I ARCHIVIO 2020 – 2019
REMBRANDT | ACQUEFORTI
Dal 23.05.2020 al 31.07.2020
Rembrandt
Acqueforti
Malgrado la sua virile energia, Rembrandt ha conservato la sensibilità che conduce nei sentieri del cuore di cui ha frugato tutte le pieghe
A cura di Arialdo Ceribelli
Se è vero, come affermava Baudelaire, che l’incisione è il mezzo con il quale un artista realizza pienamente se stesso, nel quale trasferisce tutte le sue capacità, attraverso il quale è possibile valutare le sue doti tecniche e stilistiche, sicuramente Rembrandt ne fu uno dei migliori interpreti. Nei segni graffianti delle puntesecche così come nella sapiente equilibratura di luci e ombre, ottenuta con più morsure in acido per le molte acqueforti, troviamo il vero volto di quest’uomo, che tanto amò la sua arte da indagare con essa l’animo dei personaggi ritratti come quello dell’epoca in cui visse.
MARCELLO SILVESTRE | La città, l’uomo, l’anima e il tempo
Dal 23.05.2020 al 31.07.2020
Marcello Silvestre
Premio Biffi Arte 2018
La città, l’uomo, l’anima e il tempo
Bronzi, resine, foglia d’oro e polveri di ruggine
Le mie opere raccontano la città attraverso le emozioni, i profumi, i sapori e i rumori proprio
come faceva Calvino nelle sue “Città Invisibili”. Racconto il rapporto indissolubile tra uomo e città scolpendo corpi, gambe e braccia su cui faccio nascere torri e case, in un flusso continuo, in un intreccio di linee morbide, triangoli e spigoli. Racconto l’uomo e i suoi sentimenti cristallizzati in figure ricoperte dalla patina del tempo, quella patina che ricopre i muri, i cancelli e le grondaie che accompagnano i nostri passi mentre viviamo nelle nostre città. Si può parlare della città in molti modi, io lo faccio attraverso sogni onirici e materia che invecchia nel tempo come ogni pietra e ogni cuore fa ogni giorno.
ALESSANDRA RENZI | PANTA REI
Dal 25.01.2020 al 01.03.2020
Antico Nevaio
ALESSANDRA RENZI
Panta rei
Presentazione di Alessandro Malinverni
Le ore e i colori dell’anima
“Guardare la vita in faccia. E conoscerla per quello che è. Al fine, conoscerla, amarla per quello che è. E poi metterla da parte. Per sempre gli anni che abbiamo trascorso… per sempre gli anni… per sempre l’amore… per sempre le ore…”. Con queste parole e si conclude il film “Le ore” di Stephen Daldry, tratto dal romanzo di Michael Cunningham. Il titolo del libro e del film è quello che avrebbe dovuto avere il romanzo della Woolf, poi intitolato La signora Dalloway. Durante un incontro a casa di Alessandra Renzi (in arte “Sassa”), così British nei suoi innumerevoli e accoglienti piani, forse anche grazie alla luce tersa di un mattino d’estate, ho ritrovato nelle sue opere gli stessi stati d’animo evocati dalla pellicola e dal romanzo: la perdita, la rabbia, la solitudine, ma anche la gioia, l’entusiasmo, l’amore per i propri cari. Come il regista e lo scrittore hanno indagato le emozioni dei diversi personaggi, così Sassa dà forma e sostanza a quelle che scandiscono le ore della sua esistenza. Innumerevoli stati d’animo, che denotano una personalità complessa e sfaccettata, sono i protagonisti di tavole e tele, a volte in contemporanea – poiché il mutare di uno stato d’animo nell’altro è talora repentino –, a volte protagonisti solinghi, sempre orchestrati con abilità ed eleganza. Ogni quadro è un gioco di pennellate materiche amalgamate a materiali poveri, con un effetto volutamente “scultoreo” che annulla limite stesso della pittura: la bidimensionalità. Reti americane per imballare le zolle, sacchi di caffè e sementi, corde e spaghi, fili metallici, cortecce, cartoni e tessuti creano una terza dimensione, che induce l’osservatore a toccare l’opera, in un’esperienza non solo visiva ma anche tattile. Le ampie dimensioni dei quadri rivelano poi il desiderio di trasmettere un messaggio preciso, pur attraverso un linguaggio astratto, che non rinnega però alcune soluzioni figurative, sebbene assai stilizzate. Un utilizzo dei colori, dei materiali e del segno fortemente connotato in chiave espressionista, con stilemi che accentuano i valori emozionali ed espressivi dell’opera stessa alla ricerca non della descrizione mimetica della realtà quanto della corrispondenza con il modo di sentire dell’artista nell’atto stesso di creare. Opere scaturite dal bisogno di esprimere le proprie emozioni, sotto l’impulso di un’ispirazione libera di esplorare nuove soluzioni formali e cromatiche, in un percorso artistico che è stato ed è anche terapeutico.
“La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comprati lei”, così inizia il romanzo di Virginia Woolf, uno degli incipit più straordinari della lettura occidentale del Novecento. In una semplice frase è condensato il desiderio di prendere la propria vita in mano e viverla sino in fondo, almeno per un giorno, scegliendo le essenze e i colori che ne faranno da sfondo ideale. Come un bouquet di fiori, Sassa, amante della natura, ci offre quegli stati d’animo che sono i fondali della sua esistenza e nei quali possiamo ritrovare un po’ di noi stessi. Diversamente da quelli della signora Dalloway, i fiori di Sassa però non appassiranno mai…
L’Angelo e la Vergine
Dal 08.12.2019 al 19.01.2020
L’Angelo e la Vergine
Stampe, incunaboli e oli sul tema dell’Annunciazione fra il ‘400 e il ‘600
A cura di Arialdo Ceribelli
Dall’8 dicembre al 19 gennaio 2020
MARCO SOLZI
Dal 08.12.2019 al 19.01.2020
MARCO SOLZI
“C’è una crepa in ogni cosa
ed è da lì che entra la luce”
A cura di Susanna Gualazzini
8 dicembre – 19 gennaio 2020
Inaugurazione domenica 8 dicembre ore 17
ROMANO BERTUZZI
L’ULTIMO ALBERO
Dal 19.11.2019 al 01.12.2019
Un percorso artistico-culturale attraverso i segreti della natura, i cambiamenti climatici e le responsabilità dell’uomo
A cura di Carlo Francou e Susanna Gualazzini
Inaugurazione | Sabato 19 Ottobre 2019
In mostra negli spazi dell’Antico Nevaio, L’ultimo albero vuole essere un nuovo momento di riflessione dell’artista Romano Bertuzzi attorno ad alcuni dei temi cruciali da sempre nella sua ricerca: la natura come straordinario contenitore di segni e suggestioni, un patrimonio prezioso a cui Romano Bertuzzi dà voce, in dialogo con le più attuali istanze di consapevolezza ecologica. In mostra una serie di lavori a grafite, sua tecnica di elezione, con cui l’artista piacentino restituisce la pelle numinosa di una natura solo in apparenza fossilizzata: sono i tracciati poetici e misteriosi dei ciottoli fluviali, le texture scabrose delle cortecce, scavate grazie alla docilità della grafite e restituite sulla carta da Bertuzzi con abilità tecnica non comune. E nel cuore del percorso espositivo, un’istallazione d’eccezione: un albero, bianco, abbraccia amorevole fra le fonde un nido. E’ l’ultimo albero?
