espositiva dopo una prima edizione svoltasi nell’ottobre 2015 nei locali torinesi di Maurizio Colombo Art Design, rappresenta un esemplare spaccato di quella che il Curatore definisce la “generazione artistica saltata” degli anni Ottanta e Novanta. Una generazione le cui poetiche stanno vivendo una fase di approfondita rilettura, generando un eclettismo stilistico in cui si fondono pittu-ra, tecnologia, installazione, nuovi materiali, sono¬rizzazioni ambientali, uso ironico e spiazzante dell’oggetto e dei materiali di recupero. L’”allora” della prima post modernità, frutto del crollo della dimensione ide-ologica, e del desiderio di dare libero sfogo alla propria personale cari¬ca creativa, abbinato alla volontà di rivisitare intelligentemente i percorsi dell’avanguardia novecentesca, confrontandosi con la dimensione post industriale della “società dello spettacolo” prefigurata dai Situazionisti, sta¬bilisce una cinghia di trasmissione ideale con il “qui”, della scena attuale, di cui questi artisti, forti della corazza del proprio stile e della propria esperien¬za, riescono a evidenziare miserie e grandezze, denunciando i limiti della realtà senza sovrapporsi a questa, mantenendo un atteggiamento di lucida e disincantata ironia, e non venendo meno alla volontà di sperimentare, nel tentativo, mai spento, di creare una dimensione estetica allargata. I diciassette artisti presenti in quello che vuole essere un primo momento di approfondimento del tema, coprono un lasso temporale atto a comprendere l’intero arco della prima fase della post mo¬dernità, dalla fine degli Settanta ai primi anni Novanta.
ANTONIO AMBROGIO ALCIATI
| ANNUNCIAZIONE
Dal 16.12.2017 al 14.01.2018
Accogliendo con piacere l’invito dell’Assessore alla Cultura, Massimo Polledri, Biffi Arte è onorata di ospitare l’opera Annunciazione di Antonio Ambrogio Alciati. La tela proviene direttamente dai preziosi depositi della Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza, e sarà esposta nell’Area Bookshop della Galleria Biffi Arte fino al 14 gennaio 2018. Ritrattista abilissimo, Antonio Ambrogio Alciati (Vercelli, 1878 – Milano, 1929) fu anche apprezzato docente, titolare della Cattedra di figura all’Accademia di Brera e presente in quasi tutte le Biennali di Venezia dal 1910 all’anno della morte. Annunciazione documenta il linguaggio della prima maturità dell’artista vercellese, con forme fragili, avvolte in un’atmosfera intrisa di vibrazioni evanescenti; con un verismo sentimentale, ma ancora memore della suggestione simbolista di fine Ottocento, l’opera offre una declinazione delicata eppure felicemente rapida del momento dell’annunzio alla Vergine. L’evento espositivo è stato realizzato con la collaborazione di Massimo Ferrari e di Maria Grazia Cacopardi, rispettivamente Presidente e Direttrice della Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi, e si inserisce nell’ambito di un progetto di interazione e dialogo della Galleria Biffi Arte con le istituzioni museali del territorio.
FRANCESCA ARDITO
| IDENTICAL TWINS
Dal 02.12.2017 al 14.01.2018
A volte gli esseri umani si trovano a vivere un’esistenza condizionata dai giochi imprevedibili della genetica, tra questi i gemelli omozigoti perché sono due persone che nascono insieme, con lo stesso patrimonio genetico e identici tratti somatici. Quando il processo creativo del fotografo nasce dalla curiosità verso questi fenomeni naturali, egli può essere coinvolto in un’esperienza intima che va subito oltre la logica ed entra nello straniamento di un’irresistibile attrazione. Fu così per Diane Arbus, ed è accaduto anche a Francesca Ardito da quando ha conosciuto il dolore di una persona prostrata dalla perdita della sorella gemella. A differenza dalla Arbus che pose lo sguardo sulla varietà di persone segnate da uno stigma come: i gemelli, il nano, la donna cannone, l’uomo gigante, ecc… l’Ardito si spinge a cogliere interamente il senso più profondo solo nel fenomeno dei gemelli omozigoti. La coppia di gemelli è una variabile genetica umana paradossale che se ben osservata può risvegliare domande ancestrali sul significato del “Sé” e il senso dell’altro. Colpisce come nella coppia di gemelli sia evidente un’esistenza tra due persone dove l’alterità è labile perché ognuno deve rapportarsi col proprio doppio e a volte con inspiegabili fenomeni che riguardano le sfere immateriali della percezione e anche molto, molto oltre… Il progetto Identical Twins è un’opera di natura concettuale che compone l’idea centrale sia con l’immagine fotografica che con la parola. In esso l’autrice osserva il fenomeno dei gemelli secondo due direttrici: la diversa età e la diversa etnia. Mentre con la parola enuncia i comportamenti conseguenti allo stigma, con le immagini interpreta quel determinato aspetto considerato. L’ampia conoscenza delle culture del mondo di Francesca Ardito, mette in gioco una gran varietà di segni e simboli di diversi popoli della terra e ci fa comprendere come il fenomeno dei “gemelli omozigoti” possa così tingersi di misteriose trame esistenziali e diventare sempre più complesso e attraente. Francesca Ardito è stata la vincitrice, nell’edizione 2016, del Premio Biffi, offerto da Formec Biffi, main sponsor del Premio Cairo.
ALFREDO CASALI
| TUTTO LO SPAZIO CHE VUOI
La Galleria Biffi Arte ospita una nuova personale di Alfredo Casali, curata da Chiara Gatti. Venti dipinti a olio (per la maggior parte inediti) e una selezione di carte svelano la ricerca recente del maestro piacentino reduce da alcune mostre importanti allestite nel corso dell’ultimo anno anche a Napoli, Milano e Busto Arsizio. Autore di immagini poetiche, in cui il rigore della composizione è spezzato da indizi visionari, brani narrativi nascosti nello spazio impalpabile del quadro, Casali cita e rilegge in forme intime la lezione del grande astrattismo lirico di Klee e Licini, riflettendo sul linguaggio stesso della pittura. Il suo lessico essenziale alterna segni minimali, giochi di velature, geometrie irregolari, una figurazione evocata da presenza iconiche, archetipi radicati nella memoria: la casa, la nuvola, la tavola, la neve. Elementi dal timbro arcaico, incisioni rupestri, disegni infantili; fattori diversi si mescolano in atmosfere sospese. Lo spazio ha qui un valore mentale, una dimensione infinita. Il titolo – legato a un ciclo di opere esposte – “Tutto lo spazio che vuoi” allude proprio all’estensione indefinibile, allo sguardo libero da confini, ai margini rotti, alle prospettive aperte. La pittura è intesa come un passaggio, un varco, un panorama incalcolabile. Poche tracce di un vissuto quotidiano concentrano la tensione in primo piano, sul fusto di un albero sottile, sul muro invisibile di una dimora che galleggia in assenza di gravità. Tutto il resto è, dunque, spazio. Casali gioca col sogno ma non perde di vista la misura. Ricorda Melotti e la sua capacità di sintetizzare l’universo in una linea: la traiettoria di una goccia di pioggia. E non dimentica neppure Morandi, l’equilibrio perfetto di pochissimi oggetti – due pani, una tazza – orchestrati sulla tela con ritmo quasi musicale. Saranno presenti lungo il percorso alcuni esemplari di un nuovo ciclo tematico, dal titolo “Geometrie familiari”. Il catalogo – in italiano e in inglese – è concepito come un libro d’arte, contiene testi di Chiara Gatti, Susanna Gualazzini e poesie di Alberto Pellegatta.