Ma la mostra si pone anche e soprattutto come una riflessione sull’etica del vivere tra natura e disincanto, per una maggiore consapevolezza nei confronti di un patrimonio che tutti siamo chiamati a custodire. Come singoli e come comunità. Uno sguardo alla materia per coglierne l’anima nascosta. Per questo motivo, si inserisce in un circuito che raccoglie altre quattro sedi, tutte sul territorio, a costruire, proprio anche attraverso le opere di Romano Bertuzzi, una riflessione corale su temi cari a tutti noi:
Collegio e Galleria Alberoni, Via Emilia Parmense 67, Piacenza
Biblioteca Passerini Landi, Via Giosuè Carducci 14, Piacenza
Museo Civico di Storia Naturale, Via Scalabrini 107, Piacenza
Biblioteca di Calendasco, Via Giuseppe Mazzini, 4, Calendasco (Pc)
Museo Geologico di Castell’Arquato, Via Sforza Caolzio 57, Castell’Arquato (Pc)
L’intero programma degli eventi sarà presentato alla Conferenza Stampa che si terrà lunedì 14 ottobre, alle ore 11, presso il Collegio Alberoni di Piacenza.
ROBERTO TONELLI
REPERTORIO DEI SILENZI, ANCORA
Dal 18.11.2019 al 01.12.2019
ROBERTO TONELLI
Repertorio dei silenzi, ancora
A cura di Stefano Pronti
Inaugurazione | Venerdì 18 Ottobre 2019
L’elogio del silenzio ancora e sempre, come dimensione di spazio-tempo che favorisce la ricerca avviata nella propria interiorità, è il dato più originale della calcografia di Roberto Tonelli; la visione artistica è una contemplazione avvenente del luogo naturale, scelto tra rive di fiumi, campi, alberature solitamente ordinate in filari, cespugli, nuvole, e in alcuni casi tra percezioni della figura umana. Il suo continuato soffermarsi a osservare, a scoprire un frammento estrapolato dal paesaggio genera una serie di sensazioni, che vanno a condensarsi poi, in buona parte, nel poetico titolo dell’opera finita. L’acutezza della visione connessa a una emozione si condensa nella rappresentazione sulla lastra. Questo è il senso della mostra di Roberto Tonelli alla Biffi Arte.
Le opere di diverso formato esposte alla mostra si distendono nella sala come un percorso che riserva suggestioni di luoghi visti in natura ma non effettivamente guardati, e lo sviluppo di equilibrati virtuosismi pittorici, come gli effetti della neve, della luce notturna e del sole abbagliante. La magia dell’incisione della lastra, le sue morsure e le sue inchiostrature si vedono esaltate in questa antologica, che consegna al pubblico i risultati di una ricerca quasi trentennale, innestata in una intensa sensibilità artistica. Alla mostra viene affiancato un catalogo, che mette in vetrina le considerazioni dell’artista e offre una ulteriore lettura critica dalle opere e della tecnica da parte di Stefano Pronti, storico dell’arte collaudato.
Questa mostra segna l’apice della produzione artistica di Roberto Tonelli, che ha avuto anche riconoscimenti nazionali autorevoli e ha rimesso sulla strada maestra dell’incisione sia la fondamentale tecnica disegnativa come prodigio della mano guidata dal cuore sia la delicata percezione della natura, insopprimibile nel rapporto con la vita umana nei suoi eterni cicli, soprattutto nel nostro tempo di vita inesorabilmente urbanizzata.
LUIGI MORETTI ARCHITETTO




Dal 12.11.2019 al 01.12.2019
Absentia
In collaborazione con Liceo Respighi
Inaugurazione | Venerdì 12 Ottobre 2019
Inaugurazione della mostra con la partecipazione di Tommaso Magnifico, nipote di Luigi Moretti.
ABSENTIA. Le cose che non ci sono e avrebbero potuto esserci. Le cose che c’erano e non ci sono più.
Dai progetti originali di Luigi Moretti (Roma 1907 – Isola di Capraia 1973) per la casa GIL di Piacenza (oggi Liceo scientifico L. Respighi) agli spazi virtuali e gli oggetti tridimensionali che li animano: una mostra che colloca il limpido Razionalismo di Moretti in un nuovo linguaggio universale capace di convogliare a sé “spazi di luoghi e di tempi amplissimi“.
Un tributo a un monumento piacentino e al suo architetto “poeta di talento sconfinato che merita di essere riconsiderato. E, per favore, non per le sue opere costruite durante il fascismo che sono tra le poche che, chissà perché, non disturbano gli antifascisti”. (Luigi Prestinenza Puglisi).
E, nel cuore dell’allestimento, una piccola enclave virtuale restituisce l’atmosfera della coeva ricerca pittorica: per gentile concessione della Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza, saranno proiettati alcuni dei capolavori che hanno fatto la storia della pittura italiana di quegli anni. Creatore e fondatore della celebre rivista Spazio (esposta in mostra in due esemplari), Luigi Moretti fu infatti anche acuto e finissimo lettore dell’arte del proprio tempo e sempre attento a proporre collegamenti fra le diverse espressioni artistiche, dall’architettura, al cinema, alle arti visive.
FRANCO ZUCCHELLA
Vir Viri
Dal 07.09.2019 al 05.11.2019
FIGURATIVAMente
Cinque percorsi intorno alla figura
BRIZZOLESI/GUGLIELMETTI/MALOBERTI/VASAPOLLI/ZUCCHELLA
Main Gallery/Sala Biffi/Area Bookshop
FRANCO ZUCCHELLA
Vir viri
7 settembre – 5 ottobre
Inaugurazione Sabato 7 Settembre ore 18
Il corpo maschile indagato nelle sue complessità e ambivalenze: un racconto pittorico forte e struggente
E’ un maschile spezzato, quello che abita le tele di Franco Zucchella, il racconto di un eroe che porta iscritti nella carne i segni di un misterioso sacrificio, come una tramatura gloriosa. Ma anche nella sconfitta, i suoi viri possiedono lo spazio con una centralità che li rende magnetici e non lascia andare altrove lo sguardo. Zucchella lavora nelle pieghe della carne, che illividisce con una palette certamente destinata ad evolvere ma a tutt’oggi forte, aperta al racconto di un tormento profondo. E’ la narrazione di esistenze fragili eppure potenti, che Zucchella restituisce con tecnica solida, su fondi scabri, in cui il colore si sfalda ma conserva intatta la propria luce.
Susanna Gualazzini
ANNA GUGLIELMETTI | CORPO CAVO
Dal 07.09.2019 al 05.11.2019
FIGURATIVAMente
Cinque percorsi intorno alla figura
BRIZZOLESI/GUGLIELMETTI/MALOBERTI/VASAPOLLI/ZUCCHELLA
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ANNA GUGLIELMETTI
Corpo cavo
7 settembre – 5 ottobre
Inaugurazione Sabato 7 Settembre ore 18
Le ceramiche di Anna Guglielmetti: un lavoro nel corpo cavo della materia, per una nuova forma della figura.
Corpo cavo
Non ha paura di mettere le mani nel cuore della terra, Anna Guglielmetti: modellare, plasmare, cuocere per restituire terra alla terra, in un paziente lavoro di trasformazione che annoda il fare dell’artista alle procedure più primitive di un’arte antica. Guglielmetti padroneggia con abilità le tecniche, il raku in preferenza ma non solo, combina le terre, le mescola, le lavora e le pigmenta. Nasce un pantheon di forme arcaiche e eterne, corpi cavi in cui ritrovare paradigmi universali ma anche, e non accidentalmente, il corpo di un femminile antico, lunare e generoso che, come crisalide, esce dai forni di questa moderna Estia, senza fatica.
Susanna Gualazzini
GABRIELE MALOBERTI
DONNA, MISTERO SENZA FINE BELLO
Dal 07.09.2019 al 05.11.2019
FIGURATIVAMente
Cinque percorsi intorno alla figura
BRIZZOLESI/GUGLIELMETTI/MALOBERTI/VASAPOLLI/ZUCCHELLA
Main Gallery/Sala Biffi/Area Bookshop
GABRIELE MALOBERTI
Donna, mistero senza fine bello
7 settembre – 5 ottobre
Inaugurazione Sabato 7 Settembre ore 18
«Piange?» E tentai di sollevarti il viso
inutilmente. Poi, colto un fuscello,
ti vellicai l’orecchio, il collo snello….
Già tutta luminosa nel sorriso
ti sollevasti vinta d’improvviso,
trillando un trillo gaio di fringuello.
Donna: mistero senza fine bello!
(Guido Gozzano, da I colloqui, 1911)
Le donne di Gabriele Maloberti.
Non ha paura di mettere le mani nel cuore della terra, Anna Guglielmetti: modellare, plasmare, cuocere per restituire terra alla terra, in un paziente lavoro di trasformazione che annoda il fare dell’artista alle procedure più primitive di un’arte antica. Guglielmetti padroneggia con abilità le tecniche, il raku in preferenza ma non solo, combina le terre, le mescola, le lavora e le pigmenta. Nasce un pantheon di forme arcaiche e eterne, corpi cavi in cui ritrovare paradigmi universali ma anche, e non accidentalmente, il corpo di un femminile antico, lunare e generoso che, come crisalide, esce dai forni di questa moderna Estia, senza fatica.
Susanna Gualazzini
Donna, mistero senza fine bello
«Piange?» E tentai di sollevarti il viso
inutilmente. Poi, colto un fuscello,
ti vellicai l’orecchio, il collo snello….
Già tutta luminosa nel sorriso
ti sollevasti vinta d’improvviso,
trillando un trillo gaio di fringuello.
Donna: mistero senza fine bello!