JUAN EUGENIO OCHOA
| VANISHING
Strato su strato, velatura dopo velatura, rispettando i principi della più tradizionale pratica pittorica, e poi procedendo “per via di levare”: è così che Juan Eugenio Ochoa (Medellin, Colombia, 1983) porta alla luce i propri volti. Sono tutti i protagonisti di Blu e Seta e di Lirica Analitica, i due percorsi espressivi, entrambi in mostra, che hanno portato il giovane artista colombiano ad affinare gli strumenti di un fare pittorico rigoroso nelle procedure ma liberissimo nel risultato. Perché Ochoa manipola l’ombra, cavandola dal campo luminoso del fondo a forza di colpi secchi di pennellessa: uno straordinario processo di sottrazione che dà vita a un consesso di presenze-assenze, messe in vibrazione dalla luce e dalla sua latitanza. Sono creature sulla soglia: della memoria, del ricordo, del tempo, pronte a venire verso di noi e già lontane, sparite, inghiottite in una sospensione luminosa. Visioni in uno spazio evanescente eppure dotato di volume, perché Ochoa, come un artista del Quattrocento, cerca la prospettiva, e la trova modulando il blu, un blu labile, con cui costruisce lo struggente scivolar via di questi volti verso un altrove di cui non abbiamo memoria. O forse l’abbiamo: è quella del dagherrotipo, della fotografia d’archivio, terra di volti senza nome. Sono i volti da cui l’artista prende le mosse, talvolta con un gesto sconvenientemente contemporaneo, dal cellulare, per trattenerli sotto le palpebre e restituirne sulla tela preparata, senza disegno, senza mappe di orientamento, l’imago evanescente. Artista inesausto, nella serie recentissima Blu e Seta va ancora più a fondo nella ricerca del valore semiotico dell’opera e accanto alla tela, suo strumento privilegiato, si cimenta con il più impalpabile dei supporti, il voile di seta, diaframma luminescente e opaco al tempo stesso, fissato su plexiglass. Ecco allora che, ancora di più, il dileguarsi dell’immagine si espande in una trasparenza nuova, a stento trattenuta nel retro dell’opera, in un soffio, prima di sparire.
GIANCARLO CAZZANIGA
| REALISMO ESISTENZIALE
Opere di Giancarlo Cazzaniga e: Giuseppe Banchieri – Pietro Bisio – Mino Ceretti – Gianfranco Ferroni – Piero Leddi – Sandro Luporini – Bepi Romagnoni – Paolo Schiavocampo – Tino Vaglieri.
La mostra è un omaggio all’opera del maestro milanese Giancarlo Cazzaniga (Monza, 1930 – Milano, 2013) e ad alcuni artisti suoi contemporanei. Tra loro, saranno presenti in mostra opere di: Giuseppe Banchieri, Pietro Bisio, Mino Ceretti, Gianfranco Ferroni, Piero Leddi, Sandro Luporini, Bepi Romagnoni, Paolo Schiavocampo, Tino Vaglieri. L’esposizione è nata da un’idea di Giovanni Cerri e Mario Palmieri, storico mercante e amico di Giancarlo Cazzaniga. L’iniziativa serve a ricordare non solo il maestro scomparso recentemente, ma anche un periodo e un gruppo di artisti che per alcuni anni condivise tematiche e idee intorno a un pensiero critico sul realismo di quell’epoca che vedeva i primi segni della ricostruzione post-bellica. Con le loro opere, con una pittura scarna e ridotta quasi al bianco e nero, attraverso la narrazione di ambienti interni ed esterni legati soprattutto al contesto urbano, questi autori hanno raccontato quel periodo intermedio tra la fine del dramma della guerra e l’inizio di una nuova epoca, poi sfociante negli anni Sessanta del boom economico. Dal testo in catalogo di Giovanni Cerri: […] Per interesse singolo o di pochi amici, nascono ogni tanto queste iniziative di riproposta, per mostrare le loro opere intense che raccontano di quel periodo. In questa mostra abbiamo voluto ricordare e rendere omaggio a Giancarlo Cazzaniga, non più tra noi da pochi anni, con una selezione di opere sufficienti a tracciare un suo ritratto. I temi di Cazzaniga si sono succeduti per tutta la sua vita; in particolare i jazz-men e gli interni, ne troviamo esempi di grande qualità sia negli anni giovanili che nella tarda maturità. Sono spunti che non hanno mai cessato di ispirarlo, ne ha dato solo una differente interpretazione nei diversi periodi della sua vita. Come cambiamo noi, così evolvono anche i nostri dipinti, l’età ci conduce verso altre “letture”. I dipinti risalenti al periodo del realismo esistenziale si intonavano su scale di grigi, terre, bruni e neri profondi, colori e non-colori che traducevano la faticosa risalita di un Paese provato dalla guerra. Via via poi la tavolozza del maestro milanese si è arricchita di luminosità e cromie più vivaci, soprattutto nei cicli dei “glicini” e dei “paesaggi del Conero”, negli anni ‘70 e ’80. Ma, direi che il tema a lui più caro, ripreso negli anni recenti di una raggiunta e consolidata maturità è sempre stato quello dei musicisti jazz. Si pensi, a questo proposito, all’amicizia di oltre mezzo secolo con il celebre chitarrista Franco Cerri, rapporto che sottolinea il suo legame profondo e di lunga durata con la musica americana “incontrata” negli anni dell’immediato dopoguerra. Così come l’inquadratura dell’interno dimostra un particolare interesse all’interpretazione interiore, intima, segreta, di luoghi domestici o, a maggior ragione, dello studio, l’ambiente creativo dove tutto ha origine. Insieme alle opere di Cazzaniga, protagonista della mostra, abbiamo voluto rendere doveroso omaggio (con opere scelte tra quelle appartenenti agli anni del realismo esistenziale, dalla metà degli anni ’50 ai primi anni ’60) ai suoi “compagni di strada”, coscritti o di poco più grandi, come i già citati Gasparini e Schiavocampo, anche loro attentissimi alla rappresentazione della realtà di quel periodo. Il tema urbano aleggia e unisce un po’ tutte le loro ricerche, tese e concentrate nella resa delle periferie, degli interni, dei luoghi di lavoro…tutto rinasceva, allora, tra ciminiere fumanti e sirene di fabbrica, lungo le strade lunghe e rettilinee della Bovisa, della Bicocca, di Greco/Pirelli.