(Guido Gozzano, da I colloqui, 1911)
Ennio Bispuri Direttore Istituto Italiano di Cultura di Barcellona
Con innumerevoli opere che richiamano la grande ritrattistica del Rinascimento e che esibiscono la loro parentela con il meglio del Realismo italiano del Novecento, Maloberti, firma una esposizione che lascia lo spettatore ammutolito: sia per l’originalità del linguaggio estetico tendente alla perfezione della forma, quanto per la pretesa grandiosa, attraverso una serrata indagine emozionale dei personaggi ritratti, di fare di ognuno una identità assoluta, irripetibile, unica nell’universo ed immortale
Stefano Pronti Storico dell’Arte
Oltre alla costruzione dell’immagine quale valore estetico nella favolosa pittura di Maloberti, la ricerca della luce viene raggiunta anche su un fondo chiaro e con vivide ombreggiature, evocanti certe antiche tele fiamminghe. E la solarità, la serenità della luce richiama proprio la straordinaria pittura di Vermeer, la sua quotidianità meravigliosa, la sua gioia di vivere
Francisco Gil Tovar Storico dell’Arte, Decano, Consulente ONU
La perfezione dei volti e delle figure, gli equilibratissimi valori tonali e l’attenzione posta a restituire una sensazione che, pur partendo da una connotazione realista, restituisce quel senso di intima sospensione e raccoglimento, proprio della ritrattistica antica, ne fanno una pittura di alto livello, senza tempo e confine, espressione di una ricerca, concentrazione e dedizione assoluta, verso la quale la mia penna si zittisce non trovando parole degne
Aligi Sassu Pittore
Una predisposizione alla pittura vissuta con una sorta di spasimo orfico, sorretta da una tecnica raffinatissima, rarissima in un artista d’oggi
Mario Schifano Pittore, regista
Maloberti, pittore ancorato indissolubilmente all’arte classica, rivisitata con il genio di un innovatore
Edoardo Lazzara Critico letterario
L’ideale di bellezza evidente nelle sue figure femminili appare atteggiato a una estetica neoclassicheggiante, ma non mai come mera mimesi o reminiscenza di un passato anche se glorioso, ma come “categoria” atemporale di sincera matrice individuale e dunque essenzialmente basata sull’originalità e quel più conta rivissuta e resa con autenticità espressiva del tutto attuale
Antonello Trombadori Critico d’arte, Giornalista, Senatore
Pur definibile Maloberti un intellettuale puro, la sua estetica nasce da una ricerca che non ha nulla di intellettuale, non è mossa da assillo critico, si muove piuttosto secondo la forza incoercibile del temperamento e ad essa si affida
Vittorio de Tassis Filosofo, Critico letterario
Gabriele Maloberti: Uomo coltissimo, ma allo stesso tempo poeta originale come solo lo può essere chi si dimentica di tutti i complessi che sorgono scrivendo; con una freschezza intellettuale e all’occorrenza irriverente, ironica, pungente, ci fa dono di una poetica contraddistinta da una ricca varietà tematica dagli elevati contenuti umani, imprescindibile dalla sobrietà di linguaggio e rigore formale
SERGIO BRIZZOLESI | REGINE
Dal 07.09.2019 al 05.11.2019
FIGURATIVAMente
Cinque percorsi intorno alla figura
BRIZZOLESI/GUGLIELMETTI/MALOBERTI/VASAPOLLI/ZUCCHELLA
Main Gallery/Sala Biffi/Area Bookshop
SERGIO BRIZZOLESI
Regine
A cura di Carlo Francou
7 settembre – 5 ottobre
Inaugurazione Sabato 7 Settembre ore 18
Artemidi, Estie, Afroditi: sono le Regine di Sergio Brizzolesi, divinità senza tempo o, forse, semplicemente donne.
SERGIO BRIZZOLESI
Regine
A cura di Marzio Dall’Acqua e Carlo Francou
Io ti ho nominato regina.
Ve n’è di più alte di te, di più alte.
Ve n’è di più pure di te, di più pure.
Ve n’è di più belle di te, di più belle.
Ma tu sei la regina.
Pablo Neruda per la moglie Matilde
Hai posato i piedi dentro l’anima
Di Marzio Dall’Acqua
Forme essenziali dell’esistenza, ridotte a segni grafici, a scheletri vegetali di rami e fronde, che hanno però ancora il fremito, l’ombra del sentimento, delle emozioni che li accomuna a chi guarda, sono opere come “il pensatore” o “riposo”, per fare un esempio tra le sculture di Sergio Brizzolesi, che hanno ulteriormente semplificato le figure atomizzate di Giacometti, frementi di una morte che le scarna e le arrugginisce già nel vivere, per diventare paradigma di una condizione vitale, di uno stato d’essere, immediatamente percepibile nel loro sintetico grafismo, ombra dell’umano che è in noi. In questo minimalismo si avverte però la mano dello scultore che ha accarezzato, non graffiato come Giacometti, la materia, perché Brizzolesi è artista quanto mai attento alla possibilità che sostanze sensibili, che in sé non hanno la possibilità di durare vengano, in un processo alchemico di metamorfosi, trasformate, nella fusione in bronzo, in presenze immortali.
Di questo rapporto tra finitezza, caducità e sospesa eternità Brizzolesi è maestro e ne fa una delle sue chiavi di seduzione quando, ad esempio, trasforma pizzi, trine, merletti e stoffe in morbide forme dolcemente fissate per sempre senza perdere la loro morbidezza, la loro suggestione carezzevole e tattile.
Carezze, soprattutto di sguardi, che chiedono le sue “regine”. E per lui, va detto subito, ogni donna è una “regina”, che abbia o no un nome proprio. In queste figure il meditativo scultore diventa poeta, si lascia incantare da un mondo barocco, una ridondanza, che mentre veste le sue figure femminili, le fa apparire ancor più seducenti, affascinanti e ci obbliga a pensarle, immaginarle nude, non per un basso impulso erotico, ma per poterle cogliere nella loro misteriosa e segreta essenza, nella loro magia che unisce il presente fenomenico che le mostra presenti, immanenti, con l’evocazione di un apparire che viene da lontano. Anzi è senza tempo: si sospende ogni temporalità nei grandi gioielli a borchie, nei capelli al vento o acconciati con fogge d’antiche sculture però mai viste, completamente inventate.
C’è qualche cosa di barbarico, di arcaico in queste vesti, che in alcune opere, sembrano incrostate da conchiglie ad indicare un lungo periodo di immersione fuori dal nostro mondo. Certi particolari, la sedia in “Perla”, ad esempio, al contrario è come se anticipassero il futuro: segni tutti di una frattura nella temporalità che viene ad unire epoche e stagioni diverse.
Le forme fisiche scaturiscono, quasi emergono, da ampi e gonfi vestiti fatti d’aria e di vento che avvolgono i corpi che sempre ballano, vibrano, anche quando sono statici ed immobili. C’è nel modellare di Brizzolesi un vibratile nervosismo di tocco, come un tremore della mano, che è rispetto dell’animo per l’idea, per il progetto, per il percorso che l’artista va facendo, fino alla scoperta finale della scultura finita immersa nella luce che continua le carezze delle sua mani.
Possiamo pensare alla poesia “Come una regina” di Rabindranath Tagore: “Senza parlare / sei arrivata / come una / vera regina, / di nascosto / hai posato i piedi / dentro l’anima”. Ecco queste sculture di Brizzolesi sono apparizioni, immagini incantate e sospese, fisiche ed insieme sogni materializzati. In un’altra poesia – “Donna” – Tagore ha concluso: “Per metà sei donna, / e per metà sei sogno”. Appunto.
Sembra che Brizzolesi, alle sue donne abbia dato la solidità del bronzo, per poterle afferrare, per garantirne la concreta presenza, senza però che perdessero la improbabilità del loro apparire, del loro manifestarsi come lontane da noi, come estranee alla nostra corporeità, alle nostre quotidiane esigenze, e miserie. Intangibili nella loro assolutezza, anche nei loro gesti o pose più comuni. I loro pensieri sono segreti ed i loro sguardi ci escludono, ci sfiorano ma non ci vedono, tutte percorse dalla loro intima esistenza.
Oltre alla bellezza che ammalia e affascina ne avvertiamo la forza, che è prima di tutto capacità di seduzione, incanto fascinatore, attrazione, ma è invero sottile potenza. Le sue sono forme carezzevoli, da scoprire con mano lieve.
La regina negli scacchi salva il re, che può muoversi solo di una casella, mentre lei può fare quel che vuole. E alla regina degli scacchi pensiamo quando vediamo le sculture di Brizzolesi, figure allegoriche di una partita che è quella della vita e che tutti ci coinvolge. Ed anche noi davanti a queste splendide statue ci mettiamo in gioco.
ALESSANDRO VASAPOLLI
Dé Voilées
Dal 07.09.2019 al 05.11.2019
FIGURATIVAMente
Cinque percorsi intorno alla figura
BRIZZOLESI/GUGLIELMETTI/MALOBERTI/VASAPOLLI/ZUCCHELLA
Main Gallery/Sala Biffi/Area Bookshop
ALESSANDRO VASAPOLLI
DéVoilées
7 settembre – 5 ottobre
Inaugurazione Sabato 7 Settembre ore 18
Suggerire nella trasparenza di un velo che di-svela: con candore e pudicizia il racconto fotografico di Alessandro Vasapolli restituisce al corpo femminile tutta la sua archetipica innocenza.
L’arte fotografica di Alessandro Vasapolli nasce da quella particolare fascinazione che chiamiamo “bello”. Ma non è estetizzazione superficiale. Vasapolli astrae, potenzia, armonizza colori e forme, crea un ritmo, coordina energia e struttura e arriva così a quel carattere universale che chiamiamo “bello”: un equilibrio di forze tra percezione sensoriale e significati.
Restio a ogni classificazione, il lavoro fotografico di Vasapolli esprime i principi fatti propri durante gli anni di studio e di ricerca: un modus operandi scientifico coniugato all’ amore verso le humanities liberamente reinterpretate.
Le sue immagini, parti visibili e parziali di una realtà invisibile e immensa, diventano espressioni di una forza poetica sussurrata attraverso leggerezza di forme e soavità di colore. La visione si fa trasparente. Appare la luce che, discreta e aurorale, si espande come un profumo. Atmosfera indefinita, quasi luogo iniziatico.
Una totale assenza di peso nelle linee dei corpi flessuosi come silhouette, negli arti allungati come fossero ali, nelle chiome sciolte e raccolte in spazi luminosi. Una verticalità aperta: le figure emergono da uno sfondo che pare infinito mentre occupa solo i quattro quinti. Poi i veli. Sembrano cadere dal cielo traversati da un chiarore che si posa e tracima come l’acqua sui bordi dei fiumi. Trasparenti serrano i corpi, vetri rotti di bottiglia. Le figure stesse appartengono a quei fondi, tutto è animato dall’interno. Donne come cavallucci marini, immobili nella corrente. Emerge una solidità petrosa quasi cristallina opposta ai movimenti. Un velo o una piega della gonna, gli angoli delle braccia. Espressione di un mistero.
Vasapolli compie un atto di osmosi con quanto lo circonda, nutre le sue opere di sentimenti, solitudine, infinito. C’è un’altra solitudine, quella di una figura immobile e perduta che volta le spalle e contempla, avvinta dalla nostalgia di una pienezza che resta impossibile da raggiungere. Nasce una forma di attrazione simile a quella che attira i pescatori in fondo al mare o al potere di Lorelei.
Vasapolli esclude ogni esteriorità. In lui dominano un senso mistico del mondo e una tecnica precisa. L’evento avviene là in fondo, nella profondità dell’opera. Immergendoci in un universo emozionale spetta a noi tessere i fili. E’ nostro compito sollevare i veli, cercare un cammino segreto, uno svelamento.
Valerio Consonni
LORENZO PUGLISI
Pitture di luce e di tenebra
Dal 03.07.2019 al 28.07.2019
In mostra alla Galleria Biffi Arte un corpus di opere che esprimono il percorso artistico più recente di Lorenzo Puglisi. Originario di Biella, Puglisi è da tempo attivo in un lungo percorso di ricerca verso l’essenzialità della rappresentazione e denso di rimandi alla storia della pittura ad olio.
Lorenzo Puglisi usa il segno del dipingere come uno scavo, il colore sembra qualcosa che in qualche modo debba avere una presenza e per questo l’artista lo adopera con parsimonia, quasi per non farsene tentare e sedurre. Nasce un tipo di pittura che può essere definita “post-baconiana” : da un lato è segno, graffia come poche altre, toglie e non aggiunge mai, a dispetto della tecnica e della seconda pelle, dall’altro è come se catalizzasse i punti di catastrofe. Il corpo va esaminato come una faglia in procinto di rompersi, come una creta che subisce pericolose infrazioni dal suo interno. Un universo di sentimenti e di riflessioni si attualizza in una sorta di iperbole dell’esistere, in una concentrazione di vita dolorosa e insopportabile, quasi che ogni particella elementare di pittura diventasse pesante come un sasso, densa come la pece.
Nei lavori più recenti, in cui abbandona il ritratto, per prendere ispirazione dalla storia dell’arte, opera un processo di semplificazione visiva. Nasce un teatro visivo, una sorta di messa in scena della pittura classica, e forse per questo Lorenzo Puglisi le chiama Scene. Da un lato “cancella” la grande maggioranza del quadro, annulla la composizione o, meglio, la semplifica riducendola a elementi minimali, a dei veri costituenti ultimi dell’immagine. Matteo e l’Angelo, Nell’Orto degli Ulivi, Il Grande Sacrificio, Narciso, o L’Ultima Cena, quindi Goya, Caravaggio, Correggio o Leonardo da Vinci sono capolavori e artisti che Puglisi prende a prestito per sviluppare la sua idea di pittura. Questa ha bisogno di poco e di molto nello stesso tempo. Di poco perché gli elementi visivi sono creati dai bianchi, dagli accenni di rosso o di giallo che accendono brevemente l’immagine. La sua è un’opera di riduzione, come concentrare lo sguardo in un punto non vuol dire dimenticare il resto, ma determinare una direzione, un’essenzialità. Questa reductio è importante perché recepisce uno dei portati della contemporaneità, che è l’eccesso di memoria, e ne fa una questione di scelta. Non una semplificazione – qui bisogna stare attenti con le parole – ma la capacità di decidere cosa sia pittura e cosa no. Ma anche di molto perché dai capolavori del passato Puglisi non trae ispirazione, compie un’azione in cui si appropria del passato eliminandone gli sprechi, gli eccessi narrativi per come li possiamo leggere oggi. Ne fornisce una rilettura critica e aggiornata al presente.