ALBERTO ANDREIS
| BABELE
Quando si ha a che fare con Alberto Andreis, non c’è da chiedersi se la scenografia sia un’arte al massimo livello. C’è da chiedersi se l’arte al massimo livello può permettersi di non essere scenografia. Vittorio Sgarbi
Quindici acrilici su faesite e masonite e sette disegni, a carboncino e china, compongono l’avventuroso scandaglio del mito della Torre di Babele. Alberto Andreis affronta uno fra i più complessi e affascinanti temi biblici, contaminandolo con altri miti e riferimenti letterari: dal Labirinto, nelle sue molteplici strutture, alla borgesiana Biblioteca di Babele, intesa come spazio non misurabile. Ogni dipinto è un paesaggio interiore che scandisce le tappe del viaggio alla ricerca del vero sé, a partire dal sembiante iper-narcisistico della società occidentale odierna, la quale reitera ossessivamente il mito nell’edificazione di torri sempre più elevate: simboli fallimentari di una potenza divina irraggiungibile, e al prezzo di drammatici rischi. Eppure, nella pittura fuori dal tempo di Alberto Andreis, l’utopia fa capolino nella sua più sfolgorante veste positiva e concreta, intrisa di magica speranza. Le sue torri esprimono l’energia dirompente del saper tenere insieme gli opposti: prima fra tutti la doppia anima, neo-barocca e minimalista, che attinge, rivitalizzandoli, alla luce e ai silenzi della metafisica.
CAMILIAN DEMETRESCU
| LA GRAFICA ASTRATTA: STORIA DI UN PASSAGGIO
In mostra, un corpus di serigrafie dalla cospicua produzione grafica di Camilian Demetrescu (Busteni, 1924 – Gallese, 2012), l’artista romeno che ha percorso il proprio tempo guidato dall’inesauribile volontà di dare voce ai grandi simboli esistenziali che sono al cuore del nostro essere nel mondo. Tutta la ricerca artistica di Demetrescu è stata una lezione di spiritualità, spesso in controtendenza con lo spirito del tempo, ma mai incerta, sostenuta da una profonda sapienza filosofica. Ne è nato un percorso artistico poliforme che approda, all’inizio degli anni Settanta, alla sintassi libera della grafica, in cui il complesso corpus simbolico dell’artista trasmigra in un sincretismo astratto di grande forza poetica. Astri, Impronte, Spazi, Conchiglie, Macchine per volare, sono forme nate da un’idea simbolico-naturale, forme impressive, chiamate a riflettere la realtà dello spirito di chi le contempla. E quando, a partire dagli anni Ottanta, l’artista approderà a un linguaggio più strettamente figurativo, soprattutto con le tempere e gli arazzi, recuperando i simboli della cristianità originaria e della tradizione ebraica, lo farà sempre guidato dalla consapevolezza per la quale l’uomo, esattamente come il Cosmo, è pluralità di dimensioni, e a questa complessità l’arte è chiamata a dare voce. La mostra intercetta la fase tradizionalmente definita “astratta” nella produzione di Demetrescu, un complesso momento d’ispirazione che si rintraccia anche nella produzione plastica dello stesso periodo. Sono opere che nella loro tramatura trattengono talvolta l’impronta di mitologie arcaiche, ma sempre cercano la trascendenza: quella “immobilità beata dello spirito”, come scrive l’artista con luminosa poesia, in uno spazio finalmente liberato dalle poetiche, dai linguaggi, dalla storia. Ed è questo, forse, il necessario passaggio grazie al quale la ricerca di Camilian Demetrescu rinascerà ancora una: con le Hierofanie e il coraggioso ritorno al figurativo, trattenendo, di quella delicata fase astratta, tutta la forza, la libertà, la luce.
ALFONSO BORGHI
| LA PITTURA COME POESIA
Chi conosca, anche solo marginalmente, la natura indomita e i suoi mille interessi, sa quale genere di sentimenti travolgenti al solito intervengano a sollecitare la vena creativa, incessantemente feconda, di Alfonso Borghi. Da sempre portato a coltivare ognuno degli intimi fremiti che gli appartengono, continua, fra l’altro, a offrire saggi cospicui di una abilità non comune: quella di trasformare anche il meno appariscente indizio esistenziale in potente pretesto di pittura. L’intero ambito della tela diventa così, per lui, un’avvincente sfida che gli è impossibile non accettare; il colore e qualunque ricercatezza materica, più o meno vistosa, sono i segni, estremi, di un conflitto che perdura, fertile di germinazioni, nella sua anima di pittore incline alla meraviglia e all’incanto. Stavolta, a orientare, di Borghi, l’ardente itinerario espressivo e, prim’ancora, quello emozionale, sono i versi di alcuni poeti stabili nel Pantheon dell’eternità: da Shakespeare a Withman, da Baudelaire a Kavafis; senza dimenticare Rimbaud, Rilke e Yeats. Tutt’altro che casuale, nel caso ciò fosse frainteso, la scelta di simili brani, poesie o riduzioni narrative: rispecchiano, infatti, comunanze elettive espresse ora con parole mirabili, ora in struggente pittura; alternanze emotive rivelatrici di verità profondissime, che insistono fin dalla notte dei tempi; archetipi e lasciti ancestrali vorticanti nei cieli dell’arte e, parimenti, in quelli della letteratura. Merito non indifferente di Borghi, tuttavia, quello di non aver scelto, nell’occasione corrente, la più facile strada illustrativa, lasciandosi all’opposto aperta la via a licenze e libertà interpretative ovunque affascinanti quanto sorprendenti. Il catalogo della mostra, con testo critico di Giovanni Faccenda, è stato realizzato dall’Editoriale Giorgio Mondadori.
ROGER CORONA
| PATTERN GEOMETRICO
È illuminante rilevare quanto il fotografo Roger Corona apprezzi l’arte contemporanea, e quanto la sua ispirazione si nutra dei capolavori dei grandi maestri, soprattutto di ambito scultoreo. Lo dimostra anche e soprattutto la serie di Pattern Geometrico, in mostra negli spazi dell’Antico Nevaio della Galleria Biffi Arte, trentatré lavori in cui il fotografo compone la propria visione in chiave plastica, andando, di volta in volta, a sottolineare bianchi, neri e grigi all’interno di inquadrature a lungo meditate, a lungo pensate. E lo stesso vale per le escursioni nel colore, mai sfacciato, mai ridondante, ma sempre e comunque ricondotto a una lievità cromatica e tonale. Con questi strumenti, nelle opere in mostra Corona affronta e risolve diversi aspetti di un tema centrale nella sua riflessione: quello della forma intesa come valore a sé, scissa sia dal contenuto oggettivo, il soggetto rappresentato, sia dal contenuto soggettivo, il carico di esperienza personale che si veicola attraverso l’immagine. Nasce uno spazio fotografico sospeso in cui, però, sempre e comunque la forma acquisisce una propria lucida collocazione, grazie alla cura controllatissima, viene da dire feroce, della luce e dell’ombra.
MAURO SCARPATI
| L’INNOCENZA DEL VUOTO
A volte arrivo in certi luoghi proprio quando Dio li ha resi pronti affinché qualcuno scatti una foto.
Ansel Adams
Diciassette scatti, catturati di corsa, alla vigilia dell’inizio dei lavori di ristrutturazione e, per un soffio, Mauro Scarpanti ci consegna la verità nuda di un’architettura disarmata. E’ il Macello di Sant’Anna, costruito a Piacenza fra il 1892 e il 1894, afferrato dallo sguardo di Scarpanti un attimo prima di diventare tutt’altro territorio e anni dopo la sua chiusura definitiva, attorno alla metà degli anni Ottanta. Colto in una sorta di stato purgatoriale, in attesa di redenzione, il Macello sveste l’orrore della sua memoria passata e si fa spazio vuoto e, per questo, innocente. Questo, consegnano le fotografie di Scarpanti: l’innocenza di un luogo che ritorna innocuo e recupera una sua silenziosa bellezza. Ecco allora che i ganci, le carrucole, non a caso conservati nel progetto di ristrutturazione, abbandonano le tracce del loro uso e si fanno segni grafici, tracciati di luce che Scarpanti insegue e coglie, al volo. Gli è stata concessa una sola mezza giornata, negli spazi del Macello: poco tempo, impensabile per un fotografo dalle modalità puntigliose e sistematiche quale è Scarpanti. Quella “collaborazione con il sole” che auspica Alphonse de Lamartine, non gli è concessa. Le “materie prime” di cui dice lo scrittore John Berger, la luce e il tempo, gli sono negate. Di qui, l’allure da “semilavorato” di certi scatti, che certamente avrebbero richiesto più tempo, un maggiore ascolto del paziente racconto delle ombre, ma nel purgatorio, lo sappiamo, non si dimora per l’eternità, ma si sosta per poi andare altrove. Questo altrove è il Macello di oggi, che accoglie l’Urban Center e diverse istituzioni legate alla vita della città, oltre a ospitare la sede piacentina del Politecnico di Milano. Un perfetto modello di archeologia industriale, uno spazio di voci sonore e di energie buone.
SCIMON
| SCIMON BABY SCIMON
Tenero e forte, spavaldo e gentile, aggressivo e poetico, Scimon è un vero e proprio “palombaro della realtà”: ne esplora le profondità e le restituisce con tutte le loro complessità e incoerenze, ricomponendole in un sistema simbolico pulsante, straripante di vita. I suoi personaggi, un po’ pop un po’ surreali, si muovono in spazi che nessuno ha mai abitato prima, spazi ospitali e impervi allo stesso tempo: sono territori di altre latitudini, che Scimon attraversa con la fantasia e costruisce con sguardo fervido e visionario. Un artista trasversale ai linguaggi, sempre aperto a nuove suggestioni, sempre pronto a farsi mondo. In mostra, tutta la produzione dell’artista: dalle grafiche ai disegni, alle istallazioni.
PAOLO VEGAS
| I QUATTRO ELEMENTI
FAUSTO MELI
| EFFETTO NOTTETEMPO
Immagini simili a visioni in un buio squarciato da bagliori lontani, sovrastato da un cielo immenso, punteggiato di stelle e pianeti, a volte attraversato dal magico biancore luminescente della Via Lattea. Parti di terra interiore osservati come per la prima volta, forse solo immaginati, forse davvero esistenti e visibili solo a chi, come Fausto Meli, ami Perdersi nella notte – titolo significativo dell’ampia ricerca fotografica (ancora in corso) che l’autore ha iniziato nel 2009 e che presenta accanto alla recente serie Sightline (2015), dedicata alla rievocazione di una corsa automobilistica che avvenne nel circuito cittadino di Piacenza nel 1947, quando per la prima volta vi partecipò una Ferrari. Due serie che solo in apparenza appaiono molto distanti tra loro: entrambe sono infatti attraversate da una temporalità inquieta, dilatata e sospesa, capace di suggerire che qualcosa dovrà accadere o che forse è già trascorsa. Scattate in pieno giorno, con un sole estivo quasi allo zenith, le immagini di Sightline, grazie a tale luce abbacinante, giocano su una sorta di effetto notte (come indica il titolo della mostra). Tale luce appare infatti simile, per certi versi, a quella artificiale dei lampioni e dei faretti che illuminano l’oscurità, in quanto crea a sua volta ombre violente, nette e inaspettate; oscura e cancella parti delle immagini e altre le rivela con il vigore di un metafasico faro poderoso. Il buio delle immagini di Perdersi nella notte, nate dai molti viaggi compiuti da Meli in giro per l’Italia (dalle montagne dell’Appennino al mare della Liguria, fino all’entroterra della Basilicata) non è un abisso oscuro e inquietante, ma il grembo fecondo in cui, grazie alle luci inaspettate della notte, ci avviciniamo a sconosciute e magiche configurazioni, che disegnano un nuovo rapporto con il mondo: lo aprono infatti a una visione intrisa di un soffuso incanto che pare sospendere il tempo e allontanarci dalla fretta della quotidianità diurna. Tali immagini nascono come un esercizio di attesa e di silenzio, come un saper rinunciare a sé per consentire al paesaggio di apparire, creando nuove forme e visioni inedite, grazie a un linguaggio carico di oscure sonorità. Simili visioni inconsuete Meli riesce a crearle anche nella serie Sightline. Anziché adottare l’ormai abusato metodo dello spanning – con cui si vuole rendere l’idea del movimento – Meli “congela” le auto, le cristallizza fuori tempo, quando stanno per entrare nell’inquadratura oppure ne sono già in parte uscite. Egli evita di cogliere l’apice dell’evento e il mitico “attimo fuggente”, per concentrarsi invece sul “dopo attimo”, su qualcosa che deve ancora accadere o sta già per scomparire, risucchiato dal tempo che scorre. Un tempo perduto che può solo essere resuscitato nel gioco del “come se…”; che può vedere giocosamente intrecciarsi vecchi bolidi d’altre epoche e segnali stradali dell’oggi. Il tutto in un tempo e in una realtà a sua volta cristallizzata, un po’ reale, un po’ simile al frame di un film d’antan, dove le auto erano immancabili protagoniste. Queste foto “imperfette” hanno un’altra perfezione, perché – mentre ci mostrano il presente – sanno al contempo raccontarci e farci immaginare senza enfasi l’epoca di queste antiche gare automobilistiche. Il movimento non è più creato dallo sfrecciare delle auto eppure è ugualmente presente nelle linee diagonali che le sue immagini, accostate tra loro, sanno costruire con rigore geometrico.