GIOVANNI BRUNO
Usura e Memoria del tempo
Dal 08.06.2019 al 30.06.2019
Genovese di origine, Giovanni Bruno dedica la propria ricerca artistica alle tracce che il tempo consegna alla materia: esemplare il lavoro sulle carte a vetro, umili e residuali, raccolte dall’artista da artigiani e carrozzieri, e restituite con una nuova bellezza, memoria di un tempo rinnovato. Sono lavori figli di un inesausto esercizio di trasformazione: spaccare, lisciare, levigare, sbriciolare, un processo ossessivo di consunzione e ricostruzione.
Nelle opere su carta, il concetto di temporalità viene esplorato attraverso la scrittura, citazione letteraria (T.S. Eliot, Ezra Pound, Garcia Lorca) o filosofica (Nietzsche): rigorosamente a matita, strumento che ancora contiene il concetto di usura, la scrittura si fa segno euritmico, trama fitta di ritmi antichi, poesia di una gestualità che esprime la connessione profonda fra spazio esterno e spazio interno.
Giovanni Bruno è nato a Busalla (Ge) il 4 giugno 1961.
Diplomato al Liceo Artistico di Genova nel 1980, termina gli studi di Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano nel 1984.
Dal 1987 si dedica completamente all’arte e inizia l’attività di ricerca, in cui l’indagine pittorica è integrata alle esperienze acquisite negli anni nell’ambito della scenografia, dove il confronto è con lo spazio scenico e la tecnologia dei materiali.
Inizia presto il lavoro di ricerca sul concetto di usura nella materia, che diventa pittura, mentre il segno che in molte opere di Bruno, è scrittura, si sfuma per diventare euritmica memoria del tempo.
Insegna Scenografia Teatro al biennio specialistico di Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Brera.
Vive e lavora a Milano.
Gioxe De Micheli | Le trame della tela


Dal 04.05.2019 al 02.06.2019
Lo spazio storico della Saletta Biffi, ospita la mostra personale di Gioxe De Micheli, maestro della pittura figurativa e della narrazione poetica, venata di atmosfere metafisiche. Curato da Chiara Gatti, il percorso presenta una ventina di opere recenti, su tela e su carta, dedicate a un tema attuale ma sublimato da De Micheli come soggetto universale. Si tratta di una profonda riflessione sulla letteratura odierna dei grandi transiti, che abbraccia l’iconografia eterna del viaggio e della migrazione. Con una forma di sottile ironia, l’artista racconto storie di viandanti, venditori di oggetti umili, allegoria feriale di un mondo popolato di ricordi e nostalgie. Sulle spiagge della Maremma danzano personaggi reduci da un lungo cammino. Sono i suoi ambulanti apolidi incorniciati da un mare lirico ma inquieto. Ecco allora i suoi venditori di cappelli di paglia e aquiloni dalle code spezzate. Ed ecco anche il venditore di salvagenti, meravigliosa citazione dell’Uomo Vitruviano di Leonardo che, nelle sue proporzioni perfette, orchestra nell’aria ciambelle di gomma con calviniana leggerezza.
Come si legge nel testo a catalogo: “De Micheli non cede alla didascalia per dispensare moniti di accoglienza o denunzie di rigetto dell’altro. Il suo racconto è universale e tocca ogni forma di lontananza e abbandono. È solo leggendo le sue immagini con questa consapevolezza che si possono comprendere scene apparentemente enigmatiche: l’uomo sul jumping ball inghiottito dalla notte, gli aquiloni che perdono le code, gli imballi di cartone che appassiscono come fiori recisi, i litorali coperti di neve algida. Chiedetevi perché i suoi viandanti indossino il paltò anche d’estate. Perché il freddo li assilla in ogni stagione. Il paltò è una casa, un luogo sicuro, un riparo dalla tempesta, un galleggiante per il naufragio”.
Nota biografica
Gioxe De Micheli è nato a Milano il 27 gennaio 1947. Gioxe è la voce dialettale genovese di Giuseppe. Giovanissimo è andato “a bottega” da due tra i più rappresentativi esponenti del Realismo esistenziale, Giovanni Cappelli e Giuseppe Martinelli, in seguito, all’Accademia di Brera, sotto la guida di Gianfilippo Usellini, ha frequentato i corsi di Decorazione e Affresco.
Di lui hanno scritto critici e poeti: Raffaele De Grada, Giovanni Testori, Dino Buzzati, Luigi Carluccio, Franco Solmi, Raffaele Carrieri, Roberto Tassi, Rossana Bossaglia, Giorgio Seveso, Giovanni Raboni, Giorgio Luzzi, Elena Pontiggia, Vivian Lamarque, Gianfranco Bruno, Tiziano Rossi e Chiara Gatti. Nel 1994 ha realizzato un grande trittico per il Palazzo di Giustizia di Milano e nel 2001, a Collodi, un grande murale per la Fondazione Pinocchio. Dal 2013, il suo Polittico della Maternità, trova definitiva collocazione nella chiesa romanica di San Biagio a Lombrici di Camaiore (LU). Vive e lavora a Milano.
NATURA E CAOS
La natura del terzo millennio
Fotografie di
Margherita Del Piano, Sofia Meda, Stefano Parrini
Dal 04.05.2019 al 26.05.2019
I cambiamenti subiti dalla natura nell’epoca in cui stiamo vivendo sono sotto gli occhi di tutti: l’intervento aggressivo dell’uomo sta distruggendo poco a poco un equilibrio che aveva resistito per millenni: siamo testimoni di un’era dominata dal caos: l’ambiente naturale sta cambiando sotto la pressione dell’urbanizzazione crescente e ormai siamo coscienti del fatto che è un processo di non-ritorno.