PIERA BIFFI – RAFFAELE BONUOMO – ERMENEGILDO BRAMBILLA – FEDERICO CASATI – SIMONE CASETTA – SILVANA CASTELLUCCHIO
| LA BELLEZZA RESTA
È fuor di discussione: l’arte ha spesso preferito la sofferenza al sorriso, il pessimismo all’ottimismo. Forse dovremmo ripensare alle parole che Pierre Auguste Renoir ha lasciato in eredità a un giovane Henri Matisse: “Ricordati sempre: la sofferenza passa, la bellezza resta!”. A quei tempi Renoir risiede a Cagnes, nella splendida cornice della campagna nizzarda, costretto all’immobilità su una sedia a rotelle, per via di una forma gravissima di artrosi che lo sta progressivamente paralizzando. La condizione di estrema sofferenza fisica dell’artista rende ancor più eclatante la dimensione effimera e leggera della pittura di Renoir che, pur avendo da tempo abbandonato la via dell’impressionismo, continuerà fino all’ultimo dei suoi giorni a raccontare la gioia di vivere…il medesimo sentimento che darà poi il titolo a una delle opere giovanili più importanti di Matisse, che saprà far tesoro delle parole del maestro per elevarne il significato, donando a un concetto che rischia di essere superficiale una dimensione profonda e complessa, ricca di spunti di riflessione importanti sull’esistenza umana. E proprio da Renoir e Matisse siamo partiti per questo nostro viaggio nel pensiero positivo, inteso non come attitudine al chiudere gli occhi davanti ai problemi, ma come capacità di superare il dolore, la rabbia e la paura riconducendole al loro valore di passaggio verso qualcosa di migliore. La bellezza – e mi pare chiaro che non si sta parlando di bello esteriore – può cambiare il mondo: un concetto che, con epoche eccezioni, mette tutti d’accordo. Eppure l’arte ben raramente ha raccontato la felicità e quando lo ha fatto è spesso stata mal giudicata, guardata con sospetto, quasi che il tentativo di esprimere un sentimento positivo fosse inutile, complicato, imbarazzante, perfino risibile. Da dove arriva l’idea che l’artista o il letterato debbano comunque essere “eroi tragici” e descrivere scenari distruttivi? Un retaggio del concetto romantico di Sturm und drang? Un bisogno profondo dell’uomo che preferisce denunciare i propri sbagli e svelare i propri tormenti piuttosto che aprire il proprio cuore agli altri? E se provassimo a cambiare questa attitudine? Se parlassimo del bello della vita – magari un bello riconosciuto e reso ancor più prezioso proprio dal passaggio nella sofferenza – senza paura di apparire superficiali? Declamare La gioia di vivere, Matisse lo sapeva bene, non significa affatto chiudere gli occhi verso le brutture del mondo. Alzare gli occhi a un cielo stellato, come fece Joan Miró negli anni più tragici del conflitto mondiale e delle persecuzioni naziste, non significa assumere un atteggiamento passivo o incosciente. Significa provare a non aver paura del bello dell’esistenza e ricordarsi che sarà proprio quello a restare. Perché nonostante tutto, si può sempre provare a sorridere. La bellezza resta. è un progetto diffuso che prevede esposizioni d’arte, conferenze, incontri, spettacoli teatrali, concerti, performance, dibattiti.
Le Mostre
Abbiamo lanciato un appello agli artisti: una call a inviti che chiedeva loro di interpretare questo concetto con un’opera. Non abbiamo dato limiti di tecnica, di dimensioni, di linguaggio. Hanno risposto in tanti, tantissimi. Ora questi progetti sono stati valutati e selezionati e costituiscono un corpus importante di opere dedicate al tema. Sono firmate da artisti tra loro molto diversi: differenti per età, formazione, carattere, personalità…alcuni già avvezzi al tema, altri del tutto estranei a esso. Le proposte sono state spesso sorprendenti: quelle più convincenti, tra l’altro, sono arrivate proprio da chi di bellezza non ha mai voluto parlare, destinando nella consuetudine la propria attenzione alla descrizione del dolore o del disagio. Dalla sequenza di installazioni, dipinti, sculture, video, performance… – opere eterogenee e dal carattere autonomo e indipendente – è emerso il senso di questo progetto: un inno alla vita e alle sue meravigliose manifestazioni naturali, umane, artificiali. La mostra de La bellezza resta approda ora negli spazi espositivi di Biffi Arte, con una significativa selezione delle opere presenti nella prima e racconta, attraverso lavori di natura diversa e con linguaggi molto eterogenei, il concetto del progetto interpretato da artisti tra loro differenti come formazione, età e attitudine artistica. La mostra è un vero e proprio viaggio nella gioia di vivere, nella possibilità che anche un’esperienza dolorosa si trasformi in una riflessione sulla bellezza dell’esistenza. La bellezza resta segna un nuovo momento di collaborazione tra Biffi Arte e l’Associazione heart di Vimercate, dopo le esperienze molto positive delle mostre Ciboh? e AnimaLI. La bellezza resta è un progetto molto complesso che prevede un calendario di attività di vario genere, in vari ambiti culturali. Per conoscerne le iniziative consultate il sito www.labellezzaresta.com Gli artisti della sede di Piacenza: Piera Biffi, Raffaele Bonuomo, Ermenegildo Brambilla, Federico Casati, Simone Casetta, Silvana Castellucchio, Elisa Cella, Valeria Codara, Matilde Domestico, Giorgio Donders, Giuliano Gaigher, Nadia Galbiati, Kazumasa Mizokami, Alessio Larocchi, Carlo Mangolini, Annalisa Mitrano, Ettore Moschetti, Giacomo Nuzzo, Lorenzo Pacini, Luciano Pea, Dolores Previtali, Nicolò Quirico, Silvia Serenari, Giovanni Sesia, Elisabetta Erica Tagliabue, Arturo Vermi, Simona Uberto.
PAOLO TERDICH
| TRANSPARENCY
In mostra alla Galleria Biffi Arte l’ampia ricognizione di quello che può essere considerato uno fra i temi più cari al pittore Paolo Terdich: l’acqua, nelle sue forme, nelle sue imprevedibili motilità. Elemento volubile per eccellenza, nelle opere del pittore di ascendenza istriana l’acqua diviene contenitore di luce, territorio di visione, narrazione misteriosa di nodi interiori. E’ una pittura che si intuisce di gestazione lenta, la lentezza necessariamente richiesta dall’uso dell’olio, quasi esclusivo; ma è anche la lentezza intrinseca a una padronanza tecnica che nel corso degli anni si è sempre più affinata per dare voce a un sentire profondo. In dialogo con il corpo umano nelle immensità marine, o in immobile e poetica sospensione nella trasparenza del vetro, nelle opere di Terdich l’acqua acquisisce una forza trascendente, che la rende luogo interiore. Pittore ampiamente esposto a esperienze artistiche di altri Paesi, Terdich esprime una ricerca che può certamente inserirsi nell’ambito del realismo nordamericano di secondo Novecento, rispetto al quale, però, abbandona quel connotato di disturbante asetticità per farsi stupore, sospensione ipnotica. Perché quelle di Terdich sono trasparenze abitate: dal nostro sperdimento.
Terdich ha la dote di affrontare con virtuosismo tematiche di notevole difficoltà esecutiva; quindi di competere con se stesso in un costante dialogo con la dinamicità della forma, grazie a una tavolozza ricca di vibrazioni. I dipinti “Acqua” trasmettono all’osservatore un alto valore di rigore espressivo, per cui a buon diritto, si possono definire gioielli di sapiente talento. E’ decisamente ricerca d’ambito realista, grazie ad un costrutto che nulla concede alla retorica. (Paolo Levi)
Le Mostre
Abbiamo lanciato un appello agli artisti: una call a inviti che chiedeva loro di interpretare questo concetto con un’opera. Non abbiamo dato limiti di tecnica, di dimensioni, di linguaggio. Hanno risposto in tanti, tantissimi. Ora questi progetti sono stati valutati e selezionati e costituiscono un corpus importante di opere dedicate al tema. Sono firmate da artisti tra loro molto diversi: differenti per età, formazione, carattere, personalità…alcuni già avvezzi al tema, altri del tutto estranei a esso. Le proposte sono state spesso sorprendenti: quelle più convincenti, tra l’altro, sono arrivate proprio da chi di bellezza non ha mai voluto parlare, destinando nella consuetudine la propria attenzione alla descrizione del dolore o del disagio. Dalla sequenza di installazioni, dipinti, sculture, video, performance… – opere eterogenee e dal carattere autonomo e indipendente – è emerso il senso di questo progetto: un inno alla vita e alle sue meravigliose manifestazioni naturali, umane, artificiali. La mostra de La bellezza resta approda ora negli spazi espositivi di Biffi Arte, con una significativa selezione delle opere presenti nella prima e racconta, attraverso lavori di natura diversa e con linguaggi molto eterogenei, il concetto del progetto interpretato da artisti tra loro differenti come formazione, età e attitudine artistica. La mostra è un vero e proprio viaggio nella gioia di vivere, nella possibilità che anche un’esperienza dolorosa si trasformi in una riflessione sulla bellezza dell’esistenza. La bellezza resta segna un nuovo momento di collaborazione tra Biffi Arte e l’Associazione heart di Vimercate, dopo le esperienze molto positive delle mostre Ciboh? e AnimaLI. La bellezza resta è un progetto molto complesso che prevede un calendario di attività di vario genere, in vari ambiti culturali. Per conoscerne le iniziative consultate il sito www.labellezzaresta.com Gli artisti della sede di Piacenza: Piera Biffi, Raffaele Bonuomo, Ermenegildo Brambilla, Federico Casati, Simone Casetta, Silvana Castellucchio, Elisa Cella, Valeria Codara, Matilde Domestico, Giorgio Donders, Giuliano Gaigher, Nadia Galbiati, Kazumasa Mizokami, Alessio Larocchi, Carlo Mangolini, Annalisa Mitrano, Ettore Moschetti, Giacomo Nuzzo, Lorenzo Pacini, Luciano Pea, Dolores Previtali, Nicolò Quirico, Silvia Serenari, Giovanni Sesia, Elisabetta Erica Tagliabue, Arturo Vermi, Simona Uberto.
GIOVANNI FRANCESCO BARBIERI
| INCISIONI DA GUERCINO (1591-1666)
La Galleria Biffi Arte, in occasione della mostra “Guercino a Piacenza” in corso dal 4 marzo al 4 giugno, ospita nella propria Area Bookshop un affascinante corpus di incisioni tratte dall’opera del grande artista di Cento. A testimonianza della straordinaria fortuna incisoria dell’attività artistica del Guercino e in un arco cronologico dal Sei all’Ottocento, la mostra offre una documentazione rara che raccoglie, in 15 fogli, alcuni dei nomi più autorevoli nella storia dell’incisione europea: Antonio Baratti (1724 – 1787), Pietro Bettelini (1763 – 1829), Francesco Curti (1610 – 1690), François Chaveau (1620 – 1676), Richard Dalton (1715 – 1791), Oliviero Gatti (1568 – 1651), Clemente Nicoli (1753 – 1811), Bernard Picart (1673 – 1734), Giuseppe Zocchi (1717 – 1787). In mostra anche i due tomi con 155 incisioni eseguite da Francesco Bartolozzi ed altri e che illustrano la raccolta di disegni di scuola italiana in possesso della corona inglese. La serie si compone (nel primo volume) di 82 stampe tratte da disegni di Guercino: 58 del Bartolozzi, 6 di Richard Dalton, 13 di James Basire e 5 di Giovanni Vitalba. Nel secondo volume le incisioni di Bartolozzi tratte da Guercino sono 31. Pubblicati a Londra all’inizio dell’Ottocento da John and Josiah Boydell, Cheapside, i due tomi offrono una testimonianza rara e preziosa, che la Galleria Biffi Arte è onorata di ospitare.