L’arte, e in questo caso la fotografia, può aiutare a riflettere su quanto sta accadendo, incoraggiando una presa di coscienza che non si può più celare né procrastinare.
Il progetto espositivo, nato da un’idea di Annamaria Belloni, fotografa e curatrice da tempo impegnata sul tema della natura e del suo rapporto con l’essere umano, vuole sottolineare questa riflessione e al tempo stesso dare una lettura non solo inquietante di questo idillio spezzato, ma anche tendere una mano alla volontà di conservazione della natura nella sua infinita bellezza.
Stefano Parrini fa un’analisi sul rapporto tra globalizzazione e saccheggio delle risorse naturali attraverso una serie di immagini tragico-ironiche ispirate alla land art, mentre Margherita Del Piano congela piccoli frammenti di piante, semi, fiori, bulbi, petali e frutti e li riproduce nell’intento di preservare con l’aiuto della fotografia una piccola biodiversità. Sofia Meda fotografa piccole piante o frammenti di fiori nelle serre, dove la natura sembra piccola e silenziosa, quasi sussurrata.
PABLO E’ VIVO
La fantasia dell’anima
Dal 23.03.2019 al 28.04.2019
Pablo Lombardo è vivo.
La sua arte è senza tempo e spazio, poiché non ha necessità di definirsi contemporanea ne’ di sposare etichette di comodo.
Fluttua armonicamente tra forze ostinate e contrarie, tra parabole astrattiste e desiderio di figurazione: è Arte per l’Arte.
Obbligata, necessaria, a tratti disperata. La capacità di mescolare l’approccio espressionista a quello fauve, l’arte negra con l’Oriente estremo dei Samurai, l’Action con la Street Art, rende la sua opera tanto eterogenea quanto affascinante.
E’ un montante inatteso alla decima ripresa, non accarezza: tramortisce.
E’ un passage, un attraversamento di spazi in continua evoluzione, siano essi gli spazi della metropoli, presi direttamente dalla “sua” strada, che quelli più speciali dell’Anima di coloro he il destino gli ha posto innanzi. Spazi che solo chi ha percorso con coraggio, lottando e amando, sa tradurre in arte.
Pablo riporta “l’ego dell’artista” al centro delle cose.
La sua visione è in grado di raccontare e trasformare espressivamente, senza alcun intento realistico, ciò che il suo sguardo cattura. E questo “giro di vite” si dipana nelle tinte nette e accese di una pittura impulsiva, tenace, tagliente, dinamica, immediata.
La fantasia dell’anima di Pablo Lombardo si rivela in orme disparate, mosse unicamente dall’empatia instaurata con il soggetto rappresentato, fulcro ineluttabile e sacro del suo dipingere.
Maria Assunta Karini e Francesco Paolo Paladino
Elementi Alchemici
Dal 15.02.2019 al 17.03.2019
Elementi alchemici nasce come il connubio creativo di due espressioni artistiche – la musica e le arti visive – che si intrecciano, si contaminano, traggono energia l’una dall’altra per realizzare qualcosa che trascende i limiti di entrambi.
Nata dalle suggestioni dell’artista visiva Maria Assunta Karini e dalle evoluzioni sonore del compositore Francesco Paolo Paladino, l’esposizione si sviluppa in forma di narrazione scandita in tre momenti: la quieta leggiadria dell’aria – Ariae – si coagula nelle stille liquide che scivolano sulle code argentine di Siren, per poi raggelarsi in un istante nella glaciale perfezione di Icereport. Un flusso di sensazioni che scaturiscono dalle note di Paladino, la cui trilogia musicale colma lo spazio, e si riverberano nelle immagini di Karini, in un saliscendi di fotografie e installazioni che scavano lo spazio della Galleria Biffi di Piacenza.
Elementi alchemici è un’esperienza di carattere immersivo, che richiede allo spettatore di assaporare sulla propria pelle le impressioni fuggevoli e tuttavia intense evocate dai due artisti: l’alchimia degli elementi diviene qui alchimia artistica, forme che si fondono e confondono per realizzare un viaggio di stupenda, incredibile consapevolezza.
HERMANN BERGAMELLI



Dal 15.02.2019 al 17.03.2019
rù | A cura di Michele Buonuomo
Inaugurazione |Venerdì 15 Febbraio 2019
In mostra nella Sala Biffi, dedicata ai Progetti Speciali, due opere di Herman Bergamelli, vincitore del Premio Biffi 2017. Bergamelli esordisce giovanissimo con una serie di lavori su cui ordisce fili sulla tela per dare forma e sensazioni a piccole rappresentazioni domestiche, a ombre solitarie che a passi lenti misuravano spazi metafisici. E per far sì che tali ombre non si perdessero nel vuoto, gli erano sufficienti i tratti rossi lasciati dai punti di un ricamo che, come in una sinopia appena delineata, si ricomponevano negli occhi di chi provava a immaginare il dipanarsi paziente dei fili sulla trama di un canovaccio. Col tempo, Bergamelli ha trasformato questa pratica antica di ordire immagini in una silenziosa disciplina meditativa sul fare e disfare una visione, che per dichiararsi non fa ricorso ad apparati artificiosi di simboli o di ormai sempre più usurati espedienti linguistici. La materia stessa, accumulata e organizzata nelle sue “sculture-tessiture”, è divenuta soggetto e oggetto di indagine e di riflessione su una forma che contiene lo spazio e da esso è contenuto, su una pratica che impone di guardare se stesso e il mondo che sta intorno attraverso gesti e segni che non prevedono clamori, ma soltanto sottili e precisi espedienti formali. E un fare calmo e lento come per un rituale misterico.
FRANCO CORRADINI
Dal 15.02.2019 al 17.03.2019
Pittore e Incisore | A cura di Chiara Gatti
Inaugurazione | Venerdì 15 Febbraio 2019 ore 18
La mostra sarà presentata da Chiara Gatti.