MARCO SCIAME
| GENESI DI LINEA INCOMPIUTA
In mostra, i lavori più recenti di Marco Sciame, vincitore nel 2015 della Targa d’oro per la pittura del Premio Arte e del Premio Biffi, attribuito a un’opera sperimentale. Artista completo, pittore noto per il cromatismo lineare e la sfasatura o scomposizione che diventano assoluti caratteri identificativi, in questi ultimi lavori Sciame evolve ulteriormente la sfasatura che affiancata al linearismo e lega il colore in una nuova chiave di lettura che ritroviamo sicuramente in quella pop. Si sveleranno dunque i lavori ultimi focalizzati sugli sfasamenti come già contemplava Vittorio Sgarbi, visibili in tagli verticali come orizzontali quanto in tagli di rombo. Osservando le opere sarà immediatamente cosciente la diversa intensità di colore fra le parti, così come sembrerà di scoprire le immagini attraverso una lente o un vetro rotto. Una percezione alterata. Si riscopre l’artista in una continua ricerca che non perde mai memoria dello storico artistico che lo accompagna e lo spinge altresì a nuove forme e percezioni contemporanee che consentano una nuova chiave pittorica. Ne diventano prova quei lavori ove con maestranza conduce deformazioni attraverso figure molli così come si avesse una visione distorta che potrebbe addirittura ricondurre al surrealismo di Dalì. Non manca di stupire Sciame che in oltre 30 opere in mostra svela l’emozione artistica di un’ulteriore novità assoluta che lo porta a scegliere un’icona d’eccellenza dell’era contemporanea. Emotiva per il messaggio sociale intrinseco la volontà di scegliere Vasco Rossi nell’ulteriore percorso che affianca alle sue già amate muse eleganti e senza tempo, o alla ricerca del colore e delle scenografie di sfondo, o nelle memorie delle sue città così come nei tortuosi interni. Scelta quella dell’icona rock che gli consente il primato nella pop art. Si percepisce senza mezzi termini in questa mostra il messaggio di Marco Sciame, la continua evoluzione nella ricerca di una nuova percezione visiva che non perde mai di vista la memoria di un bagaglio che in un attimo e di pari passo riconduce all’impressionismo come al pop, alla ricerca del disegno come la meticolosità dei particolari. All’interno del catalogo, oltre ad importanti testi critici, ritroveremo la “nota” dedicata al suo allievo Sciame dal Maestro Tonino Caputo, già opera vivente firmata da Piero Manzoni. In occasione dell’inaugurazione, sabato 1 Aprile, alle ore 17, la mostra sarà presentata da Francesca Sacchi Tommasi e sarà proiettato il video Creative Obsession, ideato da Marco Sciame che torna ad affermare la sua totalità artistica in veste di performer e regista.
MARGHERITA RASO – ALESSANDRO CONTI – ROBERTO GOLDONI – ALBERTO GUIDATO
| LA TELA TELA
La tela tela è una mostra che ruota intorno a una questione ineludibile per ogni avanguardia: la dialettica tra superficie e profondità, vale a dire tra l’opera d’arte concentrata nella bi-dimensionalità e l’opera che, al contrario, scava nella materia. Arte che in ogni caso prende vita attraverso l’impiego di innumerevoli mezzi e materiali. Quattro gli artisti convenuti a segnare i diversi sentieri per i quali affrontare la questione che abbiamo indicato. Margherita Raso, da Lecco, indaga la pelle delle cose e le modalità di percezione e comprensione di ciò che si vede e di come il visibile esteriore informa il materiale che compone il lavoro – in questo caso seta. Alessandro Conti, da Grosseto, ma vive a Milano, è scultore e fonditore, perciò costituzionalmente lavoratore della materia profonda e plausibile; l’opera che presenta a Piacenza è un albero pietrificato abitato da presenze notturne, opera di grande suggestione destinata a modificarsi in una scena più ampia dal sapore fiabesco. Con Roberto Goldoni, da Castel San Giovanni, torniamo al lavoro sulla superficie condotto col mezzo pittorico e una gestualità da lavoratore edile che unisce modulo a modulo in una costruzione efficiente. I suoi soggetti sono tratti dalla pelle della città: edifici in via di costruzione o rifacimento riprodotti attraverso il filtro della memoria fotografica. Alberto Guidato, da Ivrea, scava nei significati del parlato sociale attraverso il confronto con i testi sacri e con le abitudini profane, disarticola significati già dati utilizzando vari mezzi (collage, fotografie, biro, colori) per giungere all’origine sepolta della parola. Una mostra per vedere alcune sponde dell’arte che si fa in Italia.
SIMONE NERVI
| INCANTO VISUALE
Ciò che definisce il mondo fotografico di Simone Nervi è un paese delle meraviglie, entro il quale ciascuno di noi ha piacere di camminare, di sognare, di evocare le proprie emozioni. In mostra due progetti, riuniti nel contenitore identificativo Incanto visuale: The Sons of the Earth, sei visioni fantastiche, e Traditional Utopian Portraits, sette azioni immaginative della luce. Un progetto visivo che risponde appieno alla semplificazione (non banalizzazione) con la quale Bruno Munari ha sintetizzato il processo della creazione artistica: Fantasia: tutto ciò che prima non c’era, anche se irrealizzabile. Invenzione: tutto ciò che prima non c’era, ma esclusivamente pratico e senza problemi estetici. Creatività: tutto ciò che prima non c’era, ma realizzabile in modo essenziale e globale. Immaginazione: la fantasia, l’invenzione e la creatività pensano, l’immaginazione vede. E, aggiungiamo noi, lascia libero quello spazio individuale nel quale ciascuno può cercare proprie strade e verifiche.
MARIA CRISTINA COSTANZO
| ANIME LEGGERE
Sono Anime leggere, le fanciulle protagoniste della personale di Cristina Costanzo. Creature di argilla eppure evanescenti e fuori dal tempo: incarnano una leggerezza che non è mai intesa come superficialità, ma piuttosto come il dono di un approccio lieve alla vita, rasserenante e capace di arrivare al cuore dei sentimenti.
FURIO MAESTRI
| GRAFICI KOSMOS SCHEDE
Grafici, Kosmos, Schede: tre diverse esperienze artistiche, tre diversi periodi in ognuno dei quali Furio Maestri ha sempre e soltanto cercato il proprio “hic et nunc”, sperimentando con tecniche e supporti diversi, con l’unico obiettivo di dare voce alla propria cultura, al proprio sentire. Né principio né fine, ma dall’inizio alla fine ogni linea converge al cuore.
GIORGIA ZANUSO
| SIPARI
La mostra raccoglie una parte del ricco corpus di opere realizzato finora dalla giorvane artista ligure Giorgia Zanuso. Inizialmente influenzata da un approccio minimalista, poi espressionista, l’artista oggi si concentra sulla manifestazione della verità, metaforicamente celata sotto spessi strati di acrilico. L’elemento centrale delle sue opere, la luce, assume qui un nuovo ruolo: diviene la componente attraverso cui l’opera prende vita.
MARA CAPPELLETTI
| SPHERAE
Ispirandosi all’affascinante potere evocativo della sfera, l’unico solido geometrico uguale ovunque lo si osservi, forma perfetta, insomma, di regolarità assoluta e piena di mistero che ha affascinato pensatori, filosi e artisti, la mostra Spherae riunisce creazioni e suggestioni di alcuni rappresentanti dell’eccellenza orafa contemporanea e presenta circa quaranta gioielli d’autore, a creare un percorso variegato e affascinante.
EMILIO SGORBATI
| SANGUE E LINFA
Nella sua nuova personale, Emilio Sgorbati indaga il legame tra uomini e piante. L’entusiasmo e la voglia di sperimentare, che sempre caratterizzano la sua ricerca pittorica, lo hanno infatti spinto a cimentarsi con un tema caro all’arte occidentale, interpretandolo attraverso uno stile ormai consolidato e riconoscibilissimo, fortemente ancorato al figurativo. Soltanto dieci tele e una tavola – rigorosamente quadrate – per formare altrettanti tasselli di un universo fantastico, nel quale si muovono uomini e donne – semplici silhouettes bianche o nere, intere o sezionate, dai tratti fisionomici appena accennati. Presenze ibride, dalla doppia natura, che occupano uno spazio immaginario e immaginifico, con gesti vibranti di pathos o silenziosamente racchiuse in loro stesse. Rappresentazioni liete si alternano ad altre dagli accenti più cupi, in una complessa partitura cromatica nella quale Sgorbati traspone i propri stati d’animo. Cellule vegetali, foglie, racemi, radici, tronchi lungi dall’essere meri elementi decorativi vengono “vivificati” dalla compenetrazione formale e sentimentale con l’essere umano. La mostra è curata da Alessandro Malinverni, dottore di ricerca in Storia dell’arte, conservatore del Museo Gazzola di Piacenza e dei Musei Civici di Parma.
PIETRO FINELLI
| LA NOTTE HA MILLE OCCHI
Artista e curatore attivo a Milano, Finelli torna a riflettere su uno dei temi cari alla sua ricerca; quello del cinema come fonte visiva di un immaginario collettivo. Su tale base, Finelli innesta una riflessione inedita sui valori formali del racconto cinematografico riletti in chiave pittorica. Il titolo “La notte ha mille occhi” è tratto dall’omonima pellicola “Night has a thousand eyes” diretta da John Farrow nel 1948, sofisticata metafora, punteggiata di sequenze oniriche, del ruolo dell’artista e dell’arte e del loro potere utopico. Una selezione di lavori recenti su tela e su carta, dipinti e disegni anche di grandi dimensioni, rievoca inquadrature, scenari, dettagli tipici del cosiddetto periodo narrativo classico del cinema noir, datato fra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento. Anni in cui il linguaggio estetico espressionista, erede della lezione tedesca, torna sotto i proiettori, favorendo nuove analisi atmosferiche, giochi di luci e di riflessi, contrasti chiaroscurali fortemente accentuati dall’uso di ombre lunghe, flash improvvisi, con risultati ipnotici e memori di quel cortocircuito fra bianco e nero che ha segnato tutta l’arte tedesca delle avanguardie storiche (fra pittura, grafica e fotografia). Finelli indaga così nelle sue opere, quasi monocrome, il punto di contatto fra verità e percezione, fra l’oggetto e il suo mistero, la certezza e il dubbio nascosto nel buio profondo di un colore nero che modula sfumature impercettibili e inghiotte lo sguardo nell’abisso della notte. I lumi inattesi, i bianchi opalescenti dei lampioni, mettono a fuoco porzioni di un reale che si manifesta solo in parte. La memoria fotografica delle immagini dipinte è tradita da un gioco di rimandi intellettuali dove ogni dipinto ha un referente preciso in un fotogramma, ma la narrazione non cede mai al didascalico; viene sublimata in una dimensione astratta. Il luoghi della rappresentazione diventano luoghi della pittura; ogni scenografia è l’alibi, il pretesto per uno studio dei meccanismi di percezione della realtà filtrata dall’obiettivo. Vista nel suo complesso, la sequenza dei lavori di Finelli può essere idealmente ricostruita in una unità visiva. È, a sua volta, una concatenazione di fatti narrativi che seguono nuovi copioni. Se l’organicità dell’opera non distrae dalla visione individuale di ogni singolo brano, crea al tempo stesso un intervento ambientale all’interno della galleria; come se “mille occhi” fossero puntati in direzioni diverse, dentro scene che si alternano in inquadrature differenti. Le inquadrature stesse di Finelli inaugurano un concetto di composizione formale ispirato ai movimenti della macchina da presa, laddove la ripresa viene a coincidere con il cono prospettico dell’occhio che entra ed esce dal set, che si muove fra interni di case borghesi e strade illuminate dai fanali delle auto nell’oscurità. Piani a focale variabile, zoomate, fermimmagine, carrellate ottiche. Sono tutti elementi di un lessico traghettato dal linguaggio del cinema a quello della pittura che, nelle immagini sospese di Finelli, sposano le tre unità aristoteliche di tempo, di luogo e d’azione, canoni essenziali di un racconto che immortala, nel segno dipinto, le vite degli altri.