La mostra personale di Franco Corradini presenta, a cura di Chiara Gatti, un ciclo recente di opere su tela e su tavola legate ad alcune serie di dipinti, fra cui “Marginare il vento”, “e da l’estiva arsura”, “Verso Santiago” e “Winterreise”. Impegnato da anni in una lunga e articolata ricerca sul linguaggio stesso della pittura, in bilico fra figurazione esistenziale ed astrazione lirica, Corradini indaga ora una nuova dimensione del gesto e del colore che mescola citazioni dell’espressionismo astratto di scuola americana, con i modi più vibranti, sensibili (persino romantici) dell’ultimo naturalismo italiano. Reduce da importanti commissioni d’arte sacra – fra cui le storie di San Giovanni in cinque tele monumentali (alte 2 metri e larghe 190 cm) concepite per la chiesa di San Giovanni in Canale a Piacenza – l’artista si concentra oggi su una riflessione formale, molto diversa dal carattere liturgico della sua produzione più nota al pubblico. Si scopre infatti l’intima vocazione per la traccia e per la materia, i due elementi principali di un lessico fatto di superfici sovrapposte, stratificazioni ed erosioni, applicazioni e scavi, accumuli e graffi. Mettere e togliere inseguendo il ritmo, l’equilibrio degli elementi, è la priorità di una investigazione condotta sulle possibilità spaziali dell’immagine, intesa come territorio solcato da linee che disegnano una conformazione orografica di luoghi mentali; luci e ombre dell’inconscio sono proiettate sulla superficie da sferzate di colore acuto e luminoso, gialli elettrici, azzurri opalini, verdi sonori. Nella sua celebre sperimentazione tecnica, che arriva a sposare la pittura con innesti di tavole xilografiche o applicazioni di piccole vetrate piombate, l’artista piacentino sintetizza in composizioni polimateriche il suo racconto astratto, evocazione di episodi climatici, sentimento di un paesaggio assoluto e delle sue mutazioni atmosferiche segnate dall’incedere battente dei venti, dalla siccità di deserti ambrati, dalla fertilità di boschi umidi. Ma la natura, per Corradini, resta uno stato mentale, la proiezione di moti del cuore affidati all’istinto delle mani che traducono, in gesti rapidi, campi di colore e affondi incisi col disegno aguzzo sul legno.
ANTONIO LIGABUE

Dal 14.02.2019 al 28.04.2019
Pittore e Scultore | A cura di Augusto Agosta Tota
In collaborazione con Fondazione Archivio Antonio Ligabue di Parma
Inaugurazione | Giovedì 14 Febbraio ore 18
La mostra sarà presentata da Marzio Dall’Acqua e Vittorio Sgarbi
Il percorso è stato lungo, all’inizio accidentato, mentre la meta si veniva sempre più spostando. Dal 2017 gli impegni ed i progetti del Centro Studi sono stati fatti propri dalla Fondazione Archivio Antonio Ligabue di Parma, che ne continua totalmente l’azione e che ha dato loro, se possibile, ancora più forza e maggior impulso, certamente maggiore autorevolezza. Tanti decenni di impegno hanno portato a far conoscere la vita e l’opera di Antonio Ligabue sul piano internazionale come artista completo di altissimo livello creativo, con uno stile personalissimo, affascinante ed attuale.
Qual è dunque la novità di questa mostra piacentina? È la prima che la Fondazione concepisce osservando anche un profilo antologico, in una galleria privata, per cui, se da una parte la Fondazione in pieno svolge la sua funzione culturale estranea a qualsiasi compromesso commerciale, che ne snaturerebbe le finalità, nel contempo permette ai collezionisti, ai proprietari delle opere, agli operatori culturali, mercanti d’arte, investitori, se lo vogliono, di confrontarsi realmente con il mercato, come è specifico di una struttura privata qual è la galleria, oltre ed al di là delle indicazioni, spesso fuorvianti, dei risultati raggiunti dalle opere dell’artista in alcune aste. Ormai, siamo convinti, io ed i miei collaboratori, che Ligabue sia un artista di così alto profilo che, anche se continueremo, come Fondazione, ad esporne le opere in strutture pubbliche, perché entri pienamente nel mondo artistico si debba consolidarne anche il mercato dando libero accesso alle quotazioni delle opere il cui valore, come per altri grandi artisti quotati, dipenderà dalla qualità pittorica, dal periodo di esecuzione, dalla dimensione e dal soggetto. Può accadere ci siano notevoli sbalzi, Ligabue stesso aveva coscienza di quali sue opere avessero valore e quali no. Spesso, per clienti che gli commissionavano i quadri, istintivamente produceva opere di minore interesse artistico.
Naturalmente il nostro obiettivo presuppone una scelta qualitativa ed iconografica di qualità ed una condizione espositiva che permetta il godimento delle opere, capolavori e non, con il massimo livello di attenzione e di piacere: il che ci sembra di aver ottenuto con questa esposizione in un ambiente così qualificato come la Biffi Arte di Piacenza. Vengono presentate 82 opere – 59 dipinti e 23 sculture in bronzo , un esemplare excursus su tutti i tre principali periodi in cui è stata suddivisa la produzione artistica di Ligabue: dagli animali domestici del primo periodo (Pascolo montano, olio su compensato, cm 56×69) alle tigri dalle fauci spalancate, (Testa di tigre, olio su faesite, cm 66,4×57,4) i felini in attacco (Vedova nera, olio su faesite, cm 102×134; Leopardo che sbrana una scimmia, olio su faesite, cm 110×124), i serpenti, i rapaci che ghermiscono la preda o lottano per la sopravvivenza (Volpe con rapace, olio su tela, cm 120×150) del secondo e terzo periodo: una vera e propria giungla che l’artista immagina con allucinata fantasia fra i boschi del Po.
E’ particolarmente negli autoritratti (Autoritratto con sciarpa rossa, olio su faesite, cm 45×35; Autoritratto con mosca, olio su tela, cm 70×50) che Ligabue dipinge il proprio dolore esistenziale, gridandolo con l’urgenza di una sensibilità intensa e ferina.
Questa catalogazione segue l’edizione TUTTO LIGABUE. Catalogo Ragionato dei Dipinti pubblicata nel 2005 da Augusto Agosta Tota Editore, in due tomi, che, completando un lungo percorso, ha permesso di documentare circa 900 quadri su una produzione stimata in 1050/1100 dipinti. L’editrice Electa ha stampato nel 2002 Antonio Ligabue. Catalogo generale dei dipinti, con 699 opere. Le opere riportate in entrambi i cataloghi generali sono state espertizzate Prof. Sergio Negri, così come le opere di grafica e scultura che saranno inserite nel catalogo generale di prossima pubblicazione.
Augusto Agosta Tota